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Bagnoli, consiglio comunale mortificato: commissariato due volte, dal governo e dal sindaco!

di Raffaele Ambrosino

La legge stabilisce che il consiglio comunale è il massimo organo rappresentativo di una città, della comunità locale ed espressivo della domanda sociale. E’ l’organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo dell’ente locale, espressivo e interprete permanente della volontà popolare. Per intenderci, conta più del sindaco, in quanto con una “mozione di sfiducia” proprio verso il primo cittadino, potrebbe porre termine a tutta l’amministrazione in carica. Chiarito questo, proviamo ad analizzare cosa è successo e come è stata bistrattata l’Assemblea cittadina nella vicenda Bagnoli. Sempre la legge, consente al governo nazionale di commissariare gli enti locali in caso di inefficienza e incapacità di risolvere questioni di carattere rilevante per la comunità. Cosa che accade per la vicenda Bagnoli, l’esecutivo Renzi dell’epoca procede, attraverso l’ormai famoso art. 33 della legge cosiddetta “Sblocca Italia” a commissariare l’amministrazione comunale di Napoli avendo deciso di occuparsi direttamente della questione e nomina per questo un commissario, Salvatore Nastasi. Quindi anche il consiglio comunale è “fatto fuori”, insieme al sindaco e alla giunta. Va detto che questo commissariamento ha previsto una “cabina di regia” dove gli enti locali “fatti fuori” possono portare le loro proposte che, però, non hanno alcun vincolo per il commissario. Ma cosa succede ad un certo punto delle vicenda, dopo gli strali del sindaco verso il commissariamento? Succede che il primo cittadino, vistosi chiuso in un angolo, decide di collaborare con il Governo che nel frattempo è passato nelle mani di Gentiloni attraverso dei tavoli istituzionali che in realtà non sono altro che la “cabina di regia” mascherata. E lo fa in maniera autonoma, senza l’assenso politico del consiglio comunale che avrebbe potuto votare sull’intenzione del sindaco e decidere anche di non volere collaborare con il commissario. In pratica anche il sindaco commissaria il consiglio dopo essere stato commissariato lui stesso, e lo fa senza averne alcun potere e titolo, agendo in autonomia, senza alcun mandato, contravvenendo allo specifico ruolo di indirizzo che le legge assegna alle assemblee elettive. Nel momento in cui il sindaco avesse chiesto e ottenuto il “permesso” attraverso una classica “mozione”, di trattare con il commissario, avrebbe potuto essere latore anche di modifiche al progetto proposte dall’assemblea stessa. Cosa ha fatto invece il nostro? Ha agito in solitaria, ha trattato in solitaria e ha firmato un patto in solitaria dopo aver ottenuto qualche piccola modifica al progetto presentato da Invitalia. Poi, per fare “cornuta e mazziata” l’assemblea elettiva della terza città d’Italia, ha chiesto  di tenere un consiglio comunale monotematico su Bagnoli per il giorno 24 luglio dove illustrerà i contenuti del patto da lui deciso e da lui firmato. Una cosa assurda, inconcepibile, inaccettabile, una mortificazione per gli eletti del popolo. Tutto questo con l’incredibile assenso ed entusiasmo del presidente del consiglio comunale, un antico comunista, che dovrebbe essere difensore e garante estremo delle prerogative dell’organo che rappresenta. Qualcuno chiederà almeno di votare in aula (per appello nominale) il patto sottoscritto? E che succederebbe se non avesse i numeri, se non passasse, se gli pseudo rivoluzionari facenti parte della maggioranza si rifiutassero di votare un accordo con l’odiato commissario Nastasi? Vedremo cosa accadrà. Il tutto sta avvenendo in una sorta di “dittatura dolce” del primo cittadino che pare ritenga più che un fastidio il confronto democratico in aula. Diciamo che finanche Fidel Castro avrebbe chiesto il permesso all’Asamblea Nacional del Poder Popular prima di agire per un fatto di uguale importanza, ma Giggino evidentemente è oltre Fidel e il presidente del consiglio comunale deve essersene convintamente persuaso.

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