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COLELLA GRAFFI. Perchè il napoletano fa malissimo ad incazzarsi con Dolce&Gabbana

di Mario Colella

Il napoletano fa benissimo ad incazzarsi contro lo sputtanapoli (lo so, è una parola che ha rotto il cazzo, ma è per semplificare). Ma fa malissimo ad incazzarsi con Dolce & Gabbana, per due ragioni. L’una è che il suo recente essersi trasformato in un permalosetto rompicoglioni non gli dona ed è in palese contraddizione con l’essere elastico che è sempre stato e speriamo sarà, relativista su quasi tutto eccetto tre quattro cose, dotato di uno sguardo placido e sornione unico che gli fa metabolizzare tante cose (anche tanta merda) e che lo accomuna a quella sirena coricata ai piedi della Montagna con il volto perennemente rivolto verso il mare (e il cielo), di cui è figlio. L’altra è che non v’è grande città al mondo che non sia vista dall’esterno – fotografi, registi, pubblicitari – con occhi luogocomunisti, chiedetelo ai newyorkesi, ai parigini, agli stessi romani. Aggiungo: molti luoghi comuni li fabbrichiamo noi e li vendiamo – vedi la pessima comicità sianesca – ma in quel caso siamo contenti di essere quelli che giocano a pallone fuori all’ufficio postale invece di lavorare in “Benvenuti al sud”. Smettiamola per favore di fare i furbetti. L’operazione dei due stilisti sarebbe potuta essere migliore, anche restando nello stereotipo folk (magari si sarebbe potuto ripescare uno stile più raffinato, uno Scianna), ma in fondo nulla di particolarmente delittuoso per chi, come noi, è cresciuto per esempio con “Carosello napoletano” (io lo trovo un capolavoro del genere) e ora deve sorbirsi l’autoctono (non meno orrido di D&G) corno comunale del Lungomare. Insomma, amici, fratelli di Napule, pensiamo alle cose serie, pensiamo allo scudetto.

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