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SCRITTORI SCONOSCIUTI “Dentro e fuori” di Francesca Piccolo: quarto capitolo

Proseguiamo con “Dentro e fuori” di Francesca Piccolo la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo sempre più numeroso.

Francesca Piccolo è una giornalista napoletana che ha deciso, dopo tanti tentennamenti, di mettersi in gioco come narratrice. Questo che presentiamo è il suo lavoro di autrice, siamo convinti che incontrerà il vostro gradimento.

DENTRO E FUORI

 

CAPITOLO IV

Mentre si guardava in giro, cercando di rappresentarsi visivamente i personaggi che avevano mangiato, dormito, amato, che si sarebbero potuti affezionare a quei due stanzoni, le venne il bisogno impellente di fare pipì. Oddio! – esclamò a voce alta – ma il bagno c’è? Temendo il peggio – dove è? Ormai parlava da sola- Varcò la porta nella stanza da letto, dove vi era l’unico balcone quello direttamente affacciato sul letto della signora di fronte, era nella stanza cucina –tinello – pranzo, con sguardo indagatorio girò il collo prima a sinistra e poi a destra e scorse come un cunicolo che si apriva al lato destro dell’angolo cottura, vi si precipitò abbassando in modo elastico la testa per non sbattere la fronte contro un muro decisamente ribassato – una catacomba pensò – ma un metro dopo le si apriva lo spazio su un grande locale da bagno, come un piccolo hammam che le sorrideva.

Giuliana ne osservò le piccole tessere di ceramica blu che coprivano le pareti fino a quasi tutto il soffitto e la curvatura dei lati della stanza che era fatta a cupola. I servizi erano di nuova fattura di colore blu scuro, sul pavimento un motivo stile art déco con piccole piastrelle del diametro di due centimetri, che alternavano i colori blu e grigi, una grande vasca rettangolare ampia due volte più della misura standard troneggiava dalla parete di fronte occupando quasi tutta la stanza. Sulla parte opposta un grande scalda acqua elettrico, appena sotto un ampio lavandino blu scuro dalla linea elicoidale ingigantito da un ampio specchio nudo ed incastonato nella parete incorniciato da tessere di colore blu. Sulla parete opposta l’ampio bidet e il water di forma rettangolare anche esso come il bidet in porcella blu scuro e sormontato da copri tazza rigidi intonati. Giuliana sorrise come quando si entra in visita in un set cinematografico, la scena le sembrava familiare come quella di un film di cui ora non le riusciva a tornare in mente il titolo, di quei “bellissimi” che per vederli rimanevi sveglia sino alle due di notte, doveva essere americano, ma proprio non riusciva a ricordarlo…in effetti quel bagno le piaceva, le metteva un’isolita allegria. In stile campeggio, fece pipì in piedi, notò che il bagno era indubbiamente stato lavato, forse rimaneva un pochino impolverato e di sicuro aveva la certezza che quel bagno non veniva adoperato abitualmente da donne, nel senso che vi erano passate ma per poco tempo, non c’era nulla di femminile in quell’ambiente, non vi erano mobiletti per riporre creme, prodotti di bellezza e pettini, né vi erano sostegni per accomodare asciugamani e rendere comodo l’uso abituale della stanza da toilette, finanche la disposizione dei servizi, alla parola servizi – la visuale del suo sguardo si trasformò in mille scandagli – veloce come quella di una mosca passò in rassegna ogni centimetro di quell’ambiente blu – e in un istante trasalì con un grado di nervosismo quasi febbrile: nooh!? – esclamò Giuliana – poi per confermare quanto non avrebbe mai voluto accettare, ripercorse velocemente all’indietro il cunicolo, passò in rassegna attentamente l’angolo cottura –  non era solo il tavolo a mancare ma anche la lavatrice!! No e proprio No Uffa! – si batté sulla fronte  mentre aveva gridato il suo rifiuto a voce alta – lo dirò subito alla proprietaria! Io i panni a mano non li lavo! Ne ora e ne mai –No assolutamente.  Sentiva un limite fisico dell’intera faccenda su cui non era lontanamente in grado di misurarsi.  Era una gestione di vita palesemente lontana anni luce dalla sua inaspettata capacità di adattamento. Come avrebbe mai risolto? Le avrebbe fatto presente che alle nel secondo millennio una casa senza lavatrice si può fittare al massimo per tre giorni, o lavatrice o uso comune della loro se proprio deve essere campeggio, stile universitari fuori sede. Non era in  grado di affrontare nemmeno per ipotesi altre scomodità, decise dunque di dare almeno una sistemata alla sue cose, ma si sentiva anche imprigionata dalla prima condizione che le era orami chiara, la proprietaria non le avrebbe procurato una lavatrice così su due piedi, o forse sì? Nel frattempo sentiva una strana euforia di fuga. Occorreva non agire di impulso e trovare a mente lucida una soluzione, sicuramente facendosi aiutare da Riccardo. Era agitata e pensò tra sé che forse toccando ciò che era suo si sarebbe calmata e ritrovata.

Si avventò nervosamente sulle valige, tirò fuori per prima cosa lenzuola e un prezioso coprimaterasso acquistato da Bassetti in piazza Trieste e Trento, se lo portò alla guancia come una carezza, benedicendo sua nonna che le aveva insegnato con tenerezza quei passaggi fondamentali per proteggersi come in una bolla da tutto ciò che ci poteva sorprendere da fuori, un qualsiasi altrove ed estraneo da ciò che immaginiamo, o che non conosciamo e che non potremmo ancora prevedere…<<tu intanto fidati – le diceva- e fai così..poi, ti troverai sempre bene>>.. Lei allora, era una ragazzina e annuiva e assimilava come un succo dolce tutti i suoi gesti, lenzuola stirate e ripiegate a quattro con la velina di carta messe comode nei grandi cassetti, così come i coprimaterassi di tela, conservati con sacchetti di lavanda. Biancheria profumata, le note del sapone riecheggiavano dal naso al cervello le parole di nonna:<< prima di fare il letto assicurarsi che il materasso sia foderato e protetto, dandole in consegna sulle mani stese, quanto conservava nei cassetti pesanti del trumon,  grandi teli di lino a cui lati erano cucite fettucce di cotone lunghe non più di venti centimetri; altri teli più spessi, e dal colore leggermente più ambrato, erano di canapa di Capua, – le specificava con parole da esperta –  erano le traverse da stendere sotto il telo di lino e da infiocchettare in modo orizzontale e legandole alla rete, poi il telo di lino con le fettucce alle estremità in verticale del letto a destra e poi a sinistra ad ogni passaggio che ripeteva in modo meccanico e sicuro – si ricordava esattamente dell’immagine della nonna – del suo viso e degli occhi neri e grandi, dei tratti alteri e signorili. <<Ora puoi apparecchiare le tue lenzuola, e dopo puoi stenderti anche tu, ecco fatto>>.

Ricalcare quei gesti le riportò una sensazione di calore, non era solo una questione di acari, di umori e di sudori sconosciuti, e con controllo si forzò di non pensarci. Il letto era fatto sembrava già imporsi nella sua signorile differenza. Giuliana si rivolse volenterosa alle valigie sistemate sulle tre sedie accostate alla parete, tutte aperte porgevano alla ragazza gli indumenti allegri e leggeri di una studentessa di 20 anni che calcava i suoi primi passi di una conquistata indipendenza. Alle sue spalle era spalancato anche il balcone, generoso di aria tiepida nel finire di ottobre ancora luminoso anche tra angolo vico Politi e vico Noce.

Ora sì che avrebbe voluto riposare un pochino, dormire un’ora piena, ma ovviamente mille imperativi le bacchettavano invisibilmente le mani, doverosa come era cresciuta non avrebbe ceduto fino a che l’ultimo indumento non aveva trovato posto nei cassetti e nell’armadio. Prima di iniziare, si voltò dando concretezza e forma ad una sensazione sempre più crescente ed insistente, come di fiato sul collo che le pesava dietro la testa, si voltò di scatto e vide fissarla proprio lei, la signora della camera da letto in cui anche lei con il suo quartino si affacciava, in più in diagonale -verticale anche il signore del piano di sopra che con la coda dell’occhio aveva captato, la stavano scrutando attento da dieci minuti, accompagnandola nelle sue movenze, nei suoi gesti come un gatto segue il volteggio di un moscone. Sussultò appena un pochino, e lucidamente rammentando prima a sé stessa, dove si fosse venuta a cacciare, educatamente fece con un cenno della testa salutò e chiuse il balcone, a voler dire: sipario calato, fine dello spettacolo.

Giuliana però aveva immagazzinato le immagine dei due testimoni – muti, pur avendoli intravisti per pochi istanti, quella della donna affacciata dalla camera da letto di fronte – era giovane e procace, il seno generoso messo in risalto da una maglietta di cotone leggero e con lo scollo tondo, i pantaloni del pigiama rosa a pallini più scuri e i capelli raccolti con una pinza di plastica color oro erano neri violacei; quella della sagoma di un uomo, l’inquilino del piano di sopra invece era colore tufo indefinito, come l’intonaco del palazzo, fumava, non era una figura accogliente. Giuliana non li degnò mentalmente di una considerazione in più.             Li sciolse nel buio.

Ora il balcone era chiuso ma senza le benedette tende era una soluzione troppo drastica per vivere, decise dunque risoluta di accostare gli scudi grigi di legno tanto da lasciare entrare quel tanto di luce da non dover accendere lampadine, e infatti tutta la stanza perse il calore ambrato del cielo di ottobre e divenne opaca pure se erano passate appena le 12.00 ma quella rimaneva l’unica possibilità di imporre al suo nuovo mondo un po’ di riservatezza.

Aprì l’armadio ed iniziò a contare mentalmente grucce per abiti e spazio per giacche e un soprabito da pioggia, riponeva tutto con ordine e con sveltezza, poi la biancheria sui ripiani dell’armadio dalle ante specchiate, lenzuola a destra ed asciugamani al centro, pensando all’accostamento dei colori vivaci con il blu assoluto del bagno, infastidita si tormentava con pensieri futuri circa l’eventualità di dover lavare comunque la sua biancheria a mano. La prima valigia era stata svuotata notò con soddisfazione Giuliana, prese la seconda e osservò che aveva riposto con ordine tutti i suoi capi di biancheria personale. Nonostante la fretta di fare le valige, non avrebbe voluto dimenticare nulla, mutande , reggiseno, calze e calzini, anche le tshirt voleva riporle tutte nella comoda cassettiera del grande armadio e ora le sembrava che quell’ordine assecondasse i suoi bisogni, la fatica del giorno le cedeva docile, conferendo una sistemazione anche ai pullover e ai capi più spiritosi quelli con i brillantini che indossava quando andava a ballare con Riccardo. Ancora pantaloni, si voltò osservando che in realtà erano in numero sempre maggiore degli abbinamenti con magliette e camice, prese le sue gonne leggere riponendole con delicatezza sulle grucce tutte da abiti maschili, ma ci stavano pensò e non cadranno, ah questa gonna con i fiorellini rosa e verdi sul fondo di organza bianco, la mia preferita – disse tra sé – accarezzandola con gli occhi, no questa va appesa per bene su una gruccia a parte solo sua, altrimenti si rovina e mi dispiace- ormai aveva ripreso a parlare da sola – pratica che le era diventata confacente da quando era ragazzina. C’erano alcuni suoi indumenti che le piacevano talmente tanto per i quali provava quasi affetto, le stavano bene oltre la vestibilità, le facevano compagnia e la proteggevano – pensava – le sfioravano le gambe snelle, ondeggiavano con lei ritmicamente al suo passo deciso, accompagnandola all’Università, e ogni volta giurava che non le avrebbe mai buttate via, l’avrebbero seguita per tutta la sua vita anche quando non avrebbe potuto più indossarle, perché passate di moda o perché non le sarebbero più entrate o quando avrebbe avuto figli, pensiero a cui si sottrasse con la stessa velocità a cui si era liberata dagli sguardi dei due intrusi .

Ultima valigia? – esclamò soddisfatta ma al tempo stesso guardinga che i suoi osservatori nascosti stessero già ridendo alle sue spalle perché avevano carpito suoni di dialogo solitario o più precisamente che la novità parlava da un’ora con le gonne e le grucce- ma riprese incurante tanto i vetri erano chiusi, posso rilassarmi quanto voglio dunque si diede coraggio e riprese ad alta voce- e qui ci sono le scarpe, i jeans e questi altri due pantaloni neri da sera, con l’effetto serpente in ecopelle- ecco pensò – questi – si dava ritmo – possono andare in questi due qui sotto e guardò due cassetti alla base del mobile armadio ancora non esplorati, questi sono belli larghi quanto lo spazio dell’anta e i pantaloni ci staranno benissimo e sarà anche comodo prenderli, aprì il primo, quello di destra e vi ripose gli indumenti piegati e poi – noo- esclamò ci sono ancora quei maglioni pesanti, che indossava quando con Riccardo andavano nella sua casa di montagna e spesso sciavano se c’era neve, per questi a Napoli non c’è utilità e sono realmente troppo ingombranti, erano due grossi maglioni fatti a mano dalla zia di Riccardo che aveva usato i ferri misura 22, praticamente come avere una pecora addosso – sorrise tra sé Giuliana – a questi serve una casa tutta loro – ciarlava da sola – e li metto in questo altro cassetto a sinistra, intanto la visibilità nell’ampia stanza si era consumata come una candela. Si alzò risoluta verso i balconi non si avvistava nessuno scocciatore in attenta ripresa della nuova abitante – quindi poteva spalancare le imposte – si disse decisa –  …e questi jeans ecco anche questi vanno al cassetto chiuso – lo apre sente rotolare qualcosa, un rumore vitreo come di biglie luccicanti, no non sono palline – esclamò tra sé Giuliana – in questa luce grigia non si vede nulla ma il sole è già sparito?  guardò di fronte e poi in alto – sospirò – da sole 5 ore era abitante di quella casa ed era divenuta certa che se avesse aperto anche le porte dei balconi oltre gli scudi, i gufi sarebbero ricomparsi all’istante, aprì dunque le imposte avendo cura di appannare quella di sinistra per non essere vista alle spalle mentre scrutava nel cassetto e vi ritornò decisa alla scoperta. La luce era ora maggiore, ne prese in mano due e li riconobbe senza ombra erano proiettili. Le cartucce colore ottone erano intatte, fredde, la testa colore rame, alla base vi era inciso il numero 22 con la scritta “Long” , li misurava nelle sue mani pensando che non sin era mai trovata a toccare quei due centimetri di ferro mortale.

Giuliana congetturava –  chi poteva mai averli lasciati qui? E perché Immacolata non aveva pulito i cassetti a fondo, o li aveva lasciati di proposito dando ampio sfogo alla sua evidente incapacità di prudenza e di riflessione, forse con l’intento di farmi impressionare? Di nuovo si voltò indietro guardando il letto, chi mai ci aveva dormito? L’immaginare altre vite in modo imperscrutabile collegate con la sua in quel luogo, lasciava intanto spazio a nuove domande che la costrinsero a pensare a lei in quel momento, e al fatto che non provava paura di fronte a quella scoperta ma solo un inaspettato distacco. Poi la sua severa voce interna le rimbrottò che in meno di cinque ore si era esposta ad abbastanza imprevisti e tutti sotto quella sordida luce fioca, in un mondo estraneo e troppo diverso dal suo, la casa brutta perché era uno schifo da fare paura, gli occhi fissi e penetranti dei dirimpettai che non le avrebbero dato tregua, vampiri di sangue stranero, avrebbe dovuto cedere molto della sua naturale ritrosia per essere lasciata in pace. E poi ora i proiettili, che lei non aveva mai visto se non nei film, o nei servizi del telegiornale, che cosa c’entrava lei con questa gente, con questo posto, con queste cose – continuava a domandarle la sua voce interna. Un senso di gorgoglio tumultuoso le aveva preso in ostaggio lo stomaco, dunque liberò le forze fisiche più interne per acclamare un moto di dignità – si arrabbiò con sé stessa, sarebbe voluta andare via all’istante ma un vortice di razionalità le spazzò via ogni volteggio della sua mente, la proprietaria – questa Consiglia Di Napoli si ripetè- non le avrebbe mai restituito i soldi indietro e quelli erano anche gli ultimi soldi che aveva per questo mese. No pensò Giuliana troppo difficile sarebbe andare via ora o oggi stesso ma – pensava anche sentendosi in colpa per la sua scelta ostinata a volere prender questo assurdo appartamento – non posso e non devo dirlo a Riccardo che è già apertamente contrariato che sia venuta ad abitare in questo posto.

Giuliana altalenava da una sensazione all’altra, e si leniva cullandosi nel pensiero del suo fidanzato Riccardo, che l’amava tanto, e che lei percepiva senza infingimenti fin sotto la sua pelle ancora dopo due anni quasi che uscivano insieme. La sensazione di calore che le portava alla mente l’abbraccio stretto di Riccardo le fece riscaldare il muto acciaio tra le mani, si ridestò e ripose le pallottole nel cassetto fissandole ancora e ricontandole – erano 12 in tutto e mostravano con baldanza che appartenevano a quel posto da molto tempo e lei invece no. Non posso ritornare indietro – si ripeteva Giuliana- né mia madre né mio padre capirebbero, prima il mio andare via e ove mai peggio il ritornare indietro, la prigione dorata di nuovo – esclamò a sé stessa. Seduta sul bordo del letto, guardava il cassetto e pensava, calma –“ io qui ci debbo stare un pò di tempo, almeno per i miei programmi di studio di questo anno universitario- “ ho però anche paura che questo posto non sia sicuro per me – ecco l’ho detto confessò ad alta voce – dunque ne parlerò con la proprietaria la signora Consiglia  – ne ho tutto il diritto di farlo – si costruiva già la struttura delle frasi da dire sentendosi più che giustificata dalla sua estraneità all’intero ecosistema delle scale di Santa Maria Francesca – se non mi rassicurerà allora sarò costretta a dirlo a Riccardo – cercava intanto anche di organizzare una possibile quanto scongiurata resa incondizionata che fosse accogliente- e magari farò venire lui per riscuotere le mensilità già anticipate ma sì – si rassicurava totalmente allo sbando delle mattonelle che calpestava, dell’armadio che toccava e del cassetto che osservava cieca – poi alla fine si aggiusterà tutto e se vorremo, andremo via liberamente.

Ormai aveva svuotato tutte le sue valige, almeno quelle degli indumenti, le grosse scatole piene di libri erano ancora chiuse nella stanza soggiorno- angolo cottura senza tavolo, Giuliana non riusciva ad affrontarne il peso ora anche dopo il ritrovamento dei proiettili. Però seduta sul letto non accantonava del tutto l’intenzione di preparare in mente un possibile discorso da affrontare con la proprietaria, decise di scrivere su un foglio di carta l’elenco puntuale delle difficoltà che realmente le impedivano di vivere lì, pur se non aveva deciso definitivamente di scappare subito, ma realmente pur accettando questa sfida doveva poter resistere dignitosamente, poter mangiare su un tavolo e soprattutto studiare. Non parliamo dell’inverno che sarebbe arrivato di lì a poco e che senza lavatrice un essere umano –donna alle soglie del 2000 non potrebbe resistere una settimana- no lavatrice, no ferro da stiro, no freezer, no riscaldamento, no tende, no privacy, no luce, no pentole, proiettili si, quelli si. Ecco rileggeva il suo elenco e pensando alle cose essenziali che ancora mancavano di essere annotate si addormentò sfinita. Ebbe solo il tempo per coprirsi con la coperta di lana, un lungo scialle fatto ad uncinetto dalla sua nonna, dai mille colori, dal quale non si separava mai.  Quando si svegliò era buio ma non immaginava che ora potesse essere –  passandosi le mani tra i capelli-  “Oddio mio – esclamò sgranando gli occhi – ma quanto ho dormito? – intontita cercava punti di riferimento confortanti, ma era come trovarsi in una caverna di montagna. Subito si riorganizzò mentalmente ricordandosi che quel venerdì non doveva andare a lavoro, entrambe i due suoi alunni, il primo al Vomero e il secondo alla riviera di Chiaia erano stati premiati da uno sciopero sindacale degli insegnanti e in realtà era stato un regalo anche per lei permetterle il trasloco e la sistemazione ai quartieri, ad entrambe il giorno prima aveva fatto anticipare i compiti assegnati, ciò era stato bene accolto dai genitori dei ragazzi in particolare quelli di Paolo che tra i due era decisamente più bisognoso di sostegno costante, si trascinava anche alle scuole medie una pesante svogliatezza che aveva aggravato le sue grandi lacune già dalle scuole elementari. I genitori di entrambe, l’altro, Luca era al ginnasio e in condizioni economiche  che definire floride sarebbe stato diminutivo, sarebbero andati fuori Napoli dal venerdì,  le avevano assicurato lo stesso il corrispettivo delle due ore anche senza vedersi il venerdì. Di questo suo modo di mantenersi era soddisfatta riceveva molti complimenti dai genitori dei suoi alunni. Giuliana si sentiva ancora imprigionata da troppe sensazioni fastidiose, provate tutte insieme e ravvicinate, sarebbe voluta andare via subito, e telefonare a Riccardo, ma qui non c’era nemmeno il telefono, si voltò in modo sarcastico verso sé stessa questa volta, a destra e poi a sinistra osservando con deciso sconforto la bruttezza dei due comodini incastrati nella spalliera del letto a foggia di cassaforte e immediatamente aggiunse all’elenco del foglietto, no telefono con due sottolineature. Va bene – si ripeté – ci sono i proiettili. Ora mi rivesto e vado a telefonare fuori – Giuliana non riusciva a resistere e a stare ferma se si sentiva in trappola – mentalmente le scattava la molla di organizzare equazioni e piani di fuga – uscire, telefonare da un bar – ce ne sarà uno qui sotto provvisto di telefono ho la scheda – Riccardo si starà chiedendo che fine ho fatto. La fame ormai non cedeva un centimetro al ragionamento, magari una pizza – le gongolava in mente già l’acquolina e al pari della fame quella dell’essere stretta, avvinta dall’abbraccio di Riccardo, una fame di contatto con qualche cosa di suo sicuro, simile ad un calore familiare, a cui non saprebbe rinunciare, ora.  Il vuoto fisico di Riccardo, i suoi occhi verdi, le sue mani le sue spalle larghe atletiche potevano sfamarla di vita.

Lui appena tre anni più di lei aveva già la pienezza di un uomo, e lo era nei modi e nella azioni, concreto, leale, sano come il suo amore e le sue voglie, sane le sue mani aperte, puliti i suoi baci e le sue carezze, un carattere diretto e positivo, la persona più gentile che avrebbe mai incontrato nella sua vita.

Infila una maglia pulita dall’armadio ed inforca il cunicolo per il bagno, appena il tempo di fare pipì e lavarsi i denti. Di nuovo in camera da letto si accomda la maglia e i jeans e prende la borsa, percorre veloce con le mani negli scomparti di stoffa per assicurarsi di tenere al riparo le chiavi della sua nuova sistemazione e di assicurare da gesti maldestri il portafogli con i pochi soldi ed i documenti. Senza trucco senza pettinarsi, con l’aria di una persona sconvolta che non vuole ammettere di esserlo, ma lo è e fin dentro le ossa, esce e chiude dietro di sé la porta di casa. L’unico pensiero ora è di uscire da lì e chiamare a casa di Riccardo sperando che abbia già fatto ritorno dall’Università. Salirà quasi a due tutti i gradini scuri delle scale del palazzo che dal suo nuovo appartamentino dei quartieri la porteranno all’immensa apertura sui tetti del corso Vittorio Emanuele, decisa a trovare un bar, un telefono e da lì aspettare Riccardo che verrà a riprenderla.

 

 

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