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Napoli, sembra il solito mercato in prospettiva di chi non è interessato a vincere, ma solo a guadagnare!

Si può discutere di tutto nel calcio e nessuno mai può dire di aver più o meno ragione sui tanti argomenti che si dibattono che rendono proprio per questo lo sport più affascinante, più avvincente, perché il più imprevedibile di tutti e dove ogni opinione a turno può rivelarsi giusta. Tuttavia qualcosa che sfugge a questa imprevedibilità del calcio pure esiste, perchè è fin troppo  la volontà, lo stile  di un club e la diversità di chi lo gestisce nel perseguire gli obiettivi, rispetto ad altri club da questo punto di vista più agguerriti, così come lo è la Juve, mai sazia di vittorie, in qualsiasi competizione. Ormai sono passati più di dieci anni di presidenza di Aurelio De Laurentiis del club di milioni di napoletani nel mondo e anche se nella vita a volte non bastassero cento anni per capire una persona, in questo caso una chiara idea su questo personaggio bisogna essersela pur fatta, almeno della sua persona pubblica,  perché è talmente spiccata la sua personalità, il suo modo di essere, il suo approccio al pianeta calcio,  che bisogna essere solo incapaci di intendere e di volere per non capire le sue logiche imprenditoriali tanto evidenti e lineari quanto istrioniche riguardo sia alle sue imprese nel cinema, di cui in questo caso poco ci interessa, che nel calcio, argomento a cui siamo molto più appassionati Ad ogni modo per capire meglio il personaggio De Laurentiis, l’imprenditore, il capitano d’industria,  bisogna innanzitutto partire dal fatto che le sue imprese sono incentrate su uno stile patriarcale un tantino antiquato, malgrado il personaggio si vanti di grande modernità e lungimiranza,  ma è più spesso lo stile tipico della ditta padronale, che della vera e propria società di capitali a venir fuori, malgrado le sue ecumeniche esternazioni in fatto di cambiamento faccessero pensare il contrario, spesso e volentieri illudendo chi lo ascolta, sulle sue intenzioni progressiste quanto a stadi nuovi, strutture, organizzazione e conquista di nuovi mercati e quant’altro va raccontando. In genere sono solo chiacchiere, perchè ad oggi il club Napoli, al di là dei risultati sportivi, quanto ad organizzazione, strutture e quant’altro è rimasto all’anno zero, quindi resta lo stesso club di quando De Laurentiis lo ha preso esattamente 13 anni fa, sfidiamo chiunque ad asserire il contrario. Chiaramente è tutto legittimo, perchèpiaccia o non piaccia il Napoli dal punto di vista giuridico è interamente proprietà di De Laurentiis, malgrado oggi sono tempi in cui le società di calcio  si richiede molto di più che essere una semplice impresa familiare, visto che sono autofinanziate soprattutto dai tifosi, al punto che tanti grandi club praticano l’azionariato popolare, a parte quelli di proprietà di sceicchi o magnati. Sì, perchè un club di calcio è un’impresa atipica, non è mai proprietà di una sola persona, ma virtualmente, sentimentalmente e persino economicamente lo è di milioni di persone che ne finanziano la crescita e formano una  filosofia di vita propria, che distingue dagli altri club.  Questo soprattutto a Napoli, dove il rapporto tifoso e propri colori almeno in Italia si identifica più di ogni altro club. I tifosi napoletani sono in maggioranza tutti legati per appartenenza alla napoletanità, aspetto che renderebbe questo club il più fertile, più credibile quanto ad un possibile ‘azionariato popolare, così come da sempre lo è il Barcellona, dove l’azionariato popolare è nato non tanto per un’esigenza sportiva a se stante, ma per difendere un’appartenenza, la catalanità si cui sono talmente orgogliosi dall’indire un referendum separatista. Nessuno vorrebbe arrivare a tanto,ma sarebbe pur giusto che le già poche  risorse napoletane non andassero nè ad ad arricchire altri e neanche sprecarle al punto di non portare mai nulla a casa. Le risorse dei napoletani devono servire per farci rispettare, non dileggiare in tutte le città italiane e persino da chi gestisce il club di calcio, che ogni tanto rinfaccia il doloroso passato ai tifosi napoletani stessi affinchè ergersi a salvatori della patria.  Francamente troviamo difficile da accettare logiche così individualiste rispetto al bene comune di milioni di persone che non solo versano amore e soldi senza ricevere granchè in cambio, tranne che cori discriminatori, soprattutto poi quando si tratta della propria cittàe della propria squadra del cuore. Queste logiche si può accettarle, come accade adesso, solo perchè le cose vanno momentaneamente bene dal punto di vista sportivo e allora si chiudono tutti e due occhi su tutto il resto,  ma neanche poi tanto ,viste le divisioni e le perplessità riguardo alla gestione societaria. Immaginiamo cosa accadrebbe qualora le cose andassero male, come pur spesso accade nel calcio persino a club prestigiosi e attrezzati, figuriamoci a quelli più improvvisati e giovani come può esserlo il club gestito da soli 13 anni da De Laurentiis. I più ottimisti si chiederanno il perché di queste perplessità se il Napoli è ormai da sei o sette anni stabilmente ai vertici del calcio italiano, vincendo anche qualche trofeo e partecipa negli stessi anni costantemente ai tornei più prestigiosi in Europa? E’ anche giusto porsi questa domanda, visto che questo club storicamente, a parte un settennato di grande splendore maradoniano,  ha sempre vissuto di pochi alti e molti bassi ed ora che si è raggiunta una stabilità almeno dal punto di vista sportivo bisognerebbe essere più che contenti, ed è un ragionamento anche giusto e sensato. Non lo e più però, quando invece si analizzano più a fondo le dinamiche di questa gestione e si diventa consapevoli che malgrado annate positive in concomitanza di quelle negative di rivali caduti in disgrazia, non si riesce ad approfittare in modo soddisfacente della maggiore forza anche economica che il fallimento e la rifondazione ha generato,  per non dire del rinnovato entusiamo dopo anni bui, affinché perseguire i più alti obiettivi che qualunque grande club di calcio ha il diritto-dovere di raggiungere con convinzione e capacità. Questo è un discorso che vale sia per l’aspetto sportivo che strutturale. Le nostre perplessità continuano a persistere nonostante il Napoli è a metà della stagione primo in classifica, ammirato da tutti, e con grande capacità economica (quest’anno ha fatturato più di 300 milioni) dal potersi permettere un grande mercato che non c’è stato d’estate e in questa sessione invernale ancora si fatica per prendere un Verdi qualsiasi che a quanto pare nemmeno lui sembra così entusiasta di venire, mentre invece per sopperire ancora a quelle pochissime lacune tecniche, bisognerebbe lanciarsi senza tentennare in un paio di acquisti davvero importanti,  che qualora non fossero colmate potrebbero risultare fatali nella parte clou del campionato. Ed è sempre in questa fase della stagione, che viene fuori chiaramente tutto lo stile imprenditoriale di De Laurentiis che più di tentarle tutte  per provare ad assicurarsi il successo sportivo stagionale, con acquisti mirati in tal senso, punta  invece esclusivamente alla futura solidità economica  del club, ma soprattutto delle sue finanze, blindate in tesoretti pressochè inutilizzati se non per qualche alchimia fiscale a far quadrare i bilanci che al netto delle solite chiacchiere e promesse mai mantenute di progetti di stadi nuovi, di cittadelle dello sport, e di tante altre belle iniziative visionarie più volte decantate e mai nemmeno progettate. Riguardo all’aspetto più squisitamente tecnico e sportivo, De Laurentiis nelle sue solite e frequenti esternazioni, ha pur sempre detto molto chiaramente di non essere così ossessionato dalle vittorie sportive come lo scudetto, ritenendole addirittura volgari, sguaiate, sfarzose, al contrario di questo perenne progetto di crescita continua che però si interrompe sempre sul più bello, per poi ripartire con lo stesso progetto prospettico, che non prevede mai vittorie sportive, ma solo economiche, attraverso quei risultati della squadra che assicurino budget di spesa attaverso le Champions, le plusvalenze, i diritti televisivi, gli incassi allo stadio, e quel minimo di marketing e sponsoring che si ricava dai discreti successi di questi anni. Tutto questo già ben suffragato dalle chiare intenzioni del presidente è ancor di più avvalorato dallo stile con cui si cimenta al mercato, con grande propensione all’esigenze prospettiche più che a quelle immediate, sarà per questo che difficilmente si fa entusiasmare nell’ingaggio di calciatori affermati, o i classici top player. È capitato solo per puro intuito di certi allenatori aver preso dei top player nascosti al mercato generale come fu Cavani, preso quando era riserva a Palermo alla modica cifra di 18 milioni, e una volta affermatosi a Napoli in qualità di Top Player fu veduto al Psg. Più o meno la stessa cosa quando si prese  per 38 milioni Higuain, che a differenza di Cavani, top player  lo era già diventato in Spagna , ma ormai depresso dalle troppe panchine al Real Madrid  si decide di sposare il progetto Napoli, attratto non solo da Benitez, ma anche perchè prerso dallasuggestione di giocare nella squadra di un suo connazionale famoso. Il Pipita a sua volta rigenerato nel Napoli fino a battere un record secolare di gol è stato poi venduto all’enorme cifra di 90 milioni niente di meno che alla rivale di sempre, la Juventus e anche questo aspetto la direbbe lunga di quanto interessasse di più a De Laurentiis guadagnare soldi che non vincere il duello con la rivale di sempre, a cui si fornisce anche il suo miglior calciatore . Ad ogni modo,  sia Cavani che Higuain sono arrivati a Napoli soprattutto per intuizione degli allenatori che in quel momento siedevano in panchina e all’inizio del rispettivo progetto iniziale, perché Mazzarri dopo il primo anno ha insistito per Cavani, e Benitez che doveva rifondare la squadra e ricostruire il progetto ormai chiuso di Mazzarri,  richiedeva un grande centravanti che sostituisse Cavani. Fu anche grazie al carisma di Benitez che arrivò Higuain da queste parti, difficilmente sarebbe arrivato senza il grande progetto del tecnico spagnolo, che fin li aveva assicurato la venuta di tre giocatori del Real Madrid, più il suo pupillo Reina e avallato l’acquisto di Mertens, già trattato in precedenza da Bigon. Come si può evincere è stato solo quando i tecnici che si sono succeduti al Napoli hanno indicato il mercato è venuto fuori qualcosa di veramente buono, ma a Napoli, con un presidente accentratore e idee chiare sugli obiettivi primari come De Laurentiis, il non è mai stato completamente indirizzato dai tecnici non fu facile neanche per Benitez al secondo anno incidere così come al primo quando De Laurentiis non prese nessuno prima del preliminare champions,  per non dire che a gennaio nessun tecnico al Napoli abbia mai inciso sugli acquisti in quella sessione invernale, sempre stata di esclusiva pertinenza del presidente che rivolge le sue attenzioni esclusivamente solo al mercato in prospettiva ecco perchè  soprattutto a gennaio arrivano gli investimenti su questo tipologia di calciatore. Quale prospettiva? Di sicuro non quella di vincere titoli sportivi da subito, quelli se arrivano, bene, anzi male per De laurentiis che dovrà farsene una ragione perchè lui vede le vittorie sportive come una problematica sovraesposizione di costi, manie di grandezza,in cui preferirebbe non essere coinvolto per vivacchaire di rendita ma soprattutto senza costi ed investimenti eccessivi, che gli costerebbero i ricavi così puntigliosamente accumulati con il minimo sforzo. Come? Cominciando prorio dal mercato di gennaio dove esattamente parte e il progetto futuro, quindi  realizzando plusvalenze con calciatori ormai ingombranti, e progettarne altre con calciatori talentuosi come nel caso di Verdi, che si prenderebbero più che per vincere nell’immediato, per far si di non trovarsi scoperti qualora qualche clausola sapientemente apposta sui gioielli di famiglia venisse pagata.  Sembrerebbe un ragionamento contorto e invece è di una chiarezza assoluta, sulle reali intenzioni e obiettivi di De Laurentiis. Lo conferma il fatto che è sempre con queste intenzioni che in passato sono stati presi i Datolo e Navarro, i Fernandez e Ruiz, i Jorginho e Gabbiadini, i Grassi e Regini, e ora Verdi, Machach e chissà chi altro. Per carità, non abbiamo nulla contro l’acquisto di Verdi che ci piace anche tanto, ma di certo non è la priorità tecnica  per una squadra che manca ancora di un grande centrocampista e un centravanti.  Questo, per chi non lo avesse ancora capito, è il vero progetto perpetuo di De Laurentiis, dove la vittoria potrà arrivare solo per caso o se altri rivali abdicassero, o rinunciassero tutti insieme, non di certo perché fosse un obiettivo della Società! A questo punto ci auguriamo vivamente che il tecnico Sarri e i calciatori dessero più del 100% per mantenere il primato fino alla fine, ma con le solite premesse e con le differenze ben marcate con la super potenza juventina sia dal punto di vista tecnico, che di blasone, mentalità, organizzazione e quant’altro, sarebbe davvero un miracolo sportivo, la realizzazione di una favola, ma noi da queste parti abbiamo smesso da tempo a credere alle favole e non ci illudiamo affatto, ma magari ci sbagliassimo… magaaari!

Pippo Trio

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