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M5S game over, anche se in tanti salveranno lo stipendio: massoni e espulsi compresi

di Peppe Papa

M5S, game over. Inciampi, bugie, incompetenza, faide interne, imbarazzi, leader in fuga, una inarrestabile implosione nonostante sondaggi che li premiano oltre i loro meriti. Il caso dei finti rimborsi venuto fuori in questi giorni ha messo nudo la fragilità strutturale del “partito non partito” che da antisistema, nel giro di una legislatura, ne è entrato a far parte a pieno titolo condividendone riti, miti, sete di potere e privilegi. A partire dai soldi. Che si sa, non bastano mai, specie per chi, prima di sedersi in parlamento non ne aveva mai visti tanti tutti insieme guadagnandoli, tra l’altro, con estrema facilità. Il più clamoroso degli inciampi in cui sono incappati gli stellati che ha smontato, in men che non si dica, uno dei pilastri della loro presunta diversità: l’onestà. “Abbiamo restituito oltre 23 milioni di euro del nostro stipendio, fatto partire 7mila aziende e permesso la creazione di 14mila posti di lavoro” affermavano con orgoglio mentendo spudoratamente, visto che con quella cifra sarebbero arrivate alle microimprese finanziate all’incirca 3000 euro a testa con le quali, al massimo, avrebbero potuto pagarsi la consulenza di un esperto per il disbrigo delle pratiche burocratiche per accedere al “Fondo di Garanzia per le Pmi”, istituito dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) con una dotazione di oltre 1,5 miliardi di euro e operativo già dal 2000. Che, lo ricordiamo, non eroga denaro tout court  a chi ne fa richiesta, ma favorisce l’accesso alle fonti finanziarie (banche) mediante appunto la concessione di una garanzia pubblica che si affianca a quelle reali in possesso dell’impresa stessa che presenta l’istanza. Dunque, numeri sparati a vanvera e senza uno straccio di riscontro, utili a fare un po’ di scena a favore dei loro ‘invasati’ sostenitori e del numeroso popolo degli arrabbiati anticasta italiani. Si è visto poi, una volta scoperchiato il pentolone delle bugie, come gli eletti, anche quelli in regola con i versamenti, facessero quadrare i conti caricando cifre pesanti con i rimborsi spese (pagati dalla Camera di appartenenza) riportando a 100mila euro l’anno di media il proprio reddito da parlamentari. Non male per chi con pochi clic ottenuti in Rete e magari senza arte né parte ha trovato, senza aspettarselo, un ricco modo per sbarcare il lunario. Ed è così che in molti, soprattutto i big del Movimento proiettati senza alcuna fatica nel paese di Bengodi, si sono montati la testa cominciando a sentirsi degli statisti destinati a diventare, per grazia ricevuta, i futuri padroni del vapore. Un background nel quale, inevitabilmente, si è acceso lo scontro interno che ha alimentato la divisione in fazioni impegnate in una feroce guerra di posizione in vista dell’ingresso finale nella stanza dei bottoni. Lo scontro più cruento è avvenuto tra Grillo e Casaleggio jr. Il primo, insieme ai duri e puri, attestato sulla vecchia linea del “partiti ladroni” e del “noi contro tutti” funzionale alla propria idea di ‘teatro civile’ che tanta fortuna ha procurato alla sua carriera di entertainer, fiutata l’aria ha mollato la creatura da lui stessa creata ed è ritornato a fare il comico a tempo pieno, mentre il secondo, affiancato dall’ambizioso Luigi Di Maio ha continuato a perseguire baldanzoso il progetto di potere delle origini non disdegnando, eventualmente, di allearsi anche con il diavolo pur di arrivare al governo. Nel frattempo David Borrelli, ex pizzaiolo e studi ultimati con una onorevole licenza di scuole medie, amico stretto di Grillo e uno dei tre soci d’origine dell’Associazione Rousseau,  capo delegazione a Bruxelles, ha rassegnato le dimissioni dall’organizzazione e si è iscritto al gruppo misto, facendo sapere di essere pronto al lancio di una nuova forza politica. Insomma, si è messo in proprio, nel 2019 si vota per il parlamento Ue e lui conta di mettere su famiglia. Con queste premesse, a prescindere dall’esito del 4 marzo che non è niente affatto scontato considerando che, secondo un’indagine Demos per Repubblica, c’è ancora un 45% di cittadini indecisi, è difficile che la baracca possa reggere a un urto sfavorevole, o a una sostanziale tenuta elettorale ai livelli attribuitigli. L’unica certezza è che ci sarà comunque un po’ di gente che continuerà a lucrare un generoso stipendio, compreso i massoni in lista sfuggiti ai controlli e i furbetti dei rimborsi messi alla porta dal ‘grande capo’, Luigino Di Maio da Pomigliano d’arco.

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