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PALAZZO SERRA DI CASSANO Il ‘Teatro della filosofia’ presenta “La doppia Barbarie”

IL TEATRO DELLA FILOSOFIA: LA DOPPIA BARBARIE
venerdì 23 febbraio 2018 – ore 19.00
Palazzo Serra di Cassano – Napoli – Via Monte di Dio, 14
INGRESSO LIBERO 

Il Teatro della filosofia è la denominazione scelta a segnalare una particolare sezione del programma di attività dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Essa risponde a un modo di concepire la comunicazione filosofica mirato a potenziare, attraverso le arti audiovisive, la collocazione pubblica dei saperi umanistici, la cui disseminazione – a certe condizioni – può essere strumento per promuovere la crescita personale e sociale dei singoli individui. L’idea nasce dall’incontro fra l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, l’Accademia di Belle Arti di Napoli – nella persona di Paolo Prota – e Rosario Diana, ricercatore presso l’Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno del Cnr. Il Teatro della Filosofia è però anche un “ambiente” opportunamente attrezzato per l’esecuzione pubblica di performance disseminative, progettato e realizzato da Paolo Prota e dalla sua Scuola di Scenografia presso l’Accademia, con la collaborazione di Rebecca Carlizzi, Raffaella Rota, Marianna Russo.

Programmato nell’ambito della rassegna “Il teatro della filosofia”, l’incontro del 23 febbraio 2018 – alle ore 19,00 – presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, intitolato La doppia barbarie, è dedicato appunto a due forme di declinazione della barbarie umana ritornata e ritornante: la chiusura egoistica di chi non ha nulla e quindi nulla può dare all’altro e quella di chi – pur avendo tutto o comunque molto – nulla è disposto a donare.
L’evento prevede una lectio di Maurizio Cambi – professore di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Salerno – su Il naufragio della “pietas” tra zattere e utopie, e un teatro-reading, Il buio sulla zattera, scritto e diretto da Rosario Diana (Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno – Cnr), con scenografia di Paolo Prota (Accademia di Belle Arti di Napoli). Il buio sulla zattera è appunto un’opera di teatro-reading filosofico, ispirato al quadro di Théodore Géricault, La zattera della Medusa (1819). Il quadro si riferisce a un episodio storico: il naufragio della fregata francese Méduse, che, per l’inettitudine del suo comandante, si
arenò il 2 luglio del 1816 al largo delle coste dell’attuale Mauritania. Scompostamente, la maggior parte dei passeggeri – fra cui vi erano personaggi di rango, ai quali si riservò la migliore collocazione – fu imbarcata sulle poche scialuppe disponibili. In mancanza di meglio, alcuni preferirono rimanere a bordo del natante incagliato in attesa dei soccorsi. 152 persone (fra cui una sola donna) trovarono un posto assai precario su di una zattera lunga 20 metri e larga 7, che fu costruita con pezzi della nave e che negli intenti originari doveva essere rimorchiata. Intimoriti dal peso, che avrebbe reso difficile il governo della rotta, gli ufficiali a bordo delle scialuppe pensarono bene di abbandonare la zattera al suo destino, tranciando le gomene e lasciandola in balia delle onde per più di dieci giorni. Quando finalmente arrivarono i soccorritori, dei 152 ne trovarono in vita solo 15.
Ma, in breve, cosa successe su questa imbarcazione di fortuna nei giorni della deriva e perché questi fatti suscitano il nostro interesse? Quando sulla zattera della Medusa cala la notte, l’essere dell’uomo mostra il suo lato più tenebroso. «Appena il giorno sopraggiungeva – ricordano nel loro resoconto Corréard e Savigny, due dei 152, rispettivamente ingegnere-geografo e medico della Marina –, eravamo molto più calmi; mentre l’oscurità riportava il disordine nei nostri cervelli indeboliti» (A. CORRÉARD – J.B.H. SAVIGNY, Il naufragio della “Medusa” – 1821 –, Milano, Edizioni Medusa, 2012, p. 87). Come un’infezione, il buio circostante contagia le menti dei naufraghi e le ottunde. Ha gioco fin troppo facile. Il confine fra la vita e la morte è reso spaventosamente più palpabile nella sua porosità dal peso sproporzionato del carico rispetto alla portata della traballante imbarcazione: il che costringe i malcapitati ai bordi a viaggiare semisommersi dalle acque agitate dell’oceano. «Eravamo […] costretti a stringerci gli uni contro gli altri al centro della zattera – precisano ancora i due memorialisti per caso (e che caso!) –, che era la parte più solida: coloro che non ci riuscirono, morirono quasi tutti» (ibid., p.73). Corréard e Savigny confessano che «il terrore, l’inquietudine, le più tremende privazioni avevano fortemente alterato le […] facoltà
mentali» (ibid., p. 85) dei naufraghi. Dopo le risse sanguinose, scoppiate di notte fra chi voleva farla finita per tutti, recidendo il cordame che teneva insieme le tavole, e chi si opponeva al suicidio di massa, la zattera era cosparsa dei corpi delle vittime. Molti, in preda alla disperazione e alla fame, si precipitarono su quei cadaveri, ne tagliarono dei pezzi e li divorarono all’istante. «Qualcuno p ropose di far disseccare quei brani di carne per renderli più sopportabili al palato. […] Noi tentammo di mangiare le tracolle delle sciabole e delle giberne
e riuscimmo a ingoiarne qualche piccolo pezzo. Altri mangiarono lembi di tela; altri ancora il cuoio dei cappelli, sul quale c’era un po’ di grasso, o piuttosto del sudiciume; ma fummo costretti a rinunciarvi. Un marinaio tentò d’ingerire escrementi; non ci riuscì» (ibid., p. 91). Tutto ciò fa della zattera della “Medusa” e del prezioso racconto di Corréard e Savigny uno straordinario laboratorio “reale” per la riflessione morale.

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