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L’ANALISI Il Pd tra risse e divisioni, storia di un tracollo annunciato: ora serve il partito del ‘buon senso’

 

di Gaetano Piscopo

A pochi giorni dai risultati elettorali è il caso di fare un’analisi profonda delle motivazioni che hanno determinato il tracollo di consensi al Partito Democratico. Una storia di tre anni di costante e continua delegittimazione della leadership emersa da due congressi, condotta più dall’interno che dagli avversari politici esterni.  Sicuramente la mancata compattezza e la costante rissa è stata una delle cause maggiori dell’insuccesso.

Si discute oggi ancor di più dell’adeguatezza o meno di Renzi come leader e si cerca di accollare a lui l’intero fardello della responsabilità facendolo divenire caprio espiatorio di colpe che vanno ricercate altrove.

La storia del Partito Democratico è costellata da una serie di contraddizioni generate da una fusione a freddo di due culture che mai si sono integrate, quella post democristiana e quella socialista. Walter Veltroni promotore e ideatore di questa svolta ha sottovalutato la capacità distruttiva di chi negli anni precedenti lo aveva osteggiato già nei Ds e di quanti hanno da sempre pensato di essere egemoni anche senza il suffragio dei consensi. Insomma si è passati dal “centralismo democratico” alla cultura del “tiro al piccione”.

Sembra essere tornati all’improvviso di trenta anni indietro. Quando l’avanzata del Partito Socialista di Craxi veniva contrastata dalla sinistra con ogni mezzo lecito e illecito. Quando Tangentopoli ha determinato l’azzeramento di una classe politica di governo. Quando nasce il berlusconismo egemone nel passaggio alla seconda Repubblica. Quando questo passaggio non ha risolto il degrado e la corruzione dei partiti.

L’ingresso alla terza repubblica mi sembra ancor peggiore se ad avanzare sono la cultura dell’odio, del populismo e delle promesse irrealizzabili. Insomma l’affermarsi del qualunquismo e dell’approssimazione. Il ritorno alle facili promesse di soluzioni impraticabili. Ancor peggio la distruzione di quei risultati, seppur ancora pochi che hanno determinato l’uscita dalla palude.

Eppure in questo quadro a Matteo Renzi vanno dati diversi meriti al di là del suo essere baldanzoso e dissacrante nei confronti dei suoi antagonisti.  Prima di tutto l’aver rappresentato la speranza di rivitalizzare un centro sinistra impantanato nella crisi post Ulivo (messo in discussione dai suoi stessi oppositori dentro il partito). La sua “rottamazione” è stata inizialmente apprezzata da larga parte della base democratica in maniera trasversale. La squadra messa in campo, la sua diretta ed indiretta attività di governo, è stata la più energica e efficace azione degli ultimi decenni, nonostante la difficile eredità nei conti della pubblica amministrazione.

Proprio questi risultati e la poca propensione alle mediazioni al ribasso sono stati la sua condanna. In pratica il- successo iniziale non è stato supportato dalla compattezza del partito, anzi per alcuni, Renzi, era il vero pericolo da fronteggiare.

Non si era capito che con il patto del Nazareno forse si sarebbero innescate contraddizioni tali da ostacolare i cartelli di centro destra ed allargare un patto tra i moderati e riformisti per governare il Paese. Non si è accettata l’idea di una reale semplificazione del Parlamento con l’abolizione oltre che del Senato anche di tanti privilegi e poteri di veto. Il referendum è stato perso grazie all’impegno attivo della minoranza PD a presunta difesa della Costituzione e la reale difesa, invece, dei propri privilegi.

La sua attività è stata così demonizzata da renderlo agli occhi generali il nemico numero uno. Eppure non riesco a vedere in quel panorama chi diversamente avrebbe avuto il carisma, la sfrontatezza, il decisionismo e il coraggio di assolvere al ruolo di leader.

Per carità, non si discute su alcuni errori commessi da Renzi, ma sicuramente su come siano stati utilizzati dalla minoranza vecchia e nuova dell’organizzazione.

Dopo la sonora sconfitta il PD ha l’opportunità di risolvere le vecchie contraddizioni, mantenendo un salutare ruolo di opposizione lasciando ai vincitori il compito di logorarsi con l’irrealizzabilità dei loro programmi.

La incompiuta rottamazione deve continuare non tanto e solo nelle persone che hanno ridotto il partito a un conflitto tra clan correntizi e ambizioni familistiche, ma mettendo in discussione le vecchie logiche che Renzi chiama “i caminetti” e che hanno messo in discussione l’immagine stessa del partito. A Napoli in particolare, ed in anticipo, i democrat hanno vissuto questa lunga stagione di insuccessi con faide interne che hanno prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Insomma, l’organizzazione potrà sopravvivere solo se si recupera quel senso di appartenenza fondamentale alla esistenza di una comunità con l’ambizione di governare il futuro della nazione. In pratica se prevarrà il buon senso.

Se in Italia ha prevalso il populismo e le forze antisistema che hanno ottenuto circa il 60% dei consensi qualche domanda bisognerà pure porsela e a queste bisognerà far corrispondere delle serie azioni riparatrici che siano la base per il rilancio della politica, quella onesta e responsabile capace di creare i presupposti di una inversione di tendenza. Ora più che mai è in pericolo la democrazia vista la netta divisione dell’Italia anche nell’espressione del voto. Per superare logiche anti europeiste o l’assistenzialismo promesso con il reddito di cittadinanza, se non dovesse bastare  il rilancio del PD, forse sarebbe il caso di pensare a un serio progetto di nascita del Partito della Nazione,  capace di far dialogare tutte le anime progressiste e democratiche del Paese.

1 Comment

  1. umberto minopoli ha detto:

    molto convincente.

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