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“Avanzi popolo”, il Pd campano prova a ripartire

Il ‘grido di dolore’ del segretario Martina a serrare le fila con l’invito a “congelare” le divisioni è stato accolto con circospezione. Gli ex Ds hanno ritirato il ricorso, De Luca si è lamentato di essere stato lasciato solo, omettendo il fatto di aver lanciato un’Opa ‘familiare’ sul partito, ma si è adeguato, il segretario regionale, Assunta Tartaglione si è dimessa, poi ci ha ripensato. E c’è chi parla di “avanzi” di ceto dirigente da cui dovrebbe ripartire la riscossa.

 

di Peppe Papa

Azzerare tutto. Facile a dirsi, parecchio meno da fare.  Nel Pd campano, uno degli emblemi del buco nero dentro cui si è andato a ficcare il partito a livello nazionale, neanche ci pensano e “menano il can per l’aia“. L’altra sera si è svolta la direzione regionale con all’ordine del giorno le dimissioni annunciate della segretaria, Assunta Tartaglione e una riflessione sul post voto drammatico che ha investito il partito a livello locale. Qualcuno dei partecipanti ha giurato che la riunione, rinviata a lunedì prossimo per ulteriori approfondimenti, “non è valsa neanche il prezzo del parcheggio“. Il nulla, mentre si viaggia verso l’estinzione. Tartaglione, come ‘l’asino tra i suoni’ e in balia degli umori di quel grumo di potere fatto di autoreferenzialità e interessi personali che ha governato l’organizzazione negli ultimi anni, richiamata dai suoi ha fatto marcia indietro.

 Ripensamenti

Quello che sembrava un addio irrevocabile si è trasformato, insomma, in una contrita disponibilità a mantenere l’incarico fino al congresso. “Che spero possa celebrarsi al più presto – ha spiegato, aprendo la direzione all’hotel Oriente – per dare una guida al Partito democratico in Campania”. Nel frattempo ha pensato bene, viste le circostanze, di provare a pompare un po’ di ossigeno lanciando l’idea di allargare, nella prossima riunione della segreteria – “nel rispetto del pluralismo” -, l’organismo dirigente alle componenti avverse all’ormai svaporata maggioranza. Come dire: tutti dentro a condividere il tonfo, tutti responsabili. Una verità difficile da digerire, a partire dai vertici del Nazareno, che riescono però a trovare una via di fuga più o meno commestibile con il ‘grido di dolore’ del segretario reggente, Maurizio Martina che ha implorato in una lettera inviata la scorsa settimana ai segretari regionali e provinciali, di congelare tutto “senza fare scelte affrettate”.  Un invito, a “lasciare da parte le tensioni interne per costruire una nuova stagione di impegno lavorando con umiltà e in squadra, rompendo i meccanismi autoreferenziali che abbiamo vissuto ovunque”, destinato però a cadere nel vuoto. Lo smacco elettorale, insomma, non sembra aver sortito effetti, divisi in clan prima, divisi adesso a puntarsi il dito a vicenda in cerca di un responsabile del disastro. Il governatore, Vincenzo De Luca, da sempre allergico al ‘format’ Pd e battitore libero, ha approfittato dell’occasione e nel corso del suo intervento ha accusato di essere stato lasciato solo nell’opera di “moralizzazione e efficienza” dell’amministrazione regionale, soprassedendo però sull’Opa ‘familiare’ lanciata sul partito. A livello metropolitano, invece continua l’inciucio dei consiglieri con De Magistris in cambio di qualche poltrona e in Via Verdi, tranne forse Valeria Valente, l’opposizione continua ad essere un termine vago. Intanto gli ex Ds hanno ritirato il ricorso avverso al risultato del congresso provinciale, ottenendo di sedersi al tavolo imbandito, chissà come e chissà quando, per la ripartenza. Impietoso il commento di Peppe Russo, ex capogruppo in consiglio regionale, membro dell’assemblea nazionale e convinto ‘orlandiano’, sullo stato attuale dell’organizzazione: “Troppe filiere che si autosostengono. Piccoli e meschini interessi di gruppo che quando si spostano è solo per autoperpetuarsi. Aprire il confronto e la partecipazione contiene un quid imponderabile di rischio che nessuno è disposto a correre . E’ l’eterna finzione del richiamo al nuovo“.  Poi caustico ha aggiunto: “Ricostruire con gli avanzi e gli scarti si può fare, ma non giuro sul risultato“. Certo il “training consolatorio”, la ricerca dell’unità a parole spostando in altro momento le controversie, non sembrano un buon viatico per rimettere insieme i cocci. Soprattutto con il ceto politico attuale la cui mediocrità ha prodotto il tonfo finale del 4 marzo. “Eccetto pochi e lodevoli esempi – è ancora Peppe Russo a parlare – siamo di fronte ad intendenze di subalterni chiamati ad uno sforzo ben al di sopra delle loro possibilità. Azzerare tutto in Campania mi pare l’unica strada praticabile, ma anche la più pervicace delle illusioni”. Amen!

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