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“Re Giorgio” si prende la scena e liquida Renzi

di Peppe Papa

Ha scaricato Renzi e i governi guidati dal suo partito, il Pd, e ha tracciato la linea da seguire verso quella che è l’unica soluzione politica praticabile del post voto italiano, vale a dire un governo del Presidente. Giorgio Napolitano, “Re Giorgio” come fu battezzato dai critici per il suo ‘interventismo’ di Palazzo, presidente emerito della Repubblica si è preso la scena, ieri, aprendo la seduta del nuovo parlamento a Palazzo Madama, incentrando il suo discorso, un po’ inusuale, sui risultati delle ultime consultazioni, dove ha provato a chiamarsi fuori dalle proprie responsabilità scaricando la croce sull’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, da lui stesso incaricato a febbraio del 2014. “Il partito che aveva guidato tre esecutivi ha subito una drastica sconfitta ed è stato respinto dagli elettori”, ha detto l’ex capo dello Stato, secondo il quale gli elettori hanno espresso inequivocabilmente “una rottura rispetto al passato”. Poi è arrivata la stilettata ‘maligna’. “Il risultato (delle elezioni,ndr) dimostra quanto poco avesse convinto l’autoesaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e partiti di maggioranza“. Esattamente quelli da lui stessi promossi, di cui evidentemente ha perso memoria. Dal governo Prodi nel 2006, primo atto del suo settennato, all’ultimo esecutivo Renzi nel 2014 passando per quelli Monti e Letta del 2011 e 2013, non si è mossa foglia, nell’ambito delle norme costituzionali, senza la sua mediazione politica, o addirittura il proprio gradimento. Appare pertanto incomprensibile, se non nel senso di un narcisismo senile, prendere le distanze e ergersi a custodi della verità mutuata dalla saggezza. Spingendosi fino a indicare la strada da seguire, che è poi quella propria dei veri monarchi, affidarsi al pater familias che garantisce per tutti. Pertanto ha ricordato nel suo discorso che va sì considerata la volontà popolare, ma “nel rispetto delle prerogative del presidente della Repubblica” al quale ha rivolto a nome di tutta l’Aula “l’espressione più calorosa della nostra stima e fiducia”. Insomma, par di capire, non c’è altro approdo date le attuali condizioni che formare un bel governo del “dentro tutti” con il bollino di garanzia del Quirinale e ritornare a votare tra un paio d’anni, possibilmente con un’altra legge elettorale. Un endorsement, caso mai a qualcuno fosse sfuggito, a quanti nel Pd e alla sua sinistra l’idea di fare opposizione senza condizioni, imposta dall’ex segretario, proprio non va giù. La partita è appena iniziata, Napolitano ha fatto la sua parte di padre nobile della sinistra italiana, lo smontaggio del renzismo è in corso d’opera e non si intravedono leadership in grado di imporsi come alternativa. Di Maio e Salvini, bravi a infiammare le piazze, stanno mostrando i propri limiti e difficilmente riusciranno a trovare una sintesi all’ampio mandato popolare ricevuto, mentre lo stesso Partito democratico è destinato, così com’è ridotto, alla consunzione. Mattarella è pronto. Niente di nuovo: in soccorso, come sempre, la cara vecchia Dc.

 

 

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