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Giornalisti ‘mullah’ e tifosi ‘talebani’, questa la nuova guerra santa nel calcio

Il calcio italiano è sempre più in decadenza, soprattutto quello raccontato da orde di giornalisti faziosi che aizzano masse di tifosi. Già, perché ormai soprattutto il calcio parlato è in decadenza, anche perché ultimamente il calcio giocato in Italia, nonostante la mediocrità attuale, almeno un rigurgito di orgoglio nazionale e di qualità del prodotto lo sta pure esprimendo,  attraverso un campionato ancora incerto e anche grazie all’exploit soprattutto della Roma in campo internazionale che ha eliminato il fortissimo e blasonato Barcellona, ma anche dalla Juventus fermata solo da un rigore comunque sacrosanto, concesso senza alcuna esitazione all’ultino respiro nella tana di un annichilito Real Madrid. Però nonostante questa eccitante parentesi non c’e partita di calcio giocata in settimana che non scatena le più ignobili polemiche, le provocazioni  più denigratorie di personaggi che gravitano intorno al mondo del calcio che fanno riferimento a quell’animale, quel nuovo mostro creato ad arte del giornalista fazioso, che abusando a piene mani del proprio potere mediatico,  utilizza giornali, radio, televisione e social per arringare le masse aizzandoli alla guerra santa del pericolosissimo tifo contro, persino contro gli stessi colleghi di fazione o opinione avversa. Un tempo, e parliamo fino agli anni settanta, nel calcio esisteva lo sfottò fra tifosi avversari,  negli stadi non erano contemplati i settori ospiti, si viveva il calcio tutti insieme appassionatamente, al massimo si sfiorava la rissa con qualche sana,  ormonale scazzottata,   che finiva nel momento stesso che cominciava con il pronto intervento delle forze dell’ordine,  e comunque queste schermaglie non erano mai provocate da giornalisti o programmi in radio e in tv. Poi la deriva della violenza di questo tipo quella verbale di matrice mediatica, in concomitanza dei primi processi del lunedì in televisione, quei salottini creati ad arte come piccoli parlamentini di destra e sinistra, dove si affrontavano,  urlando beceramente, interi parterre di giornalisti faziosi ognuno dichiaratamente tifoso dell’una o dell’altra squadra avversaria, diretti da quel marpione genialoide di Aldo Biscardi, che si inventó questo fortunato format tv del processo in tribunale applicato al calcio,  inconsapevole più o meno di quanti danni avrebbe poi fatto in seguito alla categoria del giornalismo sportivo. Ed è così che man mano sono scomparsi figure colte e romantiche di giornalismo come Brera, Viola, Barendson in favore dei più beceri e faziosi  Pistocchi, Crudeli, Corno, piuttosto che l’omnipresente tuttologo Zazzaroni  e tantissimi altri, fino si nostrani Alvino, Chiariello, Del Genio e i loro similari, che pur con tutto il rispetto, non sono minimamente paragonabili a quei mostri sacri di un giornalismo che con il napoletano verace Luigi Necco è ormai definitivamente morto e sepolto. Oggi  è proprio di questo che vogliamo parlare, della degenerazione e la decadenza in cui il mondo del giornalismo sportivo è ormai sprofondato, con qualche eccezione a confermare la regola. Purtroppo però già dagli anni ‘80 questo nuovo mostro del giornalista fazioso creato da Biscardi ha cominciato a procurare non pochi  effetti collaterali, di violenza sia verbale quella dei giornalisti che spesso anche fisica fra i tifosi che più fanno riferimento a queste nuove figure mediatiche sacerdotali verso la propria fede calcistica. Ed è stato proprio negli anni ‘80 il picco maggiore di violenza negli stadi, che ha costretto il governo e le istituzioni del calcio a far si che ad ogni partita bisognava scortare e separare i tifosi all’interno degli stadi, con tutta una serie progressiva di restrizioni dal daspo alla tessera del tifoso o addirittura impedire a livello territoriale la presenza di tifosi di diversa provenienza, la  squalifica di un settore dello stadio e fino alla completa chiusura di tutti i settori fino all’estrema ratio della squalifica del campo, penalizzando anche i tifosi più sani. Tutto ciò ha portato ad una crisi di presenze negli impianti sportivi sempre più desolante che viene giustificata erroneamente come una conseguenza provocata dal falso problema del troppo calcio in tv, mentre invece i motivi principali della crisi di presenze dovrebbe far riferimento alla sicurezza e al comfort negli stadi. Per rendere gli stadi sicuri occorre necessariamente ristrutturarli e modernizzarli se non costruirne di nuovi,  ma bisogna pure educare i tifosi al rispetto del prossimo ma soprattutto delle squadre e dei tifosi  avversari,  evitando di aizzare e promuovere il concetto di tifo contro. Oggi purtroppo esiste questa figura del giornalista fazioso, figura che peraltro per deontologia professionale non dovrebbe nemneno esistere, ma è stato addirittura del tutto sdoganato dalla tv a pagamento, che da qualche anno prevede persino la telecronaca faziosa. E non solo la tv, perché pure alcuni giornali o intere redazioni sia di radio che Tv local,  durante la stagione calcistica si trasformano in vere e proprie curve dell’etere come in una  sorta di organi di partito che fanno riferimento agli uffici stampa delle società di calcio, addirittura diventando talvolta media partner e sponsor dei club. Questa è un’altra grande anomalia creata dal giornalismo fazioso, perché in realtà sarebbe assolutamente vietato dal codice deontologico dell’ordine professionale di categoria,  che un servizio pubblico come quello della stampa e della comunicazione potesse essere di parte o addirittura sponsorizzare o essere sponsorizzato in questa anomala sinergia e conflitto di interesse con un club di calcio, perché i giornali dovrebbero servire e rispettare imparzialmente tutto il pubblico non solo quello di una parte.  Ma ormai funziona così, in barba a qualsiasi codice deontologico professionale. I social,  hanno ancor di più aggravato questa situazione ormai del tutto fuori controllo, ma chiaramente il giornalista sportivo avendo più mezzi a disposizione per essere di riferimento a milioni di tifosi, usa quell’enorme potere mediatico per arringare le masse aizzandole continuamente le une contro le altre assumendone addirittura la leadership del proprio schieramento. Juventini contro napoletani, romanisti contro laziali, bresciani contro berganaschi  o indistintamente tutti contro tutti, in questo enorme sfogatoio del tifo fazioso che degenera in vero e proprio odio, discriminazione territoriale, fino ad augurarsi la morte sportiva dell’avversario se non addirittura la morte effettiva e la pulizia etnica. Un tempo quando una squadra italiana giocava all’estero qualsiasi italiano tifava a favore pur non essendo tifoso di appartenenza della squadra in questione. Oggi si spera masochisticamente che le squadre italiane avversarie di campionato perdano pure quando giocano all’estero, infischiandosene che il desiderio di sconfitta del nemico  penalizza enormemente tutto il movimento calcio italiano a favore di quello estero. Tutto questo sempre provocato da quella sorta di ‘mullah’che è diventato ormai il giornalista sportivo fazioso verso i tifosi ‘talebani’ a cui fanno riferimento e viceversa. La metafora della guerra santa o di religione in questo caso non è affatto azzardata in quanto stiamo assistendo ad un vero stillicidio di polemiche, violenze verbali, accuse di ruberie, corruzioni non provate in  tutti i supporti mediatici a disposizione, in questa sorta di inno globale alla guerra santa nel calcio. Sarebbe ora di fermare questa deriva e riportare la figura del giornalista neutrale, che pur simpatizzando per una squadra in privato, bisognerebbe impedirgli di dichiararsi tifoso quando svolge una più educativa e formativa funzione professionale che prima di tutto deve far riferimento alla cultura e al diritto di cronaca più che delle opinioni più disparate e di parte fondate sul nulla oggettivo. Sarebbe come se un medico invece di curare i suoi pazienti consigliandoli per il meglio, consigliasse di aggravare le proprie malattie in cattive abitudini. Con il tifo è esattamente la stessa cosa, perché il tifo nel calcio spesso è una sindrome morbosa una vera e propria malattia e non è possibile che chi se ne deve occupare, guarendola, addirittura la aggrava. Un tifoso che si definisce sano è colui che tifa solo ed esclusivamente per la  propria squadra e mai contro altre squadre o quantomeno  non  in modo insano e aggressivo . Questa  cultura sportiva del tifo sano chi meglio dei giornalisti facenti funzione dovrebbe e potrebbe assolverla? Si mediti attentamente a questo fenomeno dell’imbarbarimento della funzione giornalistica di parte, diversamente poi non ci si lamenti del dilagare della violenza negli stadi con del facile moralismo del post evento di vuolenza e della conseguente crisi di presenze negli stadi perché è così che poi il giocattolo preferito da milioni di persone si rompa definitivamente per tutti, con conseguenze nefaste anche di tipo economico, di immagine e di lavoro stesso di giornalisti, radio e televisioni che con queste modalità hanno ormai veramente stufato oltre che aver danneggiato l’immagine dei propri editori si riferimento gia in netta crisi di settore.

Pippo Trio

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