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Berlusconi riabilitato: Di Maio e Salvini in ambasce, lui insegue il “sogno” Quirinale

La procura generale, guidata da Roberto Alfonso, ha deciso di non opporsi alla decisione con cui il tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso la riabilitazione a Silvio Berlusconi. A questo punto nessun ostacolo separa più l’ex presidente del Consiglio da una sua eventuale candidatura. Di Maio e Salvini avvisati, la promessa “l’opposizione dolce” preventivata potrebbe trasformarsi in una guerra. E resta il “sogno” di diventare Capo dello Stato a chiusura della sua parabola politica.

 

di Peppe Papa

La procura generale, guidata da Roberto Alfonso, ha deciso di non opporsi alla decisione con cui il tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso la riabilitazione a Silvio Berlusconi. A questo punto nessun ostacolo separa più l’ex presidente del Consiglio da una sua eventuale candidatura. E con questa ulteriore buona notizia è volato a Sofia dove si è tenuta l’altro ieri la riunione dei leader dei partiti che aderiscono ai Popolari europei i quali, nella Capitale bulgara, si sono incontrati per discutere delle prossime elezioni continentali che si terranno tra un anno esatto e della spinosa questione legata alle pressioni nel Ppe per cacciare il primo ministro ungherese, Viktor Orban resosi protagonista nel suo Paese di una stretta illiberale che ne pregiudica la permanenza nella grande famiglia centrista d’Europa.

Il ritorno del Caimano

Berlusconi, dunque, ancora lui al centro della scena a dispetto dell’anagrafe e sempre con la stessa voglia di protagonismo da immarcescibile ‘numero uno’. Una fama conquistata sul campo, nel bene e nel male, che continua a esercitare anche in questa nuova stagione dell’attacco populista alle istituzioni democratiche. Tenere alle redini Salvini, puledro smanioso di liberarsi della briglia e i “nuovi barbari” M5S capitanati dall’ambizioso Di Maio, non è impresa da poco soprattutto se, come sempre, ci sono di mezzo anche i suoi affari personali.

Provate a giocare

Geniale è stato il via libera dato ai due aspiranti premier di formare un governo promettendo un’opposizione “gentile” in parlamento. Poi è arrivata la sentenza di riabilitazione che lo rimette in campo scombussolando le certezze acquisite sul futuro del centrodestra a guida leghista e quelle dei pentastellati convinti di essersi definitivamente liberati dell’ombra imbarazzante di uno scomodo, nei fatti, alleato. E il Cavaliere non ha perso tempo a far capire che aria tira, approfittando dell’evidente dèbàcle dei contraenti del famigerato “contratto” a mettere insieme una proposta da portare al Quirinale, ha dato mandato ai suoi di attaccare a testa bassa e alzare il prezzo di una eventuale ‘desistenza’ di Fi, se mai ci sarà.

La stroncatura

Così Renato Brunetta, ex capogruppo alla Camera e da sempre uno dei pasdaran del tycoon di Arcore, ha preso carta e penna e ha smontato tutto il programma, almeno quello che è emerso finora, elaborato dal tavolo di intesa M5S-Lega. “Costa 100 miliardi di euro – ha scritto in una  nota affidata alle agenzie – il contratto dei sogni di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, pari a 6.5/7 punti di Pil così suddivisi: 52 miliardi per l’Irpef; 16 miliardi di addizionali regionali e comunali per attuare la tassazione a doppia aliquota del 15-20%; 13 miliardi per abbassare l’aliquota Ires dal 24% al 15%; 5 miliardi per finanziare la modifica della riforma Fornero; 17 miliardi per finanziare il reddito di cittadinanza, oltre alle altre generiche promesse di maggiori fondi non quantificate in numerose voci dell’intesa, come, ad esempio, quelli per le forze dell’ordine. Il tutto, controbilanciato solamente da una fumosa, quanto irrealistica frase sulla necessità di ridurre il debito pubblico, tagliare gli sprechi (senza specificare quali) e creare nuovo deficit, nonché da una fumosa proposta di ‘pace fiscale’ limitata però ai soli casi eccezionali e, quindi, destinata a raccogliere poco gettito”.

Condanna e sfida

Più che una critica, sembra una condanna. Ci sarà poco da stare allegri, soprattutto in Senato dove la maggioranza non è rassicurante e basta niente per capovolgere il rapporto di forze, se a questo giudizio tranchant seguirà una più aperta ostilità. Che sembra non preoccupare, chissà se per incoscienza, o raffinato calcolo politico di cui diffidiamo, il capo dei Cinquestelle che, entrando a Montecitorio dopo un frugale pasto consumato nei dintorni, ha ribadito che “nel contratto di governo c’è anche il conflitto d’interessi”. Non proprio un buon viatico per sperare di giungere al traguardo sani e salvi arrivando magari anche a Palazzo Chigi. Di Maio sa bene che questo è un tema sensibile riguardante il suo alleato, e forse proprio per questo insiste accollandosi l’azzardo sapendo che il castello di carte messo in piedi può crollare da un momento all’altro precipitando tutto il circo in nuove elezioni. Un calcolo, se davvero pensato, che aprirebbe inaspettate evoluzioni del quadro politico, con Berlusconi certamente più forte e determinato a battagliare per continuare a inseguire il suo “sogno” di diventare al prossimo giro, capo dello Stato. Lui è convinto di meritarlo.

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