Renzi: prima il governo giallo-verde, poi al congresso l’addio al Pd
Maggio 21, 2018
LE ZIBA RIFLESSIONI Prova costume, arriva puntuale l’incubo estivo
Maggio 22, 2018

Napoli, sono ore cruciali per la definizione di un progetto sportivo come spesso capita fra tecnico e presidente del Napoli a metà ciclo, perché non è un caso che il Napoli ogni volta, non appena si chiude il campionato finendo nei primi tre posti della classifica anzichè dare continuità ai progetti costantemente in crescita si pone il problema paradossale di interrompere il sodalizio con il tecnico di turno. È accaduto in passato con Mazzarri dopo i suoi primi due anni, quando il tecnico anch’egli toscano e alquanto indolente al pari di Sarri, pensó che quei discreti successi fossero solo frutto del suo lavoro, perché capace di ricavare sangue dalle rape ottenendo risultati che nessuno avrebbe potuto raggiungere con quella materia prima messagli a disposizione. Quella eccessiva valutazione di se stesso così presuntuosa di Mazzarri, avvalorata da una campagna stampa totalmente a suo favore come oggi analogamente con Sarri, gli montó la testa al punto di credere precocemente che la Juventus in procinto di rilanciarsi fosse seriamente interessata a lui. In effetti era vero, la Juventus dopo anni di riassestamento dopo le macerie di Calciopoli e dopo la risalita dalla B alla A faticava enormemente a riaffermarsi come un tempo stabilmente nelle vette della Serie A e dopo aver tentato diversi progetti di rilancio poi falliti con i vari Deschamps, Ranieri, Ferrara, Del Neri, con l’avvento della nuova guida societaria, quindi con il ritorno di un Agnelli al comando contornato dai nuovi dirigenti come Marotta e Nedved pensó di dare una definitiva svolta al progetto, individuando in quello che avrebbe dovuto essere il nuovo allenatore la figura determinante a ricostruire la grande storia e tradizione di famiglia fatta di successi e vittorie. Mazzarri, all’apice della sua popolarità per aver rilanciato il Napoli fu seriamente preso in considerazione dalla Juventus come l’uomo del rilancio, al punto che il tecnico toscano già riteneva di poter operare in qualche modo per il mercato della Juventus, nonostante fosse ancora l’allenatore del Napoli, indirizzando a Torino alcuni giocatori azzurri in scadenza di contratto, tipo Pazienza e Rinaudo. La Juventus e Mazzarri sottovalutarono però la tenacia di De Laurentiis quando si trattava di rispettare un contratto e avendo ancora un anno con Mazzarri il produttore di cinema  si oppose fermamente all’ipotesi che l’ottimo Walter potesse andar via piantandolo in asso prima della naturale scadenza di contratto e dopo aver comunque entrambi sdoganato il Napoli nell’Europa che conta, quella Champions unico vero obiettivo del presidente, che preferisce la remuratività di quel torneo, all’effimera gloria di uno scudetto che in termini economici risulterebbe a suo mopdo di vedere, essere addirittura penalizzante.  Fra De Laurentiis e Mazzarri ci fu un grande braccio di ferro fino al punto, come sta accadendo oggi per Sarri,  e come oggi il president anche allora  minacció contratto alla mano di non liberare Mazzarri e persino tenerlo fermo per un anno e di prendere Gasperini come nuovo allenatore. La Juventus, capita l’antifona, abbandonó l’idea di prender Mazzarri e si tuffò su un grande ex juventino, quell’Antonio Conte che si stava distinguendo in provincia come allenatore vincente, volitivo e rivoluzionario e poi grande ex della Juventus campione d’Europa. Detto fatto, e fu così che Mazzarri sedotto e abbandonato dovette piegarsi ai doveri contrattuali tornando con la coda fra le gambe da De Laurentiis che aveva già bloccato Gasperini e con la riappacicativa mediazione di Bigon, Mazzarri rinnovó il suo sodalizio con il Napoli cominciando seppure inizialmente a malincuore un nuovo progetto, ma con il premio di consolazione un contratto più sostanzioso. E fu così che con  i tre tenori, Lavezzi, Hamsik e Cavani si produssero altre due annate esaltanti, che però per i soliti problemi di incomprensione fra presidente e tecnico sul prosieguo del progetto e con la cessione prima di Lavezzi e infine quella annunciata dall’apposizione della clausola di Cavani, più altri disaccordi sui calciatori che De Laurentiis prendeva al mercato, il sodalizio si ruppe definitivamente a fine contratto, perché ancora una volta un top club aveva sedotto Mazzarri, e stavolta fu l’Inter e a quel punto a contratto in scadenza non vi erano più impedimenti affinché abbandonare il suo gruppo di titolarissimi che andava via via sfaldandosi, nonostante l’ultimo ed esaltante anno di successi sportivi sia in Europa che con il secondo posto in campionato. Al San Paolo così come oggi con Sarri, si concluse fra gli applausi del pubblico grato  l’esperienza di Mazzarri, l’allenatore in camicia cosi tanto amato così come oggi l’uomo in tuta, ambedue toscani, ambedue così tormentati dal rapporto con l’accentratore De Laurentiis, che a entrambi pur rioconoscendone il buo lavoro svolto, ha sempre rimproverato il mancato utilizzo quando non addirittura il rifiuto di far giocare alcuni giocatori su cui il presidente aveva così tanto investito sia in termini economici che in aspettative tecniche. Le incomprensioni con Mazzarri furono riguardo ai vari Ruiz, Fernandez, Vargas, per non dire dei Chavez, Fiedeleff e altri, ma persino ci furono incomprensioni sul ritorno al Napoli del giovane Insigne che avrebbe dovuto sostituire in pianta stabile il più affermato ma partente Lavezzi e che Mazzarri non riteneva ancora maturo per raccoglierne l’eredità, ma la goccia che fece traboccare il vaso del disaccordo sul mercato fu quando Mazzarri probabilmente si oppose in modo fermo all’acquisto di Verratti che De Laurentiis sembrava ormai aver strappato alla Juventus, ma poi il forte e giovanissimo giocatore abruzzese consapevole che con Mazzarri avrebbe avuto vita difficile preferì giocare in un top club straniero come il Psg  e rinunciare alla Serie A, e la possibilità di ricomporsi in coppia con Insigne dopo i successi di Pescara. Più o meno la stessa storia oggi con Sarri che rinuncia a far giocare le riserve prese dal presidente parliamo di Diawarà, Rog ed altri poi addirittura ceduti, insistendo sui suoi titolarissimi continuando le incomprensioni sulla qualità dei giocatori da prendere al mercato e quelli che dovranno andar via per esigenze diverse bilancio.  Ci siamo fatti prendere dalla storia del passato giusto per notare di quante analogie ci fossero fra Mazzarri e Sarri, entrambi toscani,  uno in maniche di camicia l’altro in tuta, uguali nella gestione troppo personalizzata del lavoro, al punto che una volta insegnatolo ad un fedele gruppo di titolarissimi, diventano incapaci di insegnarlo ad altri anche per non far torto ai senatori più fedeli. Questa incapacità a rinnovarsi e insistere solo su un sistema di gioco sia per Mazzarri con il 352 e Sarri il 433 ha fatto si che appunto gli unici a sapersi adattare al loro sistema sono poi diventati insostituibili fino a diventarne schiavi e si è sempre fatto una gran fatica al mercato per migliorare di qualità le rispettive squadre. Il concetto in parte è giusto in quanto poter contare su un gioco collaudato e uno zoccolo duro di giocatori in grado di poter far rendere al meglio è sicuramente stato un valore aggiunto in entrambi le gestioni, ma non è mai bastato fino in fondo a fare quel definitivo salto di qualità che avrebbe consentito di arrivare al massimo successo. In realtà  vi è sempre un concorso di meriti quando si fa bene, come di colpe quando non si ottiene il massimo e se a Napoli non si è vinto più di quanto si sarebbe meritato è sempre stato per diversità di intenti e progetti fra il presidente e i rispettivi allenatori dei quali solo Benitez dall’alto della sua grande carriera, seppe capire immediatamente che senza unità di intenti con il presidente quei grandi successi non sarebbero mai arrivati lasciando subito senza alcun tentennamento dopo appena due anni e nonostante avesse vinto alcuni titoli minori e si fosse ben comportata in Europa e ricostruito la squadra che ancora oggi in gran parte vine utilizzata da Sarri, decide di lasciare . Fosse stato per il manager spagnolo,  sarebbe andato via dopo il primo anno ma come al solito fra le volontà di lasciare di un tecnico vi è sempre un opzioone, un cavillo contrattuale apposto nei famigerati contratti di De Laurentiis arendere difficile l’addio. Diverso per Mazzarri e Sarri, molto più tormentati di Benitez,  in questa eterna indecisione, quella di lasciarsi porte aperte con altri club interessati pur senza chiudere inmodo deciso con il pane sicuro di Napoli,  mantenendo vivo questo circolo vizioso che non farà bene a nessuno, nè al tecnico poco convinto qualora rimanesse, che alla società bloccata sul mercato e su quale progetto e allenatore contare. Sarebbe ora che tutti, quindi ad oggi De Laurentiis e Sarri scelgano la strada da percorrere senza inutili impedimenti che ancora una volta danneggerebbero solo la squadra e le aspettative dei tifosi. Per fortuna non sembra così lontano il momento della scelta di Sarri e ove mai accettasse la corte di qualche club europeo che paghi la clausola si potrebbero davvero ipotizzare scenari interessanti con il cambio in panchina, perchè De Laurentiis con gli otto milioni incassati per la clausola di Sarri sarebbe in grado di poter accontentare uno dei top coach fra tutti Ancelotti di cui si vocifera da qualche settimana una sua certa disponibilità ad occupare la panchina più calda italiana. Inutile dire che con un personagioio come  De Laurentiis  c’è da aspettarsi tutto e il contrario di tutto, e magari dopo tutto non costringa Sarri a rimanere così come fece con Mazzarri o sostituirlo con uno della mezza dozzina di tecnici già accostati al Napoli, quindi non resta che aspettare chi sarà il prossimo animatore del ritiro di Dimaro, se il solito Sarri brontolone, quel pacioccone di Ancelotti che ha vinto tutto o i più spaesati Emery, Fonseca qualora non Giampaolo e Inzaghi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *