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Renzi imprescindibile anche per gli avversari: ad ottobre lo show down della Leopolda

L’ex premier impegnato in una serie di conferenze in mezzo mondo ha scatenato la rabbia dei suoi oppositori che lo hanno accusato di trascurare l’impegno parlamentare. Dal leghista Roberto Calderoli che ne ha chiesto le dimissioni, al guru Roberto Saviano che lo ha accusato di avere distrutto il fronte riformista, un coro di biasimo per toglierselo dai piedi anche quando annuncia di volere “stare fuori per qualche mese”. Intanto il premier incaricato, Giuseppe Conte dedica gran parte della replica alle osservazioni dei senatori seguite alla presentazione delle linee programmatiche del ‘suo’ esecutivo a Palazzo Madama, all’intervento del parlamentare di Rignano. Il quale dà appuntamento a tutti alla Leopolda 2018 di fine ottobre.

di Peppe Papa

Se c’è dà fastidio, se non c’è se ne sente la mancanza, Matteo Renzi, così come Berlusconi nell’ultimo quarto di secolo della politica italiana, è diventato imprescindibile. Una figura di riferimento, una sorta di discarica di tutti i mali del Paese da una parte e il “nuovo principe” da omaggiare per le riforme realizzate dall’altra. Il diavolo e l’acqua santa, ma comunque capace di tenere catalizzata l’attenzione su di sé a riprova di un carisma che, se non dilapidato per troppa sicumera, è destinato a lasciare il segno non solo in Italia ma anche a livello internazionale. La scelta di stare “fuori dal giro per qualche mese” girando il mondo tenendo discorsi remunerati, invitato da lobby, partitici politici, capi di Stato e grandi imprenditori, è sembrata una buona idea, in linea con il profilo cosmopolita di un vero leader che approfitta della contingenza per approfondire e sviluppare la rete di relazioni intessuta negli anni di governo. Kazakihstan, Pechino, poi rientro in Italia per votare in aula al Senato la sfiducia al governo giallo-verde. Così come è avvenuto e dove il suo intervento è risultato il principale oggetto della replica del Presidente incaricato, Giuseppe Conte.

Eppure c’è chi ha storto la bocca al ‘voto’ del silenzio annunciato dall’ex segretario Pd e al suo attivismo da una parte all’altra del pianeta. Addirittura c’è stato chi, come il leghista Roberto Calderoli, ne ha chiesto le dimissioni  per evidente incompatibilità di carica, dimenticando però che il neo Senatore è stato presente in tutte le 16 sedute di Aula finora convocate. Non sono mancate ovviamente le solite stoccate da sinistra-sinistra e l’immancabile intemerata del guru Roberto Saviano, cui sono antipatici i guru di successo tranne se stesso, che lo ha accusato “di avere completato la distruzione del fronte riformista” e di provare “ad imitare Salvini dandosi latitante in parlamento”.

Insomma, sarebbe meglio scomparisse, anzi di più se non fosse proprio esistito. Anche se poi l’esecutivo che sta andando ad insediarsi ha già fatto sapere per bocca dei suoi ministri in pectore che, praticamente, confermerà gran parte dei provvedimenti presi dai predecessori e quelli promessi in campagna elettorale subiranno per il momento un “rallentamento”: la flat-tax rinviata al 2020, così come il reddito di cittadinanza, gli 80 euro non si toccano e neanche il Job Act a quanto pare, come è restato lettera morta il ritorno dell’articolo 18 ma non degli odiati voucher e sulla Fornero “vedremo”. Certo, saranno tagliate subito le tasse alle imprese, solo che hanno dimenticato di dire che è già stato fatto dal precedente governo.

Be’, allontanarsi dal pantano per un po’ se questo è il clima, servirà a Renzi per rigenerarsi, scomparendo dai radar della cronaca politica quotidiana e preparare al meglio lo show down di fine ottobre alla Leopolda. Nel frattempo del Partito democratico si sono perse le tracce, non si capisce se ci sarà il congresso a novembre, le primarie o cosa altro saranno capaci d’inventarsi per prendere tempo. Tranne Maurizio Martina, il “reggente”, che non crede più neanche lui alle cose che dice, tutti zitti le teste d’uovo del partito da Orlando a Emiliano, da Franceschini a Boccia. Delusi dalla piega che hanno preso gli eventi, loro che erano propensi a “confrontarsi” con i “compagni che sbagliano” dei Cinquestelle, hanno già probabilmente la testa alle vacanze.

Della giornata di presentazione del nuovo governo in Senato, l’unica cosa da mettere a taccuino per il momento, resta l’avvertimento del loro principale avversario, “l’incubo” con cui dovranno misurarsi, al termine del suo intervento. “Lo Stato siamo noi? – ha ironizzato Renzi riferendosi all’affermazione fatta qualche giorno fa dal vice premier M5S, Di Maio – Non sono d’accordo, perché è di Luigi XIV ed è vero che avete fatto la storia almeno 8 volte in 90 giorni, ma voi non siete lo Stato, siete il potere, siete l’establishment. E non avete più alibi rispetto a ciò che c’è da fare. Noi non vi faremo sconti”.

Solo, bisognerà chiarire quel “Noi” a chi è riferito.

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