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“Decreto dignità” come il Jobs act, no all’articolo 18: imbarazzo M5S, Salvini pronto a scaricare gli alleati

Bocciato l’emendamento per la reintroduzione dell’Art.18, cavallo di battaglia dei sovranisti al governo in campagna elettorale e ancor prima all’opposizione, con il voto contrario senza alcuna remora dei deputati del M5S. La sinistra accusa di “tradimento”. Di Maio replica: “E’ solo l’inizio”. Il leader leghista nel frattempo briga per presentarsi da favorito alle elezioni Europee e, come spera, politiche di maggio 2019

di Peppe Papa

“Decreto dignità”, bocciato l’emendamento per la reintroduzione dell’Art.18, cavallo di battaglia dei sovranisti al governo in campagna elettorale e ancor prima all’opposizione, con il voto contrario senza alcuna remora dei deputati del M5S.  Quelli che volevano smontare il ‘Jobs act’ e che in vece, alla prova dei fatti, con una serie di sconcertanti piroette semantiche, sono costretti a guardare la realtà e riconoscere in fondo che di quella legge non è tutto da buttare.

Insomma, il famoso decreto, da qualcuno ha battezzato “della disoccupazione”, è poco più di un pezzo di carta in cui sono elencati provvedimenti in materia di lavoro sconclusionati, ma utili a tenere alta l’attenzione in mancanza di meglio.

ù“Per il momento – si sono detti – proviamo a non fare molti danni e teniamoci ciò che di buono ci hanno lasciato. Più in là vedremo”. Luigi Di Maio, vice premier e ‘padre’ del provvedimento, con la solita faccia del secchione vestito a festa non ha perso tempo a conquistare la scena e provare a far diventare una capriola all’indietro il primo “mattone del cambiamento”.

“Nelle Commissioni parlamentari abbiamo migliorato ancora il decreto Dignità – ha detto – potenziando sia la lotta al precariato che il contrasto all’azzardo e la semplificazione fiscale. Ci avevano sempre detto che non era possibile aumentare i diritti, e che anzi bisognava tagliarli per tornare a crescere. La crescita non è arrivata, ma solo il record di contratti a termine e del precariato”, per poi promettere: “E’ solo l’inizio”.

Intanto è stato certificato dall’Inps che l’effetto del provvedimento comporterà la perdita di 8mila posti di lavoro all’anno e che da nord a sud del Paese hanno fatto sentire la loro voce contraria il mondo delle pmi, quello delle partite Iva, del turismo, della ristorazione e delle attività economiche stagionali.

Hanno anche recuperato i tanto odiati voucher sui quali, nella precedente legislatura avevano proposto un referendum per la loro abrogazione, si barcameno, questa la verità, non avendo un’idea precisa di cosa farci del potere conquistato se non godere dello status di ‘potente’.

Le opposizioni fanno il loro non incidendo più di tanto e qualcuno, soprattutto a sinistra, sta cominciando a ricredersi sul considerare i grillini, per la gran parte, “compagni che sbagliano” da riportare all’ovile. Ieri alla Camera se n’è avuta la conferma quando l’emendamento proposto da LeU per il ripristino dell’Art.18 ha ottenuto solo 13 voti favorevoli, praticamente quelli loro. E’ scattato allora l’applauso ironico della sinistra all’indirizzo del M5S. Prima del voto Roberto Speranza aveva invitato i cinque stelle a votare l’articolo 18, che faceva parte del loro programma. E subito, visto il rifiuto, è partito l’attacco su Twitter: “Da Waterloo del Jobs Act a Waterloo dei 5 Stelle che si rimangiano la promessa di ripristinare l’articolo 18”.

Un applauso anche a Speranza che nel frattempo, dopo la scissione dal Pd di cui è stato uno dei principali artefici, è riuscito a strappare uno scranno in parlamento, conservare un po’ di notorietà e ogni tanto essere intervistato da qualcuno. Alla fine, siamo nelle mani di Salvini e della sua Lega l’unico, che nel marasma generale in cui è precipitata l’Italia post 4 marzo, ha ben chiaro cosa vuole e cosa è in grado di portare a casa dopo questa contingenza che non sembra possa durare a lungo.

Poche parole d’ordine chiare a tutti, in particolar modo agli ignoranti e i poveri di spirito che sono la pancia profonda del Paese (una larga maggioranza purtroppo): “Prima gli italiani”, fuori i negri dalle balle, meno tasse per tutti a prescindere dai redditi, patria, famiglia (quella tradizionale) e lavoro.

I sondaggi sembrano premiarlo, si sta mangiando tutta la sacca di destra del Movimento pentastellato, mentre con Berlusconi, il principale ostacolo alla sua completa leadership del centrodestra, mantiene rapporti referenziali, pur non rinunciando a qualche strappo, come la vicenda della nomina di Foa alla presidenza della Rai insegna, ma mai tali da provocare una rottura dei rapporti lacerante.

Non è ancora il momento, Salvini lo sa bene. Serve che questo governo gialloblu, al di là delle chiacchiere, produca qualche risultato significativo in tema di discontinuità con il passato di cui siano tangibili i risultati per quel popolo che, in maniera ampia e chiara, gli ha dato fiducia. La cosa è complicata. Di reddito di cittadinanza, flat tax per adesso non si parla, il ministro dell’Economia Tria su questo punto è stato chiaro: “Non ci sono i soldi”, quindi parate basso.

Non resta altro da fare, e questo il leader del Carroccio lo ha afferrato subito, che tirare a campare, ottimizzando al massimo gli argomenti comunicativi su cui si è abilmente posizionato e aspettare che arrivi l’autunno dove lo scollinamento della Legge finanziaria rappresenterà il momento nel quale i firmatari del contratto di governo dovranno calare la maschera rendendo chiaro a tutti, in particolare i propri elettori, qual è la differenza tra realtà e rappresentazione.

Sarà il momento in cui scoppieranno le contraddizioni di un esperimento di governo composto da coatti incompetenti e fascisti del nuovo millennio che scioglierà le righe per giocarsi la partita delle elezioni Europee e probabilmente di quelle politiche. Un piano scellerato? Qualcuno provi a fermarlo.

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