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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: ventunesima puntata

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco la ventunesima puntata.

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”

 

23 aprile

I rapporti umani, in buona parte, ruotano intorno a piccoli e grossi fraintendimenti. Atti di pura cortesia vengono scambiati per debolezza caratteriale e la naturale disponibilità verso il prossimo per innegabile arrendevolezza. Io penso di aver commesso entrambi gli errori perché altrimenti – dopo quasi quattro giorni – non mi ritroverei ancora tra i piedi Gennaro che ormai dopo il trauma subito per l’invasione a sorpresa del suo spazio vitale, non si crea alcun problema ad occupare il mio. Non mi azzardo a parlarne con Susetta: un fratello è pur sempre un’appendice che, sebbene fastidiosa, si tollera a cuor leggero. L’onnipresenza di mio cognato tuttavia non costituirebbe un vero problema se non si ostinasse a mettere bocca in ogni discussione, come la suocera che non ho mai conosciuto. Quando esce per fare due passi – non si allontana per più di due ore – improvviso macumbe per scongiurarne il ritorno e che, come posso constatare nel vederlo ricomparire, non sortiscono mai l’effetto che mi auguravo. Al rientro si muove come un manager impegnato in trattative estenuanti con fantomatici clienti; sempre con il cellulare incollato a un orecchio che, per le sollecitazioni elettromagnetiche a cui viene sottoposto, si colora di un rosso purpureo. Gennaro passeggia come un detenuto durante l’ora d’aria, avanti e indietro fino a quando – esausto – crolla sul divano continuando a parlare per forza d’inerzia. Non riesco ad immaginare il contenuto di tanta logorrea, ma è certo che – mancandogli il dono della sintesi – difetti anche d’intelligenza.

 

24 aprile

La discussione sta degenerando. Infilo con delicatezza le chiavi nella toppa, indeciso sul da farsi, se far scattare la serratura o battere in ritirata in attesa che si calmino gli animi. Origlio come una vicina invadente che cerca di assemblare un puzzle di argomenti pruriginosi da riferire al marito annoiato all’ora di cena. Ma nulla. Alla stregua della fantomatica nciucessa, non colgo il senso di quello che viene detto. E allora entro, fiducioso che questo litigio possa liberarmi dalla presenza di mio cognato. Gennaro e Susetta sono in piedi uno di fronte all’altra, ai lati opposti del tavolo sul cui ripiano al centro c’è un libro aperto: la scena è davvero surreale se si considera che nella loro famiglia – eccetto l’altro fratello detenuto ravveduto –anche un semplice giornale era un gadget gentilmente offerto dal fruttivendolo prima che venisse soppiantato dalla moderna carta per alimenti. Poi, con Fofò, è iniziata la raccolta dei libri il cui uso, considerato che sono stipati in uno stanzino, rimane per me ancora oscuro. Per una frazione di secondo, al mio ingresso, si bloccano come in un fermo immagine. Il primo a coinvolgermi nel diverbio è Gennaro: “A te stavo aspettando, così sarete in due a spiegarmi quello che sta succedendo; perché non credo che in questa trastola tu non ci azzecchi niente”. Lo osservo e avverto la mia trasformazione in una emoticon, con la bocca che diventa un cerchio perfetto. Sì, perché effettivamente non so di cosa stia parlando. “Guarda qua – dice indicandomi la pagina incriminata – e dimmi si nun m’hanna girà ‘e palle…”. Mi avvicino e leggo un passo sottolineato: “Ci mancava solo questo: i ratti dentro casa! Non c’erano e di punto in bianco sono tantissimi. E pare che quando se ne vede uno vuol dire che ne sono dieci. Basta una coppia, si riproducono a una velocità! Brulicano dappertutto, li vedi correre e scomparire negli angoli, fa davvero paura. La notte li senti grattare. Bisogna mettere delle trappole, degli affari perversi che li attraggono e li uccidono. Davvero, c’è da chiedersi quanti ce ne sono”.“E allora? – gli chiedo – e adesso con chi te la vuoi pigliare, con tua sorella?”. “Quello è un messaggio – ribatte Gennaro – il libro sta qui e io non scendo dalle montagne. Non è successo niente, non mi sono fatto male ma, per il futuro tu e il tuo fratellino prediletto dovrete stare attenti perché, se mi capita qualcosa di brutto, vi restituirò tutto e con gli interessi”. Imbecille lo è, non ci sono dubbi, ma in questo caso si tratta di logica elementare. “Mario ce lo vuoi dire pure tu che io non leggo – Susetta cerca in me un sostegno che non sento di offrirle – quello che Fofò mi affida mi limito a conservarlo”. Siamo come si suol dire in un cul de sac. Sono precipitato, come trasportato da una macchina del tempo, in una tribù primitiva di cui ignoro le dinamiche relazionali. Gennaro comincia a cercare le chiavi di casa, le trova e si defila sbattendo la porta.

 

24 aprile pomeriggio

Susetta sembra affranta. Ma lo sarà per davvero? Me lo chiedo quando questa donna che ostenta sicurezza e determinazione, mi sommerge di spiegazioni per chiarire quello che lei definisce un equivoco. Insiste nel sottolineare la sua funzione di custode di un bene materiale, quando invece sappiamo bene entrambi che Alfonsino è diventato un esperto nell’arte della citazione: tutto quello che esprime è contaminato da un’aura profetica, somministrata a piccole dosi per non mettere a disagio i suoi interlocutori. E il veicolo di trasmissione sono i suoi libri nei quali traccia la mappa di un percorso educativo per una platea virtuale di discenti. Susetta legge solo quello che le suggerisce il fratello.  Quando si accorge che la fisso – in genere travolto da qualche sogno ad occhi aperti – finge di riordinare i volumi classificati, ipotizzo, secondo un ordine cronologico. Non ho ancora tutti gli elementi per fare luce su quest’ultimo avvenimento e su quelli che, a questo punto, ho preso finora sottogamba. Devo indurre Susetta a credere che io sono un perfetto ingenuo, un soldatino che si accontenta di far parte dell’esercito degli esecutori di bassa lega, quelli che agiscono senza farsi domande sconvenienti. In parte ne è già convinta. E’ a conoscenza di tutto quello che faccio e mi lascia libero di decidere, sapendo che il mio raggio d’azione è limitato e controllato dal suo istinto materno: mi consente di scorrazzare a mio piacimento a patto, però, che non mi allontani troppo.

 

16 maggio

Se c’è una cosa che davvero mi ripugna, è picchiare donne e bambini. E’ un pensiero che, appena emerge dal groviglio disarticolato delle mie fantasticherie, tendo a rigettare. Eppure non sempre a una categoria corrispondono attributi e qualità che per convenzione gli associamo. Ci sono ragazzini di una cattiveria sproporzionata per la loro statura – un concentrato di infamia – che dovrebbero essere sottratti alle loro famiglie e inseriti in un programma di rieducazione da gulag sovietico. Allo stesso modo quelle rappresentanti del sesso femminile che, come fiumi in piena, esondano travolgendo tutto quello che è appannaggio della cultura maschile, andrebbero ricondotte negli alvei che la Natura ha loro riservato. E poi ci sono le contaminazioni di genere, gli incidenti di percorso che rallentano la progressione evolutiva; che non hanno alcun ruolo nella continuazione della specie e che appesantiscono come inutili zavorre l’eterno anelito dell’uomo all’emancipazione spirituale. Confusi da un corpo e una psiche che viaggiano su binari diversi, individui con fattezze femminili e attributi riproduttivi maschili si insinuano e si insediano – alla stregua di virus resistenti – nella comunità eterosessuale, tentando di sopravvivere in un ambiente loro ostile. E ci riescono bene perché i trans, i femmenielli, trovano nei vicoli il loro habitat naturale e sono – per così dire – organici al tessuto canceroso che li ospita. Non si perdono d’animo, si ingegnano, cimentandosi in lavori mediamente redditizi e compatibili con la loro sensibilità muliebre (estetisti, parrucchieri a domicilio). In mancanza di vocazione professionale non disdegnano lo spaccio al minuto e la prostituzione come ultima possibilità per allontanare lo spettro dell’indigenza. Sono coriacei quanto basta per difendersi da coloro che nell’ambiguità leggono un segno di debolezza. Invertendo la spinta del desiderio,l’artificiosità cresce di grado: una donna che sogna di essere un uomo è grottesca. E pericolosa. L’avranno pensata in tal modo i mandanti dello stupro con cui è stato punito, per la sua tracotanza, Carlucciello senza pesce, così sbeffeggiato nella cerchia dei suoi denigratori. In realtà Carla – all’anagrafe – due capocchie di spillo al posto dei capezzoli, seno inesistente e fondoschiena tale da rivelare rotondità difficili da occultare, ha reclutato senza difficoltà seguaci e sostenitori dei suoi metodi per imporre un nuovo corso alla pratica estorsiva. Si è circondata di adolescenti riottosi, dimenticati da tutti, e ha ingaggiato la sua personale battaglia per affermarsi, illusoriamente, come quello che non potrà mai essere: un uomo di potere. Il suo metodo, finché ha funzionato, è stato quello di seminare il panico tra i commercianti distruggendo i negozi e razziandone la merce, ancor prima di formulare la richiesta estorsiva; fino a quando qualcuno ha deciso di ridimensionare la sua tracotanza. L’hanno picchiata con la stessa ferocia riservata a un uomo, poi l’hanno violentata lasciandola tramortita, nuda e a gambe divaricate. Sulla pancia, fissato con nastro adesivo un foglio con su riportato un vecchio proverbio, frutto della saggezza popolare: “chi nasce tondo non può morire quadrato”.

 

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