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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, quarta parte)

Buona lettura.

Quarta puntata
Quarta parte
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Lucia quando aprì l’agenzia, disse che era una sfida.

Ricordi? Voleva  dimostrare ai suoi colleghi che ci sapeva fare con le immagini e le parole, e ci ha saputo fare per davvero.

In questi anni ha dimostrato di essere una valente professionista.

Ha già comunicato ai clienti la sua intenzione. Quindi, non possiamo far altro che accettare la sua decisione.

Mi ha detto che si è stufata di lavorare per  la confezione. Di continuare a creare immagini e slogan  pubblicitari che colpiscono come una pigliata per il culo i consumatori colorati dai fuson.

In piena crisi del pene, così si è espressa, il mercato ha deciso di puntare sull’uomo che  non deve chiedere mai e sulla donna mignotta. E lei ha rifiutato d’istinto.

Una vamp anoressica che si lascia scivolare il ghiaccio sulla schiena è, si, una banalità vincente del corpo delle donne, ma anche assolutamente troppo per  lei.

Quelli di Milano non l’hanno presa bene.  

La città da bere è in effervescenza.

Lì c’è Silvio, c’è la mafia economica finanziaria e Bettino è primo ministro.

Avevano puntato sull’agenzia di Lucia come una delle agenzie leader per sfondare a sud dello stivale, per conquistare ai consumi chi ha per amica, per baby setter, per badante la televisione.

Lucia ha detto basta, ha deciso di passare all’opposizione e di utilizzare le sue capacità e la sua professione per contrastare  la ruota della fortuna, il pranzo è servito, i sogni nel cassetto che spingono i teleutenti a comprare tre e pagare uno, ad acquistare oggi e pagare poi, e poi si vedrà chi dovrà pagare i debiti.

Dal punto di vista dei milanesi che si occupano dei costumi e dei modi d’essere,  il maschio e la femmina sono stereotipi in crisi d’identità ma anche, ancora, il fulcro del sistema sociale, la fonte principale da cui attingere ricchezza ancora per molto, sfruttando lo stereotipo del cacciatore e della preda.

Sono vuoti di bottiglie di Martini. Sono Bmw da guidare. Preservativi da indossare. Mulini bianchi da abitare. Eleganze da imitare. Sono luoghi comuni.

E’ ballo e canto intorno al fuoco dello spreco.

Lucia ha capito che quelli di Milano stanno diffondendo una idea politica della società, di rottura con il fronte dell’austerity.

Il nuovo che avanza è immagine, è adulterio. E lei lo rifiuta.

Cosa potrà mai fare contro le illusioni, lo sa solo Dio.

Sarà una giornalista d’inchiesta, sarà lo steccato vicino alla piena.

Lucia ha troppe speranze, crede che la denuncia circostanziata del malaffare serva ad organizzare la controinformazione, che è questo l’unico antidoto partigiano per contrastare la corruzione, che è il tratto distintivo di Milano, della nostra città e del nostro Paese.

Le classi dirigenti del paese lo dichiarano apertamente: basta con il piagnisteo, basta con i cattolici e con i comunisti, basta con il riflusso, con la vita privata.

Il futuro è design,  è lustrini e specchi, è varietà da basso ventre.

Applausi.

Per ogni mutanda appesa un gettone d’oro.

Viva la Repubblica della Televisione, viva il Milan, viva la Standa,  viva le telenovella americane e sud americane.
Gli incesti familiari nel mondo fatato della moda e le grandi tenute terriere dove anche i ricchi piangono.  

La povera Cerasella, la ricordi? Fu catturata da Beautiful e quelle strane triangolazioni amorose, finirono per convincerla che non era peccato tradire il marito con suo fratello, che tanto tutto restava in famiglia, ed invece finì in tragedia.

Il marito la uccise a colpi di martello in cucina e suo fratello lo finì in strada, con un colpo di pistola e lì lo lasciò rannicchiato, prima di lanciarsi lui stesso nel vuoto.

Ciò che penso, è che, sotto i nostri occhi, sta avvenendo  l’incubazione del becero rampante, dell’ amico degli amici degli amici che, al finale, sono tutti dei pezzi di merda.

A  radio radicale,  a luglio, decisero di mandare in diretta le telefonate ricevute sulla segreteria.

Lucia le ascoltò, le piacevano i radicali. Noi due, invece, li trovavamo irritanti pur condividendo con loro la forza della laicità, della responsabilità, della libertà di poter disporre del proprio corpo e del proprio cuore, della necessità di stare in compagnia di chi soffre le pene sociali.

Ingiurie a grappoli, offese dirette, insolenze, bestemmie, insulti, oltraggi irriferibili, apologie del fascismo.

Da nord a sud, tutti con il cazzo duro.  

Fu la prova che ciò che pensava del suo Paese era vero.

Credo che dopo l’ascolto di quella diretta, si sia fatta prepotente in lei la voglia di fare una scelta di vita per non rimanere incastrata nella cartapesta, per non soffocare in essa, quando lo sballo sociale sarebbe finito.

Per questo ha preso la decisione di indagare su questa società ingessata che finge il movimento, che illude gli sprovveduti,  corrotta dalle aree d’influenza, da quel maledetto muro di Berlino che ne stabilisce i confini.

Sento che questa sua scelta sia frutto della nostra educazione, delle nostre scelte politiche, e non so se esserne contento o no.

L’agenzia andava bene, di pubblicità vivrà il futuro, sempre più giovani cercheranno il successo pianificando il gusto e i costumi di massa e lei sarà altrove, forse precaria tra i precari in un futuro che si annuncia senza certezze.

Lucia ha chiuso l’agenzia. Ha deciso con Dario. Indagherà sulla depressione sociale prossima futura, che tutto lascia presagire colpirà le città dell’occidente quando le maschere cadranno ad una ad una sotto il peso dei  debiti insoluti e il tempo passerà tra le fila delle mense dei poveri e farà freddo anche quando fuori dalla povertà il mercurio del termometro salirà fino ai quaranta di febbre.

Lucia ha deciso di tornare al punto di partenza. Spero per lei che ce la faccia a realizzare il suo sogno.

Dario è entrato nella sua vita per restarci, saprà consolarla.

Lucia ci ha raccontato del loro primo incontro.

Ha definito la sua storia d’amore un autentico shock  per il suo ambiente e per quello di Dario.

Ci ha confidato che si stanno divertendo da pazzi ad essere sfacciati, ad agire d’impulso, a correre verso la meta capovolgendo continuamente la piramide tra l’essere e l’apparire.

Per l’immaginario comune, Lucia e Dario, erano dei single scoppiati, economicamente indipendenti, persone che mettevano la carriera sopra ogni cosa.

Quelli da una botta e via, per intenderci.

Una botta e via … scusa, amore, faccio una deviazione, seguimi: se sostituiamo il sostantivo carriera con il pronome Io, arriviamo sciolti e disinvolti alla Favela che è a rota, persa nell’orgasmo mortale della Regina Bianca, che ha deciso, che allo scoccare della mezzanotte, deve sparare i fuochi d’artificio e colpi di pistola per noi.

Non ti sveglierò, non abbiamo l’obbligo di ringraziare: quei botti saranno sparati per Lucia, per dare inizio ai festeggiamenti.

La Favella è in festa per noi. E’ incredibile, ma è così. E la Favella vive d’eccessi: quando è in festa spara i fuochi con la stessa intensità con la quale annuncia l’assassinio di un infame o l’uscita dal carcere di un carcerato.

Torno indietro: quando ho confidato a Lucia che anche per noi due era destinata ad una vita da single, si è messa a ridere e mi ha rifilato questa perla di saggezza:  il single è un invenzione recente del mercato, che caratterizza la solitudine in nome del profitto.

Ci ho pensato e credo che ci abbia visto giusto: chi produce, infatti, ha bisogno di riferirsi a target precisi, così studia la composizione sociale, ed ha antenne sensibili che registrano i fenomeni e quelli che si dimostrano espansivi vengono fatti propri, poiché rappresentano potenziali consumatori.

E i single, per chi fa strategia del consumo, sono un fenomeno sociale che ha grandi futuri margini di espansione.

E’ vero, la pubblicità punta ancora sui ruoli domestici, sulla famiglia maschio/femmina/prole. E fino a quando non smaltirà tutte quante le scorte di magazzino non smetterà di proporre questa immagine familiare.

Ma è già pronta per i single. La pubblicità ha l’occhio lungo. La legge sul divorzio è stata approvata sedici anni fa e le coppie stanno regolando i propri conti.

Il mercato conosce i fenomeni sociali fin negli anfratti più nascosti, dove le semplificazioni su ciò che è bene e su ciò che è male avvengono d’impulso.

Lì abbonderanno i single, lì la pubblicità ci sarà e reciterà una prece per chi si separa.

Il mercato sa che aumenteranno chi abbandonerà la sposa o lo sposo al proprio destino con i figli a seguito. Sa che ci sarà chi cercherà nella solitudine il proprio equilibrio e chi l’equilibrio lo perderà. Per tutti avrà una risposta virtuale da offrire, una finta soluzione, una falsa opportunità.

Sarà sempre più facile dirsi addio, disprezzarsi, separarsi, cambiare letto. Sta già avvenendo.

Questo tempo è tempo tempestoso e se le persone per prima cosa si disfano della libertà, per secondo danno via l’amore.

Il mercato è già pronto per invadere di prodotti le città del futuro prossimo abitate di solitudini. E’ già pronto per offrire la felicità a prezzi stracciati ai gruppi, alle sette, ai clan dei single.

Guarda i giovani della Favela, vivono inseguendo l’effimero e ambiscono al denaro, a decidere della esistenza altrui per avvicinarsi alle esibizioni del lusso dei ricchi.

Vanno incontro al loro destino con le visioni del mercato in testa.

Vivono in un film.

I loro figli saranno il core business del futuro.

A loro verrà proposta  una vita spericolata, da consumarsi in una frazione di attimo.

Senza responsabilità. Sfacciata.

Cucendo insieme pelle e metalli, vestendo Versace.

Lucia sa quel che fa: ha chiuso l’agenzia.

A lei e Dario è accaduto ciò che è successo a noi due.

Anche per loro l’adolescenza e la gioventù è andata in fiamme in venti centesimi di secondo.

Dario  ama di Lucia anche ciò che gli è insopportabile. Quindi, invecchieranno assieme senza accorgersene. Saranno fuori mercato e faccio una facile profezia: negli anni diventeranno un’eccezione. E noi saremo orgogliosi di loro.

Orgogliosi di aver conosciuto l’amore, di aver insegnato ad amare, di aver conservato intatta la sua forza che vince la morte.

Amore, come è forte l’emozione, arriva alla commozione, quando, come adesso, penso che hai amato e ami solo me di quello stesso amore che Dario prova per Lucia. E mi sembra un dono. Un dono immenso.

Sono passati ventisei anni e i tuoi occhi neri e profondi sono irresistibili come allora, fanno venire voglia di tenerezze, di fare l’amore.

Era di settembre, eravamo al mare, attendemmo il tramonto distesi sulla spiaggia di Metrofavela, nascosti agli occhi degli altri.

La nostra prima volta.

Ci eravamo conosciuti da poco e non riuscivamo a stare con le labbra dell’uno lontane dall’altro. Non potevamo baciarci in pubblico, la morale del tempo lo impediva. Ma noi ci riempivamo di baci, di tanti baci, lo stesso. Cercando posti isolati, rubando minuti.

Entrai in te, mi avventurai nella vita nuova. Ogni timore passò. Ciò che ero, era lì, con te in quell’amplesso che mi portò fuori dal nascondiglio, lontano dalle mie paure.

Quell’uomo ero io, null’altro che quella persona sono io. Io che bacio il tuo seno in uno stato  libero da ogni altro pensiero fuori dal confine del tuo ventre.

Li, carne, sono diventato adulto. Qui, anima, siamo giunti assieme.

Lucia domani si sposa ed io vorrei che mio padre fosse qui, ora, con me, così come lo ricordo: operaio, antifascista, mangiapreti, partigiano. Fuori la sua casa, sulla strada, seduto sulla panchina a far finta di parlare da solo affinché chi avesse orecchie per sentire, ascoltasse quel suo lamento contro la vita che non gli aveva concesso ciò che più desiderava: l’amore.

Carmela non era ancora nata, lei queste cose non le sa.

Carmela è nata sotto un cielo senza bombardieri. Per lei la libertà non è stata una conquista, se l’è trovata. E mio padre è morto che lei era da poco nata. Ma anche se fosse vissuto non se ne sarebbe occupato, così come non si era occupato di tutti gli altri.

I suoi unici figli, quelli che amava, quelli ch’erano odiati da tutti gli altri, eravamo  io e Tonino.

Senza più mio padre, mia madre dettò regole severissime.

La più odiosa fu quella che impose ad ognuno di noi di portare a casa il denaro necessario per sé e per lei.

Come avremmo fatto a procurarcelo non gli importava.

Questo era il suo prezzo per continuare ad accudirci, altrimenti quella era la porta.

A lavorare o a rubare. Per fortuna scegliemmo tutti la fatica.

Così  mia madre, quando finirono gli anni del lutto, svestì il suo esile e alto fisico dai vestiti neri consunti, comprò vestiti nuovi, uscì dal basso ch’era l’ultimo della Salita Principe e si avviò giù per andare a via Stella a mangiarsi una pizza fritta senza doverla dividere con nessuno e senza togliersi il lutto dalla pelle. E rientrò, inespressiva come sempre, ma pettinata dal parrucchiere, ed era bellissima e algida mentre ci serviva la cena senza essere lì con noi.

Ben presto la casa si svuotò. Gennaro andò via poco dopo la morte di mio padre. Poi toccò a Mario e seguirono Anita e Vittorio e Ida. Poi toccò a me e Tonino.

Mia madre indifferente, ci ha salutato in fretta.

Prima del nostro matrimonio non aveva mai vissuto la festa.

Mia madre partecipò con le sue scarpe con il tacchetto basso, le sue calze nere, la sua gonna sotto il ginocchio, la sua camicetta e il suo foulard che le copriva il collo.

E con i suoi capelli a nuvola si sedette su una poltrona e non si mosse per tutto il tempo.

Era davvero molto bella da guardare.

Carmela è stata l’ultima a lasciare la casa di mia madre.

Le somiglia tanto. Con una differenza. In mia madre c’era tanto dolore, in lei  solo sfacciataggine.

Mia madre sposò mio padre senza amore, fu il primo che la chiese in moglie.

Non credo che uscì dalla sua casa senza avere in un angolo del suo cuore l’illusione che mio padre l’avrebbe trattata come una regina.

Ma lei veniva dopo la fabbrica, dopo il sindacato, dopo il partito, dopo la stoppa.

Devo scriverlo: mio padre per lei non c’era.

Morto lui, mia madre respirò per sé sola,  la casa divenne il suo castello e i suoi figli servitori.

Carmela al nostro matrimonio accompagnò mia madre e tutto il tempo stette stretta nel suo abitino rosa con il collo ricamato di bianco,  al suo fianco muta e, con i suoi occhi, annotò ogni cosa e dentro la sua testa di bambina l’invidia per te, per la tua bellezza, per la mia fortuna si trasformò in disprezzo.

Felicitazioni, cos’altro avrebbe potuto dire Carmela?

Lucia si sposa per amore, lei si è sposata con Fortunato per non rimanere zitella.

Ma è una tosta, una che si dà da fare. A differenza di mia madre lei non è regina di se stessa, è una macchina per fare soldi. Il suo scopo è la ricchezza, il suo motto: accumulare.

Ti ricordi quando venne da noi, qualche anno fa, per proporti con larghi sorrisi. da sorella e cognata,  di organizzare una riunione per la vendita diretta dell’Avon e della Tupperware ?

Ti ricordi cosa disse? Cosmetici e plastica, come sono ridotta. Tengo in piedi la famiglia con queste vendite. Come se non sapessimo che faceva la magliara. Come se non sapessimo che Fortunato l’idraulico aveva l’oro nelle mani.

Non la rifiutammo per quieto vivere.

Quel giorno recitò come un’attrice in una commedia americana: esuberante, sbadata, accattivante, sempre con la battuta pronta.  L’ascoltai incantato.

Descriveva quei prodotti elencandone l’aspetto, la qualità, la convenienza. Ne dimostrava le caratteristiche, l’efficienza.

Non tirò il fiato fino a quando le partecipanti, estenuate, non fecero qualche buon acquisto e lei un buon fatturato.

Fu allora, a riunione finita, quando ci mettemmo a chiacchierare sorseggiando il caffè e mangiando pasticcini,  che ci confidò, pavoneggiandosi e vantandosene, che aveva trasformato la sua casa in un bazar di biancheria e oggettistica per i corredi delle spose che vendeva a tanto al mese a buon prezzo.

Carmela è una donna moderna. Per Lucia, è una Carmela qualsiasi, come tante in questo tempo dove le donne pensano da sole a tenere salda la corda sociale sulla quale si stanno arrampicando per essere  madri perbene, signore borghesi, donne di sostanza, pronte a passare sopra ai cadaveri dei figli pur di rendere reale l’irrealtà.

Ho amato molto mio padre, non ho amato mia madre.
Che confessione, eh? Mi sono liberato di un peso.

2 Comments

  1. Sonia Prisco ha detto:

    Appassionante, come sempre..

  2. Stefania Prisco ha detto:

    Mi lasci senza fiato…e affamata del prossimo capitolo….

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