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Le vertigini del potere, M5S si spacca: Di Battista bacchetta Salvini e mette nel mirino Di Maio

Il Movimento capace di conquistare il Palazzo sta dimostrando  tutte le  crepe di un castello di carta costruito su luoghi comuni come onestà, trasparenza e decrescita felice. In stato confusionale, sbandano come una nave colpita in pieno da una tempesta, senza timone cercano a braccio di mantenere la rotta. Una volta dicono sì a qualcosa, poco dopo cambiano idea, la leadership latita. Grillo e Casaleggio jr si tengono prudentemente alla larga godendosi lo spettacolo della loro creatura in cerca di identità, mentre vanno all’incasso. Di Battista pronto a rientrare in partita e scalzare Di Maio fagocitato da Salvini

 

di Peppe Papa

Le ‘vertigini del potere’. Si potrebbe definire così l’attuale fase attraversata dal M5S, capace di conquistare il Palazzo, ma che alla prova dei fatti sta dimostrando tutte le  crepe di un castello di carta costruito su luoghi comuni come onestà, trasparenza e decrescita felice.

La realtà è tutt’altro

In stato confusionale, sbandano come una nave colpita in pieno da una tempesta, senza timone cercano a braccio di mantenere la rotta. Una volta dicono sì a qualcosa, poco dopo cambiano idea, la leadership latita. Grillo e Casaleggio jr si tengono prudentemente alla larga godendosi lo spettacolo della loro creatura in cerca di identità, mentre vanno all’incasso.

La guerra interna al Movimento è ormai un dato acclarato, la dinamica veloce degli eventi ha solo messo in sordina la disputa tra le varie anime che danno vita all’organizzazione che vanno dall’ala radicale di sinistra a quella opposta di destra, passando per la corrente centrista più idealmente affine a un neo assistenzialismo Dc che tanto piace alla gente.

Peccato che regni l’incompetenza, anche se i capi storici non sembrano curarsene, risucchiati come sono dal proprio ego, e continuano a sfidarsi per mettere mano al giocattolo. I due principali competitor sono Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio i quali, d’amore e d’accordo, hanno sancito un patto di non belligeranza e si professano amici per la pelle.

Il patto tra i due è stato chiaro: “Io mi prendo un anno sabatico e me ne vado a girare il mondo – ha detto Dibba rivolto a Giggi – tu fai il governo, sei protagonista della scena e ti giochi le tue carte, vediamo che succede”. Insomma, lui in panchina come stabilito dalla ‘ditta’, Di Maio in campo. Ma a condizione: durare cinque anni e “cambiare il Paese” nel segno della “democrazia diretta”.

Chiacchiere. Che consegnano risultati inquietanti. Accordo con la Lega xenofoba di Salvini e la quasi abiura delle parole d’ordine della campagna elettorale: reddito di cittadinanza, chiusura dell’Ilva di Taranto, equità, trasparenza, meno burocrazia e difesa degli interessi dei cittadini più deboli.

Per Di Maio un flop finora. Di cui ne ha approfittato Di Battista che dal suo esilio dorato in Guatemala, non ha esitato a “mettere la scopa” così generosamente offertagli dal suo avversario interno. Per prima cosa ha provato a riequilibrare lo sbilanciamento mediatico che vede il leader padano giganteggiare nei confronti del “giovine di Pomigliano” che annaspa cercando di stargli dietro, con un attacco all’arma bianca. Colpendo facilmente sul punto debole degli alleati di governo. “La Lega deve restituire i 49 milioni di euro fino all’ultimo centesimo – ha dichiarato in collegamento dal Guatemala alla trasmissione di Lilli Gruber su La7 – che c’entra il processo politico? Se fossi un militante della Lega chiederei la restituzione di ogni singolo centesimo perché sono soldi miei. Le sentenze si rispettano, quindi restituiscano il maltolto”. Poi, a proposito della diatriba tra i due soci dell’esecutivo sul ddl anticorruzione presentato dal ministro della Giustizia Bonafede (M5S) ha aggiunto con malcelata malizia: “La Lega si sputtana se ferma la riforma, mi auguro che non lo faccia”, E  ha aggiunto: “Forse Salvini avrà ricevuto una telefonata da Berlusconi..”.

Parole alle quali il ministro degli Interni, tanto per non smentire l’aplomb di uomo duro, ha replicato sferzante: “Fossi in Guatemala, passerei il tempo in maniera più ludica. Mi sa che è una roba interna ai Cinquestelle”. I quali, spaventati da tanto inaspettato accadere, hanno varato l’operazione “va tutto bene”,  non apprezzando, almeno nell’entourage di Di Maio l’incursione di Di Battista, minimizzando il ruolo di quest’ultimo chiarendo che non c’è nessuno scontro interno al Movimento : “Dibba fa il Dibba – ossia l’ariete d’attacco – e Luigi fa Luigi, cioè il leader che a sua volta punge Salvini, ma senza esagerare”, in pratica una semplice “divisione dei compiti tra due amici”. Innegabile, però che tiri una brutta aria.

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