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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, quinta parte)

Buona lettura.

Quarta puntata
Quinta parte
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Quando eravamo ragazzini ed eravamo soli con mio padre, gli piaceva molto raccontare delle quattro giornate di Metrofavela.

Parlava della sollevazione popolare contro i tedeschi, contro gli occupanti, contro i fententi come un’esperienza esaltante e imitava se stesso  nel ruggito che emise dall’alto della Salita Principe, vico della Favela della Sanità, prima di lanciarsi in battaglia.

Un ruggito che ancora mi scuote.

Non ho altri ricordi prima di allora di lui.

Ho pensato a questo qualche giorno fa, dopo aver parlato con Lucia della sua vivacità da bambina.

Anche a lei è toccato ascoltare il ruggito del padre.

Accadde  quando tornai  a casa con lo sguardo fiero di chi aveva fatto la scelta giusta.

Ricordi? Era il sessantanove. Lucia era lì, vide, ascoltò.

Avevo trentotto anni.

Lavoravo in fabbrica, non mi piaceva, ma ci andavo lo stesso.

Poi, il padrone ebbe l’impudenza di calpestare la mia dignità ed io mi infuriai e lo affrontai, a quella canaglia.

A muso duro.  

E me ne andai via appendendo al chiodo la saldatrice, i cannelli, la maschera di ferro forata e la tuta che non era come il cielo, non diventava più blu, scoloriva.

Tu ascoltasti silenziosa. Stavi con me. Eri pronta. Sapevi che sarebbe andata a finire così.

In fabbrica il padrone comandava e pretendeva sottomissione e gratitudine. Era un uomo ignobile. Non riconosceva al lavoro nessun valore.

Ero un bravo operaio, facevo bene il mio lavoro. Mi alzavo dal letto la mattina e  tornavo a casa a sera inoltrata. Mi piaceva essere svegliato con l’odore del caffè e amarti  prima d’addormentarmi.

Pensava di tenermi per le palle il padrone. Pensava che non arrivassi a licenziarmi. Pensava male.  Come un pazzo andai nel suo ufficio e spalancai la porta e l’affrontai con le vene del collo ingrandite come quelle cannucce che usavamo da bambini per costruire le cerbottane.

Chiami il ragioniere e gli intimai: chiuda i conti e non dica una parola. Fuori da qui, un operaio con la mia esperienza il lavoro lo trova. Questo gli gridai sulla faccia, muso a muso.

Lo ammutolì, lo spaventai.  

Pensai: adesso muore d’infarto e cominciai a ridere così forte fino a quando la fabbrica non si fermò del tutto e Mario, il caro vecchio Mario, che stava ad un passo dalla pensione, e quasi provava dispiacere a lasciare quel suo luogo di una vita di fatica e basta, entrò nell’ufficio.  

A Mario, in fabbrica, lo rispettavamo tutti.

Smisi di ridere, di colpo, come avevo iniziato.

Mario mi fece segno di seguirlo ed io lo feci.  Poi si rivolse al padrone e gli disse: Amedeo chiama il ragioniere e chiudi questa storia. Ti avevo avvisato, hai voluto fare di testa tua e il migliore operaio che tieni qua dentro se ne va.

Mario mi portò fuori dai capannoni e  tirò fuori il thermos con il caffè.

Lo bevemmo, ci accendemmo una sigaretta e parlammo fino a quando la voce della figlia del padrone, che fungeva da segretaria, non ci chiamò.

Mario mi confessò la sua amarezza. Aveva una moglie, cinque figli, tredici nipoti e  la fabbrica.

Non era poco, non era molto, era tutto il suo mondo.

E in quel luogo aveva passato quasi tutto il tempo della sua vita fuori dal contesto familiare.

Di li a poco, l’avrebbe lasciata per sempre la fabbrica e il presagio gli metteva malinconia.

Mario mi incoraggiò, disse: la fabbrica non è per quelli come te. Anche se sei un bravo operaio, non fa per te. Sei qui da molti anni e mai ti ho visto arrivare o andare via in tuta. Tu entri e esci da questo posto indossando  giacca e cravatta e dopo esserti pettinato e questo fa girare i coglioni ad Amedeo e a quasi tutti i nostri compagni di lavoro. Invece, io l’ho sempre apprezzato. Ho sempre sperato che non ti facessi contaminare dalle nostre abitudini. Perché  il tuo modo di essere mi ha fatto capire, alla mia età, ciò che i compagni non hanno mai pensato: la cura di se stessi aiuta a ribellarsi, a non rinunciare a ciò che c’è fuori dalla fatica.

Così, fu naturale confidargli che quando mi spogliai della tuta e mi vestì con i mie pantaloni, la mia camicia, la mia giacca e feci un morbido nodo alla cravatta gridai: merda, tra poco cambio vita, cambio vita.

Voleva obbligarmi a fare lo straordinario. Rimangiarsi il suo impegno quando mi assunse. Tutti in fabbrica sapevano che finito l’orario del lavoro io andavo via, tornavo a casa, da te, Lucia.

Quel giorno fu  il giorno della mia liberazione.

Uscì dallo spogliatoio dopo essermi spruzzato il profumo che mi regalasti per il mio compleanno.

Il Padrone mi diete ciò che mi spettava. Presi  il denaro dalle mani del ragioniere, firmai le dimissioni, salutai Mario con un caldo abbraccio e me ne andai via e senza voltarmi indietro sono arrivato fino a qua, con te accanto.  

Lucia mi vide acquietare  fumando una MS dietro l’altra. Era alle tue spalle mentre seduti l’uno difronte all’altro ci tenevamo le mani, sbigottita.

Io fui testimone del ruggito di mio padre e Lucia ascoltò il mio, da sola, come da solo ero stato io.

Domani Lucia si sposa, adesso c’è Dario nella sua vita. Si è aggiunto alla nostra famiglia, grazie a Dio.

Faremo come tua madre fece con noi: allevieremo lo smarrimento della vita nuova, l’accompagneremo per un tratto e se avrà bisogno di noi, noi ci saremo.

Se penso a  quella notte così lunga e quell’alba così breve di tanti anni fa, penso che senza tua madre non ce l’avremmo fatta, saremmo scivolati sullo strato oleoso della miseria.

Con i risparmi facemmo fronte alle spese quotidiane per po’.

La città era sporca, malata di colera e piena di disoccupati e di  brutti ceffi che si arrangiavano come potevano.

Quel poco di lavoro che trovavo era malpagato. Così, molto presto, non riuscimmo più a pagare  il fitto di casa, l’utenza elettrica. Ed ogni qual volta la bombola del gas si svuotava impazzivi per quella mancanza.

Finimmo per strada con le nostre suppellettili e  la folla di curiosi che si formò cominciò ad imprecare contro i padroni di casa e contro il governo che lasciava finire le famiglie per strada.

Ma noi una casa nella quale andare ce l’avevamo, era quella grande dei tuoi genitori, la casa del Re di Poggioreale, dove già stanziavamo per lunghissimi periodi dell’anno per stare con la tua famiglia  patriarcale, nella quale c’era spazio per tutti ed io ero a mio agio.

Ma noi volevamo una casa tutta nostra, anche un buco, nel quale stare insieme, respirare la nostra intimità familiare.

Ricordo che lo sfratto cominciò all’alba e che la giornata tramontò con noi e il camion fermo in strada.

Poi, d’improvviso, a notte fonda, svegli di paura, vedemmo arrivare mio fratello Tonino, a cui avevo chiesto di darci una mano.

Mi chiamò a sé, mi spiegò che non c’era tempo da perdere, che era venuto a cercarlo un suo amico che aveva saputo della nostra situazione e si era ricordato che un suo amico stava cercando, in cambio di un po’ di denaro, di passare l’assegnazione della casa popolare di sua madre a qualcun altro. Che era l’occasione giusta, il pigione era di poche lire. Che si era precipitato a chiudere l’affare. Che aveva già fatto tutto lui. Che ci dovevamo sbrigare. Che per queste storie non c’era tempo da perdere.

Mi sembrò un miracolo.

Diedi ordine all’autista del camion di mettere in moto. Ti chiamai a me e tu avevi Lucia stretta al collo. Ti dissi: Tonino ha trovato una casa popolare da occupare. Io vado con lui, ti precedo con il camion. Tu segui questa signora.

Mi dicesti qualche tempo dopo che quella signora  tozza e sdentata e vestita di nero funebre spaventò Lucia della stessa paura che provava quando le raccontavo le   favole abitate da streghe fisicamente orrende nell’aspetto e cattivissime nell’animo, per farla addormentare.

Ci allontanammo dal Vico Maglione, dalla nostra casa da sposi e attraversammo la Favela  di Secondigliano per poi prendere in direzione della Favela di Miano.

Entrammo dentro una strada senza asfalto e ci fermammo alla prima casa di un fabbricato  di due piani che si estendeva orizzontale e infinito nascosto dal buio.

C’era tanta gente intorno a noi. Parlavano una lingua a noi sconosciuta e non capivamo se ce l’avessero con noi o cos’altro.

Io e mio fratello scendemmo dall’abitacolo  e un’altra donna, dall’aspetto più gradevole e rassicurante, ci fece segno di seguirla.

Giungemmo così in quella che è ancora oggi la nostra vera casa. Anche se in questa si sta benissimo ed io ho il mio studio.

Dentro c’era solo un tavolo malandato, due sedie consumate di legno e paglia, un cucinino e il letto matrimoniale con un materasso sporco di piscio seccato.

Quella casa ci accolse con la puzza invadente e le candele che furono accese per fare luce illuminarono sporco ovunque.

Dicemmo all’autista del camion: scarichiamo domani, prima puliamo e poi entriamo.

Lucia entrò in casa e ci seguì con la sua candela tremate: due stanze, una cucina e un bagno.

Facemmo più volte il giro per la casa muti l’uno con l’altra.

Poi tua madre ci chiamò a sé e ci guardò senza commiserazione, sradicando le nostre ansie, le nostre paure.

Le sarò per sempre riconoscente.

Questa è la vostra nuova casa, state facendo la cosa giusta. Per una famiglia il proprio nido è diverso da tutti gli altri e se lo si distrugge è difficilissimo ricostruirlo con lo stesso amore e le stesse speranze. Vi rimetterete in piedi se amerete questa casa. Lucia sa tutto, è una bimba che sta crescendo in piedi. Tutto andrà per il meglio, disse.

E’ stato così.

E quando l’assegnataria si fece viva, il profumo di pulito la stordì e non volle accomodarsi in attesa che arrivasse mio fratello, che intanto era stato messo al corrente della visita dallo stesso vicinato.

Tonino aveva pattuito il prezzo dell’operazione con la maggiore dei numerosi figli dell’assegnataria e le aveva dato anche la caparra.

L’assegnataria era una vecchia alcolizzata arrabbiata con la vita.

Non  finì per strada.

Lei odiava quella casa, non ci aveva voluto passare una sola notte intera. Lei stava bene nel suo basso fuori dalla portata del sole, nel ventre della città spagnola.

Di tanto in tanto, in cambio di qualche soldo, ci raccontarono i vicini, a ‘mbriaca,  così la chiamavano, locava la casa a qualche sua vecchia amica puttana, che ancora si guadagnava da vivere offrendosi a puzzolenti ubriaconi e vecchi pisciasotti, che, o si addormentavano di schianto o diventavano brutali.

Ho ricordi nitidi di sollievo di quel giorno, uno dei momenti più belli della mia vita andare con mio fratello, l’assegnataria e la maggiore dei suoi numerosissimi figli al Municipio, per dichiarare, come concordato,  allo stato civile, la nostra inclusione nello stato di famiglia della signora. A cui sarebbe seguita la voltura del contratto e la nostra legittimità di assegnatari.

Così ci ritrovammo  ad abitare sullo stesso pianerottolo di una umanità dolente, non povera come la nostra povertà proletaria, sofferente. Era una povertà tormentata, fuori da ogni classe sociale, senza alcuna comunità politica di riferimento. Schiumava rabbia.

Nella nostra nuova Favela, potevi contare gli operai sulle dita di una mano. Quasi tutti vivevano alla giornata, ingegnandosi in mille mestieri, andando a rubare nelle Favela più ricche ma anche nei campi la frutta e gli ortaggi di stagione facendo disperare i contadini che, a volte scioglievano i cani e qualche altra sparavano con le baionette.

Siamo ancora qui, è cambiato il paesaggio. Sul nostro pianerottolo adesso siamo in tre. Eravamo in sei, allora. Sei famiglie. Il Comune ha abbattuto le vecchie case orizzontali e costruito grattacieli. A noi è toccato l’ottavo piano. Una diversa visione. Guardiamo ora dall’alto verso la strada senza più pozzanghere, gli adolescenti che hanno frequentato la scuola pubblica di massa,   vestiti alla moda senza sapere come far passare il tempo perché non hanno passioni, orizzonti, mondi da scoprire, avventure da vivere ma solo i loro corpi da corrompere con quel piacere caldo che dalle vene va al cervello con una sola iniezione.

Non si nascondono.

Quando gli cammino accanto, quando chiedono una sigaretta, quando li osservo mentre sono persi nel loro viaggio, non so il perché, torno a quella notte del sessantanove, quando fuori da quella che sarebbe divenuta la nostra case popolare, sentì l’avvicinarsi di una forza oscura, distruttiva.

Non sapevo ancora che era la malavita. L’avrei capito da li a poco, perché quella  forza divenne prepotente e sempre più invasiva. E oggi, mentre ti scrivo e la Favela è in festa per noi, quella forza tiene chiusa in un pugno  la città.

Io, tu, Lucia abbiamo visto gli uomini che nella nostra Favela raccoglievano per strada i cartoni, il ferro, le pezze divenire uomini di niente per quei loro figli che avevano scelto  di vivere un giorno da leone e ammazzare le pecore.

Abbiamo visto i calzolai, i sarti chiudere bottega. I bar passare di mano per poco e niente. I muratori e gli idraulici e i falegnami lavorare per le imprese edili che costruivano abusivamente ovunque si potesse cancellare la campagna sotto lo sguardo complice delle autorità civili e della polizia.

Abbiamo visto il corso della Favela cambiare aspetto, i platani sostituiti dai pali della luce e i cinema diventare garage e un infinita inaugurazione di boutique e supermercati cambiare il look commerciale investendo una quantità di denaro incontabile.

Lo spaccio della droga rende e nessuna lacrima è stata versata per le siringare e le ostetriche estinte. Cancellate, come l’ascolto del primo pianto, della vita che non valeva più niente.

Questi, amore, sono i colori che hanno sostituito il bianco e il nero.  E i colori si confondono e se brillano, non è per sempre, e per una stagione, per una soltanto.

E i colori che abbiamo visto hanno avuto miliardi di sfumature che è quasi impossibile oggi tenere insieme in un solo quadro.

E nei colori della Favela, dove abbiamo visto le bambine lavorare a cottimo, dalla mattina alla sera su macchine da cucire, su banchetti neri di colla, senza mai godere di un minuto di svago, c’è, forse, la spiegazione dei mutamenti.

Loro lavoravano in casa,  in sottoscala umidi, in nascosti capannoni di lamiera e nelle ore libere dovevano aiutare in casa, servire, come Dio sull’altare, il padre, i fratelli, il marito e i figli, dato che s’ingravidavano dai tredici anni in su.  

In quegli anni, andava bene così. Quelle fabbriche che offrivano lavoro a nero, all’inizio, sembrarono una benedizione. Il cottimo aiutava a vivere meglio, poi le forze sono venute meno e alla Favela si capì che la spesa  non valeva la pesa.

Colletti, polsini, bottoni, suola, lacci.

Aghi.

Dita martoriati, polmoni seccati, schiene piegate, caviglie gonfie.

Produzione di massa, sfruttamento, illusioni.

Col cottimo nessuno ce l’avrebbe fatta a cambiar vita. Questo capirono le madri e chiamarono a sé le figlie, sul finire del ’70, e le dissero di seguirle. Poi, senza troppi giri di parole le istruirono al nuovo corso:  adesso toccava a loro comandare. Gli uomini avevano fatto il loro e non si poteva lasciare nelle loro mani il filone della ricchezza e del potere: racket, usura, spaccio degli stupefacenti e gioco clandestino.

Non potevano, loro, le donne, lasciare gli uomini da soli, avrebbero preso fuoco come la paglia .

Così è andata: quando la droga fece toccare con mano la felicità, le donne lasciarono il cottimo e si dedicarono ad organizzare i clan familiari e costruirono le proprie attività sull’import e sull’export  di sua maestà la Regina bianca e costituirono proprie bande armate per controllare il proprio territorio d’influenza.

Le donne delle Favela la sapevano lunga: gli esclusi, quelli come loro, non avevano bisogno della libertà, avevano bisogno di mangiare e loro, con il business della droga potevano offrire abbuffate anche ai carcerati.

Ci volle poco tempo,  l’impresa è stata grandiosa. Sesso tra le gambe e denaro nel cervello.

Non voglio perdermi, sto correndo il rischio di imbrogliare la matassa degli avvenimenti. Ma ciò che accadde fu che il lavoro a cottimo velocemente si ritrasse dalle case e poi dai sottoscala e poi dalle lamiere e la mesata entrò nelle famiglie con il lavoro a nero pagato il giusto dalla camorra che intanto si era data con successo al falso, alla contraffazione, alla produzione meccanica.

Si aprirono fabbriche di camice, di cinte, di scarpe, di ceramica, di assemblaggio, pompe di benzina, garage, autoconcessionarie e negozi d’abbigliamento, di calzature, di profumi, di balocchi. E ancora bar, pasticcerie, pizzerie, ristoranti e tanti supermercati.

Ma il business fu il cemento. Per i palazzinari, per  le loro imprese di calcestruzzo il passaggio dal bianco e nero al colore fu una passata di smalto sulle unghie della mani sulla città.

Guerra, dopoguerra, ricostruzione, boom economico, colera, terremoto, made in Italy: un affare criminale.

Per Metrofavela fu questo.

Quando Lucia, insieme ai suoi compagni, organizzò la prima marcia anticamorra sul corso principale della Favela di Secondigliano, noi non ci andammo. Decidemmo che era la cosa giusta da fare per il suo bene, per farla passare dentro la nostra Favela come una ribellione di gioventù.

E quando ritornò a casa delusa per la partecipazione e offesa per le contestazione di qualche focoso affiliato che lei conosceva fin da bambina, non riuscimmo a dirglielo che era tempo sprecato, che Pierino era diventato un capoclan.

Gli dicemmo: avete acceso una fiaccola, avete avuto coraggio.

Se le avessimo confessato che la nostra assenza alla marcia non era per il tuo finto e improvviso malore, ma un segnale di sotto controllo della situazione mandato alla Favela per garantire la sua sicurezza, credo, che ci avrebbe odiato.

E ancora oggi quelle parole non dette mi tormentano perché il tempo è passato è lei ancora crede che è possibile sconfiggere la criminalità.

Tu non hai voluto, mi convincesti.  Credo che facemmo un errore. A Lucia dovevamo dire ciò che pensavamo, ciò che avevamo fatto. Chissà, forse ci avrebbe ascoltati.

Quella marcia fu un flop. Quelle fiaccole si  consumarono e spensero. Eravamo, siamo ostaggio della criminalità, vinti dalla sua arroganza e dalla sua violenza.

Lucia domani si sposa e la sua vitalità è coinvolgente. Per lei non esiste il non c’è altro da fare. La pensa così anche Dario. E la pensi anche tu così, questa è la verità.

Ed  io vorrei tanto crederlo che non servono le vie di fuga, che basta continuare a rifiutare le offerte criminali e stare il più lontano possibile dalla trasversalità delle alleanze e dei combattimenti per essere al sicuro.

Come se non bastasse un sussurro uscito dalla bocca di un deficiente qualsiasi per essere definiti infame e finire di campare.

La Favela è in festa, lo sono pure le cape vuote?

Eravamo così preoccupati per lei, allora.

Ho in gola delle parole, adesso le sputo fuori: vorrei che accadesse come nei film. Che al termine della cerimonia religiosa, Lucia e Dario scappassero via lasciando di stucco gli invitati.

Gli griderei: andate, andate via da qui. Non dalla città, dal Paese. Andate dove potete godere la libertà e vivere senza paura.  Andate senza pensare ai nostri martiri ammazzati e agli assassini che li hanno colpiti. Per loro non ci sarà redenzione fin quando la corruzione  sarà Stato, Repubblica, Democrazia. Il Municipio è nelle loro mani. Nei commissariati ci sono i loro infiltrati. A dirigere le banche i propri affiliati. Alle elezioni eleggono i propri parlamentari.

Lucia non ci ascolterebbe. Lei è una donna coraggiosa. Per lei smettere di lottare contro la malavita e la sua gemella malaffare è una bestemmia.

Accettai il tuo consiglio e siamo stati al suo fianco, sostenuto le sue scelte, difeso la sua libertà e la nostra dalle incursioni.

Pierino è un uomo intelligente e sa che noi siamo contro di lui. Non gli importa, ci vuole bene. Tu lo hai accudito quand’era piccolo, quando giocava per strada isolato dagli altri perché era aggressivo come un gatto selvatico. Tu sola riuscivi ad avvicinarlo senza essere cacciata via, senza doverlo strappare dai suoi silenzi a suon di botte.

Pierino era diverso da tutti gli altri.  Sono certo che nella sua testa ci sia sempre stato un solo pensiero: cambiare quella sua condizione, diventare ricco, essere rispettato, incutere paura.

Lucia si sposa e la Favela è in festa. Pierino ci ha inviato i suoi auguri. Li ha inviati a te, alla tua umanità di madre. Per ringraziarti del fatto che hai considerato figli tuoi i figli della Favela recandoti a consolare le famiglie in lutto con la stessa gratuità con la quale eri andata per aiutarli a venire al mondo.

Devo confessarti che in questo momento, per la prima volta da quando siamo qui, non mi sono sentito un estraneo e il fatto che non siamo finiti sul loro libro paga, non mi fa sentire più fuori contesto, ma orgoglioso della fatica che abbiamo fatto di rifiutare, anche quando le condizioni economiche erano disastrose, di sottomettere le nostre persone al loro volere.

Quando si passò a fare sul serio, quando le opportunità si presentarono  e il braciere dello spaccio di droga e del gioco clandestino prese fuoco, Pierino ci fece visita.

Ci disse chi era diventato. Ci invitò a stargli accanto. Eravamo perfetti come prestanome.

Gli dicemmo di no, che quello che faceva era lontano dai nostri principi. Noi volevamo svegliarci e addormentarci nei nostri letti, dedicare il nostro tempo al lavoro e a Lucia.

L’incontro ebbe il tempo di un caffè e la casa era circondata dai suoi uomini armati.

Eravamo seduti intorno al tavolo,  e i suoi occhi osservavano ogni movimento, ogni oggetto, ogni pericolo.

Non dissi una parola. E non credo che a lui fosse  interessato ai miei pensieri.

Gli dicesti: Pierì non offenderti, noi ci mettiamo paura, siamo persone oneste e ti vogliamo bene. Noi non giudichiamo, ma non coinvolgerci, altrimenti ce ne dobbiamo andare e qui stiamo bene, conosciamo tutti e paghiamo poco di pesone.

Pierino bevve il caffè, mi strinse la mano, ti abbracciò e baciò e andò via veloce seguito dalle sue guardie del corpo e non lo rivedemmo più.

Si è fatto vivo con un mazzo di fiori ed un biglietto. Quasi in anonimato. Un bel gesto. Impossibile da spiegare ai suoi affiliati. A quanti lo temono. A chi gli è stato vicino mentre svuotava le case della classe media, mentre armato di pistola metteva a segno rapine, mentre organizzava la ricettazione, programmava il racket, uccideva e ordinava omicidi, mentre diventava un boss cancellando ogni umanesimo alla guapperia, mentre faceva il bagno nella Jacuzzi euforico per aver messo sul suo libro paga oltre che ai carcerati e le loro famiglie una complessa rete di complicità che vedeva coinvolti i prestanome, le guardie, gli avvocati, i magistrati, i banchieri, i commercialisti, gli impiegati pubblici, gli imprenditori e chiunque servisse per raggiungere i propri scopi, per aumentare all’infinito le proprie entrate.

Nella mia memoria le immagini passano veloci e ciò che visualizzo siamo noi bambini, un esercito scalzo e mal vestito e mal nutrito, fuori casa nelle ore cocenti o bagnate o gelide a giocare con le fionde, ad inseguire un pallone, a pettinare bambole con le guance sporche, ad immaginare il mare e la neve.

C’era la ritirata. Al tramonto, i cuccioli della Favela della Sanità tornavano nelle loro case. Anche se non sempre la tavola era apparecchiata e il letto su cui dormire abbracciando un cuscino, vuoto.

Lucia ha avuto il suo letto e il suo cuscino ed è cresciuta qui, ha frequentato la scuola pubblica della Favela di Miano, legando i libri e i quaderni con lo spago.

Lì ha fatto gli incontri giusti, siamo stati fortunati.

Maurizio, il suo amico più caro è stato il suo primo compagno di banco, domani sarà con noi, con Antonella, la sua amica del cuore e Lucia non sta nelle pelle.

Tra qualche mese anche loro convoglieranno a nozze.

Fecero subito coppia, Lucia e Maurizio. Erano due figli unici, ed entrambi impararono molto velocemente a leggere e a scrivere e ad appassionarsi al gioco dei nomi e delle città, degli animali, dei fiori, dei minerali e delle cose.

Sarà divertentissimo sentirlo parlare nelle otto lingue che ha imparato correttamente e nell’ultima che sta imparando per conoscere meglio la radice del Giappone.

Lo chiama ancora il suo fratellino a cui piace comunicare con le parole giuste per incontrare gli altri senza alcun pregiudizio, per viaggiare con loro affianco mentre il tramonto  incanta e la notte comincia a nutrire la paura.

Anche Maurizio teneva la ritirata.

Quando si faceva l’ora, doveva tornare a casa.

Maurizio non abitava nelle nostre case orizzontali e la sua ritirata non rischiava di finire picchiata, violentata.

Diciamolo una volta per tutte: non è vero che a Metrofavela i figli sono pezzi di cuore.

Non è vero ovunque  abitano comunità promiscue, incestuose, malsane, abbondanti di cattiva legna.

Lucia ha ventisei anni, alla sua età sono quasi tutte già madri da molti anni.

E tutte, quando scoprono di essere incinte, dicono: è capitato.

Bum bum bum: i lampi di potere lasciano orfani.

I  ragazzi e le ragazze delle Favela hanno il cervello mangiato, hanno istinti violenti, sono, senza saperlo,  nichilisti radicali e non hanno alcuna considerazione della vita e della morte.

Lucia, quando si è occupata di nera, ha scritto queste cose qui. Dimostrando di sapere di cosa scrivesse leggendo le agenzie, i verbali dei commissariati e delle caserme, i faldoni delle indagini dei pubblici ministeri, gli interrogatori e le testimonianze.

La verità: Lucia è una  giornalista. E’ questa professione la sua ragione di vita.

Raccontare è la sua missione, nonostante si sia già fatta male scontrandosi con i conflitti d’interessi,  proprio non riesce a farne a meno.

Sa che i giornali scrivono  e i telegiornali amplificano le emozioni di massa manipolandole alla bisogna e che è davvero difficilissimo riuscire a diventare autorevole senza finire nel fango o ammazzati in questi  favolosi anni italiani di coppe di champagne e cocaina e cretini, che non sapendo fare altro nella vita, organizzano feste con un occhio al catering e l’altro alla rubrica.

Lucia pensa che il free lance sia la nuova frontiera.

Dove ci sono spazi d’informazioni indipendenti, sicuramente è un’opportunità.

Ma qui da noi è quasi certo che si tradurrà in precariato. Qui da noi se dai fastidio alle caste sei indicato come un ribelle, un sovvertitore delle regole, uno che non ha la P2 nel sangue.

Ho letto su una rivista di Lucia che è in pieno sviluppo la rete informatica, che presto i computer comunicheranno tra loro e cambieranno i nostri stili di vita.

Scrivono di una prossima società digitale, virtuale, istintuale e di massa che renderà le informazioni accessibili a tutti e aprirà spazi infiniti di libertà per l’individuo.

Non so se sarà così. Ciò che immagino è che le caste sapranno cosa fare. Fuori le loro porte ci sono  file di coetanei di Lucia, pronti al delitto perfetto per il denaro e per il successo.

Lucia vuole verificare i fatti, avvicinarsi alla verità, ascoltare e proteggere i testimoni.

Dario le ha dato il coraggio di lanciare la sfida, di inseguire il suo sogno, di uscire dalla mischia e chiudere l’agenzia.

Io continuo a pensare che avrà una delusione cocente, che presto farà i conti con la realtà.

Ciò che mi consola  è il suo fluido positivo, il suo nuovo profumo.

Non sa cosa farà domani, sa cosa vuole fare adesso: raccontare Metrofavela, il mercimonio degli uomini, i respiri criminali.

Speriamo che il suo angelo custode sia uno buono.

Lucia correrà dei rischi,  farà inchieste.

Lo so che non ti ha detto nemmeno questo, ma vedrai, presto lo farà.

Lavorerà senza portare con se taccuini e tesi precostituite e il registratore lo userà unicamente per le interviste, per non essere smentita.

Percorrerà le strade del malaffare e del crimine senza destare sospetti nei suoi interlocutori e verificherà con puntiglio le notizie recandosi direttamente alla fonte e origlierà fuori l’uscio gli intrecci sconvolgenti di complicità tra questure, magistratura, media.

Non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma questa storia  finirà male, molto male quando stringerà mani delicate d’avvertimento dopo aver bevuto un aperitivo accompagnato da stuzzichini.

Penso, che inseguire il proprio sogno sia una bella cosa, ma non sempre una buona idea quando ci sono di mezzo gli ordini professionali.

Lucia si è già scontrata con loro. Aveva ventuno anni. Era piena di entusiasmo, sentiva dentro di sé una forza invincibile. Il suo modo di fare non piaceva a tutti e avvertiva l’avversione, ma non le dava importanza. Pensava: alla fine vince il più bravo. Pensava male.

Lucia passò due anni a cercare direttori ed editori che le certificassero le prestazioni professionali per  iscriversi all’albo dei pubblicisti, una sottocategoria salvadanaio per pagare le pensioni ai giornalisti professionisti iscritti all’Ordine.

La sua determinazione non pagò.

Passò giorni di trepidante attesa. Poi, arrivò la comunicazione: respinta.

Controllò più volte la documentazione.

Era tutto in ordine, tutto in ordine. Dovranno darmi delle spiegazione, gridò per casa.

Uscì  infuriata come non l’avevamo vista mai.

Tornò a notte inoltrata ubriaca, strafatta, accompagnata da Maurizio e suo padre.

Maurizio ci disse che Lucia l’aveva chiamato al telefono piangendo, chiedendogli aiuto strascicando le parole e che a fatica era riuscito a capire dove si trovasse.

L’avevano trovata accartocciata in una cabina telefonica nei pressi della Villa comunale sul lungomare, in uno stato pietoso, sporca di vomito.

Decisero ch’era meglio portarla a casa sua che al pronto soccorso.

Furono molto cari, Maurizio e suo padre. Ci dissero che potevamo chiamarli se avessimo avuto bisogno dell’automobile.

Lucia continuò a vomitare per ore, in uno stato semincosciente. Infine cedette al sonno.

Non sapevamo cosa le fosse accaduto, perché, lei, di solito così controllata, si fosse ridotta in quello stato.

Lo sapemmo quando Lucia si decise ad uscire dal coma.

Ci raccontò che giunse alla sede dell’Ordine decisa ad ottenere una spiegazione sull’accaduto. Che fu ricevuta, in piedi, sull’uscio della porta, affinché i presenti ascoltassero, da un signore che si presentò come il presidente dei pubblicisti, quanto avesse da dirle: dolcezza, i pubblicisti sono roba mia e tu qui non sei mai venuta, nessuno ti ha mai vista. Chiedi e ti sarà dato. Ma devi chiedere dolcezza.

Lucia scattò d’ira: Dolcezza! Dolcezza a me? Nessuno si è mai permesso di chiamarmi dolcezza, porco. Ma come si permette? il suo è un linguaggio mafioso. Lei usa questo linguaggio nella casa dei giornalisti, si vergogni. Come si permette, come? Ci conosciamo, forse? Roba sua? Lei ha rifiutato la mia iscrizione perché non sono roba sua? Lei è un pezzo di merda e gli mollò un cazzotto e gli saltò addosso.

Se non la allontanavano da lui con la forza, credo, ancora adesso, che avrebbe potuto ucciderlo, tanto aveva perso la ragione.

Lucia  se andò dalla sede dell’Ordine sbattendo porte e gridando parolacce.

Quando guadagnò l’aria si buttò sull’erba a piangere e cominciò ad inveire contro  se stessa per non aver voluto ascoltare i buoni consigli e fare di testa sua.

Quando riuscì a rimettersi in piede, povera creatura, non sapeva cosa fare.  Poi il suo carattere combattivo cominciò a suggerirgli che non poteva fargliela passare liscia, che sarebbe stata una outsider, che avrebbe esercitato la professione in nome e per conto dei lettori e mai in nome e per conto del presidente dell’ordine dei pubblicisti. Che tutto ciò, però, sarebbe iniziato l’indomani e cominciò a bere drink uno dietro l’altro per uscire fuori dal contesto, svuotarsi del tutto la mente, annullarsi completamente,  vomitare il malessere.

Ci riuscì, bevve così tanto.

Lucia  è solo roba sua, sono orgoglioso di lei.

L’aiutammo ad aprire l’agenzia, la pubblicità si stava imponendo come l’anima del commercio e c’erano opportunità di successo.

Se va bene, disse,  guadagno e metto su una casa editrice e un giornale tutto mio.

Il giorno è arrivato insieme al suo matrimonio.

Dario le ha trovato dei soci. Hanno costituito una società a responsabilità limitata. Sono in quattro. Hanno investito sette milioni ciascuno per il capitale iniziale.

Gliel’ho detto, questa volta gliel’ho detto: al primo errore crocifiggeranno te i tuoi soci.

Lucia mi ha risposto senza tentennamento: se accadrà, non cercherò scuse.  Se questa è la zita e si chiama Sabella, me ne farò una ragione.

Dobbiamo concedergli l’attenuante dell’ingenuità.

Intanto, la Favela è in festa per lei. Con tutti quei morti da seppellire e con tutti quei feriti da curare hanno trovato  tempo per noi.

Tutto merito tuo, ti sei relazionata con loro senza pregiudizi,  hai tenuto la porta aperta, hai accolto, hai confortato, non hai mai maledetto gli infetti ma l’infezione.

La nostra vicina ci ha informato chiassosamente che tutta la Favela verrà in chiesa, che Lucia sarà benedetta dal riso perché la nostra famiglia è una famiglia di rispetto.

E’ linguaggio criminale. Ma nel nostro caso, mi piace pensare che si tratti di  rispetto autentico: noi non siamo andati via, siamo qui. Qui conosciamo tutti e sappiamo che tra il buono e il malamente c’è una linea sottile, ma ciò che sta avvenendo è incredibile, alla Favela si è sciolta la durezza del cuore fino alla tenerezza per una figlia della Favela che esprime la sua originalità fuori dall’essere non essere camorrista, con una semplicità  d’approccio alla vita che esclude ogni forma di arroganza e di cattiva educazione.

Questa sera amo questa Favela, amo le Favela confinanti, anche quelle più lontane.

Amo questa città di irriguardosa bellezza. Amo le sue capuzzelle, ordinate una sopra all’altra al cimitero delle Fontanelle. Amo questo popolo con tanti nomi, troppe storie, senza niente.

Domani, con te affianco, sarà solo festa.

Ed io pregherò Dio di fermare questa guerra tra i clan che dura da sedici anni, questa mattanza di ragazzi, anche in questa occasione. Perché mi piacerebbe poter dire: cominciarono a combattersi agli inizi degli anni  settanta ed hanno fatto la pace oggi.

Se penso a come è cominciata rivivo l’arrivo di una improvvisa nube,  risento le voci alte della chiamata dai mercati e dalle strade e rivedo un corpo sparato in faccia dentro un bar  illuminato a giorno dai fari di una Giulia della polizia.

Fu un attacco alla Famiglia della Favela che controllava il contrabbando e i traffici illeciti.

Un attacco a Pierino.

Un atto di guerra dichiarata dal Professore alle recenti famiglie criminali di Metrofavela, dopo aver asservito al suo volere le antiche famiglie dei guappi di cartone.

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