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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, sesta parte)

Con la sesta parte si chiude il quarto capitolo, ed Enzo mette il punto
alla sua lunga lettera a Iole, la sua amata, con queste parole :
Anche per te, mi affaccerò alla finestra e ringrazierò la Favela.
Poi verrò a sdraiarmi affianco al tuo corpo e ti stringerò a me
e così aspetterò il grande giorno, domani.

 

Buona lettura.

Quarta puntata
Sesta parte
——————————

 

 

Il Professore disponeva di un esercito di diecimila uomini e una rete di protezione sociale strettissima.

Aveva reclutato gli uomini nelle carceri.

Si era reso artefice di atti criminali impressionanti.

Alcuni intrepidi, come l’evasione dal manicomio giudiziario di Aversa squarciando  con la nitroglicerina le mura di cinta.

Chi altro poteva spingersi a tanto? Chi altro, se non colui che aveva cacciato dalla città i marsigliesi alleati della mafia? Perché evase, perché si diete alla latitanza?

Lucia scrisse per stringere  rapporti con  la malavita pugliese, con la ‘ndrangheta, con le bande malavitose lombarde  per il commercio della cocaina e per cacciare definitivamente via i mafiosi dalla città che trattavano la camorra senza considerazione.

Il suo regno erano le carceri e lì tornò a latitanza terminata.

E il 23 novembre dell’ottanta, alle 19.35, quando la terra cominciò a tremare per un intenso e lunghissimo minuto e mezzo e le case vennero giù e la gente correva spaesata e spaventata per cercare riparo, non si lasciò scappare l’occasione e diede l’ordine, dalla sua cella di Poggioreale, di regolare i conti con i contrari all’organizzazione.

Un sangue freddo esagerato, criminale all’ennesima potenza.

Tre, mi pare che furono  i  morti e una decina i feriti. E nella tragedia del terremoto, l’efferato fatto di sangue ebbe rilevanza nelle cronache internazionali che descrivevano Metrofavela  ferita a morte per davvero.

Ma tutta la sua potenza la mostrò ad Ascoli Piceno, dalla cella singola e con tutti i comfort del  carcere di massima sicurezza.

Era finito lì dopo aver ordinato decine di omicidi, tra i quali, quello del povero Salvia, direttore del carcere, che ebbe l’ardire di farlo perquisire prima e dopo un colloquio, come era da procedura.

Ad Ascoli Piceno il Professore trovò in cella vestaglia e caffè.

Nelle carceri la comandava lui e da lui si recavano i servizi segreti deviati  per trattare questioni di  reciproca convenienza.

Noi sappiamo cosa è stato il terremoto dell’ottanta per Metrofavela: un affare politico/criminale.

Lucia domani si sposa ed io penso a queste cose.

Proprio bene non sto.

Il fatto è che non posso sfuggire, accade ogni qual volta comincio a ragionare sulle cause di questo degrado materiale e morale che ci circonda e ammorba l’aria.

Continuo a chiedermi chi ha vinto, chi ha perso, chi comanda, ora, al quadrivio della città?

E mi pongo sempre la stessa domande: chi rapì Ciro Cirillo, l’uomo di Stato che teneva in mano la cassa della ricostruzione post terremoto? Chi lo libero?

Le Brigate Rosse, una banda di terroristi che insanguina l’Italia in nome dei proletari e sottoproletari deportati e sfruttati dai padroni, ne rivendicò l’azione.

Le stesse Brigate che rapirono Aldo Moro.

Lucia in quegli anni era tra l’adolescenza e la giovinezza,e oltre a ricorrere il suo sogno di diventare una giornalista, frequentava il circolo dei comunisti, il partito della fermezza e della nessuna trattativa con i terroristi.

Quante notti siamo stati svegli in attesa che Lucia rientrasse. Quante visioni terribili abbiamo avuto.

A Metrofavela all’imbrunire scattava il coprifuoco.

Come adesso, non è cambiato nulla.

E Lucia ostinatamente restava fuori per affermare il suo diritto a vivere la città di giorno e di notte, a costo della propria sicurezza.

Penso che se il Professore, dal suo isolamento all’Asinara, si confessasse pubblicamente sconfitto da un tormento insopportabile,  avremo le prove di ciò che sappiamo.

Ma non lo farà, non può farlo. Oggi è murato vivo.

Il Professore che ha imposto la tassa sul contrabbando di sigarette per finanziare la sua Nuova Camorra Organizzata, che ha acquistato un castello nella Favela di Ottaviano, alle pendici del Vesuvio, non lo farà, non svelerà i misteri di questa stagione di trame nere e democristiane, non solleverà dalla paura la povera gente, quelli come noi, che desiderano unicamente godere della libertà, esercitare la democrazia, vivere senza nemici da abbattere.

Li, al Castelloci vive Rosetta, l’anima nera dell’organizzazione, la voce del Professore, sua sorella.

Lì non c’è più il via vai continuo di gente, che per poco e niente, lasciavano i figli nelle mani dell’Organizzazione.

Oggi il via vai è altrove, sotto i portici delle residenze nei ghetti, prendendo a sputate la bellezza.

Ce lo siamo detti tante volte: il via vai criminale è un comportamento d’egemonia culturale.

Le generazioni che si susseguono sempre in gran numero credono che quella è la strada che conduce al riscatto, che porta  a tenere per le palle la città.

Il premio in palio è sempre lo stesso:  il controllo di Metrofavela.

Un delirio criminale che ha lasciato sul campo  decine  di migliaia di morti.

Un cambio di atmosfera, un atto di guerra. Questo ricordo.

La Famiglia egemone della nostra Favela chiese aiuto alle Favela confinanti.

Sotto attacco del Professore ci erano finite tutte.

A partire dalla più prestigiosa e potente, quella di Forcella.

Bisognava agire, fermare il Professore.

Da sole le Favela non potevano difendersi, unite, si.

Decisero così di dare vita all’Alleanza, di rispondere armi in pugno.

Il Professore è in galera, a L’Asinara sconterà l’ergastolo.

E’ nel suo regno, sul suo trono.

E’ solo.

I suoi ordini sono finiti.

E’ murato, murato vivo per essere padre. Il Professore vuole un ultimo figlio maschio. Lo stato l’accontenterà. Vedrai, vedrai.

Ed ora, eccoci qua, nel pieno della festa, in attesa dei fuochi di artificio, sotto il controllo dell’Alleanza.

Mica potevamo mandare indietro il presente di Pierino?

Pregherò per la pace, lo farò mentre Lucia si sposa, ma non m’illudo. Dio non vuole entrare in queste storie d’uomini.

Dovremmo cavarcela da soli e da soli siamo una vera e propria calamità naturale. Perché vincere la paura, mettere il petto in fuori, chiamare a raccolta gli uomini e le donne di buona volontà è maledettamente difficile. Ci vogliono leader carismatici, che toccano le corde della liberazione, che sanno parlare al Popolo che prega e lavora, che lascia partire i ragazzi e le ragazze per terre assai lontane perché qui, ora, a Metrofavela non c’è speranza.

L’Alleanza delle Nuove Famiglie criminali ha vinto. L’Alleanza si sta sciogliendo.

Abbattuto il nemico comune, tutto deve rientrare nei confini che ognuno ha tracciato per sé.

La verità, amore mio, e che adesso comandano i clan familiari e prendono le decisioni che contano nei summit. E i sodalizi si fanno e si disfano sugli obiettivi che di volta in volta i clan si danno per raggiungere i propri obiettivi.

Lucia, in un suo servizio, sul finire degli anni settanta, scrisse: questi delitti stanno profondamente modificato la cultura macista criminale e le donne come Rosetta hanno scalato i vertici dei clan delle Favela e occupano sempre più posizioni di comando.

Fu derisa, nonostante le fonti e le prove riportate.

L’ establishment intellettuale della città, le anime morte del pensiero succube hanno sempre rifiutato la realtà, fanno finta che non sia così: Mimì i figli sono tutti uguali.  Mimì una Capa camorrista non può esistere.

Che arretratezza. Negano ciò che è scritto nei verbali: nelle Favela chi gestisce gli affari sono le donne.

Femmine toste. Fattrici della solidità criminale. Sanno badare ai clan. Sanno dare ordini. Per loro la Famiglia è la Famiglia e chi vuole una piazza di spaccio tutta per sé deve mettere le palle sul tavolo.

Sono senza scrupoli, sanguinarie, pronti all’esecuzione e mai arretrano di un millimetro dal proprio territorio. Perché quel millimetro può trasformarsi in occupazione, in capitolazione.

A Metrofavela comanda chi resta in piedi, anche se per solo una manciata di giorni.

Qui viviamo noi e siamo un dettaglio, al di là di quella sottile linea che separa il lecito e dall’illecito.

Fuori dal libro paga criminale, di questi tempi, si vive con lo scompenso cardiaco.

Speriamo che domani tutto fili liscio.

Immagina se durante l’attesa degli sposi fuori al sacrato, il diavolo ci mette la coda e finiamo coinvolti in una vendetta trasversale?

Può capitare, sai? La Favela è in festa e tutto è possibile. Anche finire nel mezzo della traiettoria e versare sangue innocente sulle facce dei nostri parenti e dei nostri amici presenti eleganti e gioiosi e con un pugno di riso in mano.

Immagina i titoli: Matrimonio e regolamento di conti. Coinvolti innocenti. Attacco alla chiesa, sangue sul sagrato. Gli sposi sotto il tiro delle gang.

Non ridere, non dirlo che mi faccio le pippe mentali.

Questi nostri ragazzi sono formazioni di orfani armati. Passano il loro tempo sull’asfalto. Hanno tra le mani armi automatiche e sotto il culo moto potenti. Sono le generazioni nuove delle Famiglie e delle Nuove Famiglie che si mangiano la vita a morsi. Sono giovani senza  altra prospettiva che finire ammazzati, magari, domani, approfittando dell’ammuina.

Sono tutti figli di Pierino.

Siamo  arrivati in questa Favela con il nostro italiano preso in giro e abbiamo imparato in fretta il volgare,  lasciandoci affascinare, al primo impatto, da quel vivere e dai quei combattimenti per il comando che selezionavano la specie e mettevano ordine anche tra i piccoli piccoli..

Quanti ragazzini astuti, agili, forti, intelligenti, incline alla ribellione non ce l’hanno fatta a stare lontano dai guai perché i guai gli sono andati incontro uno dietro l’altro travolgendoli?

Ti ricordi di Alicella? Per lui eri/sei mamma Iole.

Così ti chiamò quando smise di camminare a piedi nudi per le strade della Favela, dopo che tu, amore mio, gli infilasti un paia di scarpe nuove comprate al mercatino rionale per poche lire.

Così ti chiamò quando, appena ragazzino, venne con mio nipote Giuseppe a farti le condoglianze per la morte di tuo padre e ai piedi indossava scarpe nuove di buona fattura.

Ah quell’avvenimento, la morte di tuo padre.

Cambiò tutto, le nostre certezze frantumarono.

Noi tre non potevamo più stanziare per mesi nella grande casa della Favela di Poggioreale.

Con la morte di tuo padre le trasmissioni del patriarcato Lepore si sono spente.

Stop, non si gira più, tutti a casa.

Dopo la sepoltura non avremmo più avuto la nostra via di fuga. Ci saremmo dovuti stabilire definitivamente in quell’habitat. E così è stato.

Senza di te non sarei qui, in questo studio a scrivere. La paura mi avrebbe preso l’anima e lasciato andare alla deriva. Perché, adesso lo confesso: sono spaventato, esattamente come lo ero quella notte che venimmo ad abitare in questa Favela.

Quella domenica d’ottobre del ’73, che mise fine alla sua vita è un pensiero ricorrente.

Il Natale che sarebbe venuto non ci avrebbe più visti in quelle stanze per tutte le vacanze scolastiche.

Ci immergemmo, così, pienamente nel quotidiano della Favela, che non era più quella miserabile del sessantanove, era parte di Metrofavela, il suo underground.

E Alicella era il fisico del sottobosco: camminava sulle stesse vie dei  contrabbandieri, dei mercanti d’armi, dei ricettatori, degli usurai,degli spacciatori,degli allibratori.

Alicella non era più lo stesso bambino secco secco che sorrideva al fango e non era  Cristo, lui non perdonava.

Quel Natale fu tristissimo, diverso da tutti gli altri, l’Assenza cambiò l’atmosfera.

Io, tu e Lucia cenammo molto presto e ci infilammo ognuno nel proprio letto.

Non sentimmo le campane dell’annuncio, ci addormentammo.

Provai un senso di vuoto incolpabile, al risveglio.

Perché ne scrivo? Non lo so. E’ come un magnete, azzecco sempre lì.

Perché furono gli avvenimenti successivi  a far scattare in me l’ardire della sfida e iscrivermi al movimento dei disoccupati organizzati e lottare per il lavoro.

Vincemmo.

Resistemmo alle cariche e alla repressione.

Occupammo i palazzi del potere e devastammo gli uffici.

Ci furono arresti, feriti.

Mettemmo a ferro e fuoco la città e il Governo capitolò e avviò un piano straordinario per il lavoro.

Vincemmo.

A me toccò un posto da portantino alla seconda università di Metrofavela, alla facoltà di medicina.

Vincemmo?

No.

A vincere fu  la malavita che si mise alla testa del movimento e trattò con lo Stato quanti e chi assumere.

Se non fosse stato per Tonino, forse, non sarebbe finita bene per me.

Senza l’intervento di mio fratello il mio nome sarebbe stato cancellato dalle liste per far posto ad un altro.

Per la malavita, mi spiegarono, quei posti di lavoro erano manna dal cielo, garantivano un salario ai loro seguaci con i soldi dello Stato e avevano meno bocche da sfamare.

Per fortuna ch’è andata così. Questo lavoro mi piace, soprattutto adesso che sono divenuto un tecnico esecutivo.

Il salario è buono e Lucia ha potuto studiare, non l’è mancato niente. Oggi è in grado di badare a se stessa e domani si sposa.

Come vorrei adesso svegliarti e incontrare i tuoi occhi.

Sei nelle mie inquietudine, sotto una mezza luna da brivido incisa in un cielo di limpido blu stellato e dentro questa stanza a guardarmi scrivere di ciò che alle nostre spalle e sporco e malinconico.

Sono pazzo di te.

Lucia domani si sposa e ci lascerà in compagnia delle nostre solitudini e sarà un tempo pieno di sorprese quello che verrà.

Noi non apriremo le porte alla depressione, alla malattia dell’anima e il nostro paesaggio non sarà mai una natura morta, un dipinto inanimato, uno psicofarmaco.

Sarà l’attesa di questi fuochi d’artificio che tra poco annunceranno l’inizio della festa.

Aspetterò di vedere illuminare la notte.

Non verrò a svegliarti.

Se avessi voluto assistere allo spettacolo non saresti andata a dormire.

Anche per te, mi affaccerò alla finestra e ringrazierò la Favela.

Poi verrò a sdraiarmi affianco al tuo corpo e ti stringerò a me e così aspetterò il grande giorno, domani.

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