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Gli incravattati 5Stelle e il Def: “Festa, farina e….forca (speriamo di no)”

Fare debiti e distribuire un po’ di soldi a vanvera non è mai stata un’attività particolarmente complicata per compiacere i propri elettori e conservare il consenso. In Italia si è fatto per anni fino a raggiungere la cifra ‘monstre’ di 2300 miliardi.  Sofferenze che paghiamo amaramente in forma di interessi, cioè con soldi  che servirebbero a ben altro per lo sviluppo del Paese, e che ci collocano tra gli Stati da cui guardarsi prima di prestare un centesimo. Ma  i 5Stelle ignari di tutto questo, o forse se ne fottono, hanno avuto modo di festeggiare alla loro maniera con il “vaffa” in sottofondo.

di Peppe Papa

Il balcone di Palazzo Chigi potevano almeno risparmiarcelo, se non altro perché porta male, poi perché di tanto “storico” non c’era niente da festeggiare. Nella prima Repubblica manovre economiche come quella messa a punto dal governo gialloverde se ne sono viste a iosa.

Fare debiti e distribuire un po’ di soldi a vanvera non è mai stata un’attività particolarmente complicata per compiacere i propri elettori e conservare il consenso. In Italia si è fatto per anni fino a raggiungere la cifra ‘monstre’ di 2300 miliardi. Sofferenze che paghiamo amaramente in forma di interessi, cioè con soldi  che servirebbero a ben altro per lo sviluppo del Paese, e che ci collocano tra gli Stati da cui guardarsi prima di prestare un centesimo. Ma i 5Stelle ignari di tutto questo, o forse se ne fottono, hanno avuto modo di festeggiare alla loro maniera con il “vaffa” in sottofondo.

Avere imposto la propria agenda, oltre che al riottoso ministro dell’Economia, Giovanni Tria assolutamente contrario all’innalzamento del deficit/pil al 2,4% (un disastro) in odore di dimissioni all’intervento del Presidente Mattarella per convincerlo a rimanere, anche al partner leghista, Matteo Salvini che in questo giro guadagna niente per la sua gente dovendosi accontentare di fare questa volta da comparsa.

La scena è tutta dell’incravattato capo grillino, Luigi Di Maio e la sua corte di scombinati ministri e sottosegretari.

Affacciati alla ringhiera, pugni chiusi, indice e medio allargati in segno di vittoria, applausi a go-go, bandiere al vento, hanno celebrato la scalata al potere “costi quel che costi”.

Infatti, non hanno nessuna idea di quale tragica strada verso l’abisso hanno imboccato e cosa li aspetta fuori i confini nazionali, Bruxelles in testa.

L’importante al momento è poter dire a quanti hanno creduto in loro di essere riusciti nel centrare l’obiettivo  “di sconfiggere la povertà”, salvo omettere che il “reddito di cittadinanza, universale” lo è un po’ di meno, perché a beneficiarne sarebbero solo i 6,5 milioni che vivono sotto la soglia di povertà e forse neanche tutti. I quali, mediamente, guadagneranno poco più di 4 euro al giorno, giusto un caffè e un cornetto, ma nei bar di periferia.

Per non parlare delle pensioni di cittadinanza e il superamento della legge Fornero che, assicurano, libererà d’emblée circa 400mila posti di lavoro. Anche se imprese grandi e piccole, artigiani, professionisti, partite Iva,  reduci dalla mazzata del “Decreto dignità”, abbiano abbondantemente spiegato che in questo quadro non si potrà fare altro che ottimizzare i costi, dove è possibile delocalizzare, in poche parole: licenziare e non assumere.

Ma loro festeggiano e sicuramente nei prossimi giorni i media incartapecoriti, come d’altronde lo è la vanesia opposizione in parlamento, daranno una mano nell’inneggiare alla retorica del “Popolo” finalmente sovrano. Insomma, dal sud America all’Italia è un passo e non c’è nessuno che gridi aiuto!

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