IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quinta puntata, prima parte)
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Nonostante la grande vittoria, alla Juventus è finito un ciclo
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Pronti via un grandissimo Napoli fino a che…

Il calcio è lo sport più bello del mondo perché in 95 minuti in campo si scrive l’ennesimo capitolo di un romanzo sceneggiato a puntate dall’esito mai scontato anche se spesso prevedibile, a cui assistono milioni di persone, i più fortunati di essi presenti lo fanno dal vivo nell’arena ribollente di emozioni, tifo, cori beceri, canti, fischi…. Ed è tutta l’energia profusa in campo dai calciatori, dai tifosi nello stadio e persino da milioni di occhi che guardano attraverso le telecamere che riportano in tutte le case, i bar, i locali, incidendo sulla storia di una partita. I calciatori sono fortemente condizionati da tutto questo forte magnetismo opposto e contrario ed esprimono in campo tutto il meglio e il peggio di cui sono capaci sia come atleti che come uomini. Più o meno, questo è accaduto anche in questo Juventus Napoli, dove indubbiamente,  a dispetto di tutte le griglie preventivate, le due contendenti sono le migliori squadre italiane degli ultimi cinque anni e salvo clamorosi ritorni probabilmente continueranno ad esserlo seppure in modo profondamente diverso l’una dall’altra. Una sfida infinita che parte da antichi rancori, suscitati da invidie, sudditanza, supponenza, vittimismo, arroganza, grigiore e solarità, ed è perfettamente superfluo specificare a chi appartiene l’uno o l’altro aspetto, basta un minimo di fantasia. In ogni caso, tutto questo si riperpetua minimo due volte l’anno, ci verrebbe da dire nei secoli dei secoli, ma esagereremmo, però  è per rendere l’idea. Il tutto  s’innesca puntualmente una settimana prima del match e fino al ritorno nell’arena di casa,  ma quando è l’ora della partita conta solo chi gonfia più volte la rete. In questo Juventus Napoli versione 2018/19 il quadro è più o meno lo stesso di sempre, grande pathos, rispetto reciproco, agonismo e voglia di prevalere o quanto meno non soccombere, ma poi fischia l’arbitro, la palla e i giocatori si muovono, e dopo una breve fase di studio partono a spron battuto quelli vestiti di azzurro, che stavolta non stanno lì a menar il can per l’aia facendo girare la palla come una trottola avanti e dietro inutilmente, in attesa dell’episodio, ma la palla la fiondano veloce e verticale verso l’area avversaria e i bianconeri intimoriti e abbastanza intontiti da questa giostra azzurra, di quei piccoletti che sbucano da tutte le parti,  mandando in bambola la vecchia signora,  quella spettinata più volte da Ancelotti,  fino a che Zielinsky non spara sul palo facendo schioccare il legno con l’impatto di un pallone velenoso che supera il portiere.  È solo il preludio al solito gol manovrato dalla banda bassotti azzurra, che dal centro  smista a destra, assist di Calle e gol di uno fra i sette nani più attesi. Sembrava  l’inizio classico del Napoli di Carlo Magno, il primo gol subito per stordire gli avversari e poi prenderli a pallonate nel seguito della partita per renderli inermi. Insomna il copione, preferito dal grande mister, ma la Juventus non è il Torino e nemmeno il Parma, questi sono veri cani da guardia, di quelli che non mollano mai la presa seppure sanguinanti, e i bianconeri nei primi venti minuti sanguinavano per davvero, finché qualcuno degli azzurri non azzannava  le caviglie di Pianic, poi quelle più tenere di Dybala che si rotolava urlante per le terre, producendosi nella migliore delle imitazioni di Neymar, riuscendoci talmente bene da convincere persino i propri compagni delle sevizie azzurre.  Ed è da quel momento in poi che il gioco si fa duro e i duri bianconeri cominciavano a scendere in campo. Chiaramente fin quando si giocava a calcio non sembrava esserci partita, ma poi quando si è cominciato a menare è cominciata quella  dei Chiellini, Bonucci, Emre Can, Mandzukic, fino a quel momento ingessati nelle loro divise bianconere da granatieri,  con i quali però c’era  poco da scherzare a metterla sulla fisicità e ad alcuni di loro è bastato battere forte i piedi sul prato, qualche colpo al costato, il fiato sul collo ai damerini azzurri che si cominciavano a perdere tutte le palle a centrocampo, un po’ per timore del contrasto, un po’ per la fretta di toccarla di prima per fraseggiare alla vecchia maniera,  ma era per evitare il pressante impatto fisico con quei cani rabbiosi che gli azzurri finivano per sbagliare tutti gli appoggi e non si riusciva più a ripartire. La  Juventus incoraggiata dagli errori e dal timore degli avversari ripartiva a sua volta, senza essere nemmeno poi tanto pericolosa fin quando prima un irritante e innervosito Mario Rui, che rimbalzava come la biglia di un flipper fra un avversario e l’altro  non la prendeva mai, facendo venir fuori la sua peggiore isteria agonistica, sembrava un pazzo con gli occhi fuori dalle orbite al punto di  contagiare persino i compagni che in qualche modo hanno assorbito  la sua negativa elettricità e a loro volta prestando il fianco al crescente centrocampo bianconero, dove un lento e pavido Hamsik, come suo solito in queste occasioni, costringe Allan a cantare e portare la croce. Ma ormai l’esuberanza agonistica di quei mastini juventini vince anche la tenacia del povero Allan, fin quando fra un errore e l’altro non arriva una palla vagante dalle parti di Hisay che di testa innesca l’ormai ex pallone d’oro Ronaldo,  fin li imbalsamato insieme a Dybala e Mandzukic, che gli fa ricordare come un tempo era capace di addormentare con una finta i suoi marcatori, mettendo a sedere l’albanese e crossare per il solitario Mandzukic, perfettamente ignorato al centro dell’area da tutti, soprattutto da solito Mario Rui che invece di giocare d’anticipo gli sta dietro, ed è un gioco da ragazzi per Marione Mandzukic ergersi imperioso e impattare con il testone in rete. Alla Continassa  non glielo permetterebbero nemmeno nella partitella del giovedì. Comunque non sarebbe stato  nemmeno tanto grave visto che trattavasi del gol del pareggio, che ci poteva stare in quel momento della partita che però come il vento, cambiava direzione,  e per tutta la fine del primo tempo e parte del secondo tempo era totalmente nelle vele della Juventus,  così come lo era stata in quelle del Napoli nella prima parte. Ma purtroppo il campo di regata era allo Stadium, contro una squadra abituata a grandi battaglie al cospetto di un pubblico insolente e feroce, fino a che il solito fallo di frustrazione di uno incapace a ragionare in certi frangenti come Mario Rui, che già di suo non è un fulmine di guerra e patatrac riesce a dare l’occasione all’arbitro Banti di compiere la sua missione di agevolare una vecchia Signora ad attraversare più tranquillamente il campo espellendo lo scarso quanto nervoso e irragionevole difensore portoghese anticipando lo stesso Ancelotti che tardava a cambiarlo. Paradossalmente bisognava pure ringraziare l’arbitro per avere espulso Mario Rui, stava rovinando anche i compagni, poi ci ha pensato tardivamente Ancelotti ad inserire Fabian, Malcuit e Milik togliendo da la campo un Hamsik spento come una candela, e un Mertens evanescente come mai, oltre ad uno Zielinsky anche lui scomparso dal campo. I tre nuovi facevano subito bene, soprattutto  Fabian Ruiz, che ha rivitalizzato il centrocampo e ringalluzzito Allan, fino alla grande occasione per fare 2 a 2 di un Callejon insolitamente sprecone su assist in corridoio perfetto di Milik . Il pareggio volendo sarebbe stato anche il risultato più giusto, ma la giustizia è una parola non contemplata nel mondo bianconero, ed una volta che Callejon fallisce l’occasione, puntualmente arriva cinica la sentenza del gol sbagliato, gol segnato, come se fosse severa legge del calcio ed è  così che morivano  tutte le ambizioni azzurre di espugnare a distanza di pochi mesi, di nuovo lo Stadium. Che la dura lezione  serva a tutti a cominciare da Ancelotti che avrebbe dovuto capire in tempo utile che uno dei tre ammoniti del Napoli andava sostituito prima della frittata, poi quando ha visto come tutti noi, ancora annaspare Hamsik a centrocampo, e se proprio avesse ritenuto la sua presenza indispensabile lo avrebbe dovuto spostare  di posizione e riportarlo nel ruolo di trequartista che ha fatto tanto bene ai tempi di Reja e Mazzarri, perché  Hamsik  e Zielinsky insieme non possono giocare, hanno entrambi  le stesse caratteristiche, poco propensi a fare da incursori,  ma bravi sulla tre quarti, a condizione che dei due deve giocare solo uno per volta, poi scelga chiaramente Ancelotti che debba giocare dei due a seconda delle partite e lo stato di forma, includendo in quella scelta anche Verdi e addirittura Fabian tutti un po’ simili nella loro diversità.  Certo, nel Napoli  ci sono troppi fra trequartisti interni ed esterni,  ma questa è la rosa del Napoli, che chissà chi ha progettato con tanti  tre quartisti e niente grande centrocampista e grande attaccante, quindi inutile adesso piangere sul mercato versato. In tutto questo Ancelotti dovrà pure ridare entusiasmo ad un gruppo che inevitabilmente risentirà del colpo, anche se per reagire capita a fagiolo un altro big match, quello con un Liverpool strapazzato a dovere dalla vecchia conoscenza Sarri L e magari chissà che non si riesca a ripartire da subito e dare di nuovo slancio a tutta la stagione. Del resto è così, in uno sport come questo basta poco per cambiare totalmente, nel bene o nel male la trama di quel grande romanzo popolare che è il calcio. Ma il finale è comunque ancora tutto da scrivere, anche se ognuno s’immagina il suo.

Pippo Trio

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