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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (sesta puntata)

Buona lettura.

Sesta puntata
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Bentornata

 

– Mamma, la cena è pronta? –

– No, cara, non mi sono mossa. Ho aspettato che rientrassi dal tuo viaggio, dove sei stata? –

– In tante situazioni strane. C’erano contestazioni per le strade, ed io ero adolescente persa nelle illusioni della rivoluzione.-

– Avevi quindici anni, era il settantasette, un anno pieno d’ansie per me e tuo padre. In quell’anno a casa non c’eri mai. Sempre fuori a divorare le emozioni senza mai riposare per non perdere nulla di quei giorni ch’erano destinati al divertimento e che tu ti ostinavi a riempire con lo studio, il lavoro, l’impegno politico. Non riposavi mai. Un tempra pazzesca. Ma non potevi rinunciare ai concerti, a fare musica, ad andare per sagre e  carnevali con il tuo gruppo dei Rumori e dei Canti che scatenava le piazze. –

– Che bel tempo, mamma. Capua e noi sui carri allegorici fatti di fumo alcol e gioia. Gianni con il suo violino trascinava tutti noi e le chitarre di Massimo e Andrea facevano il resto con le tammorre di Marcello e la voce di Gaetano che sussurrava nel cantare l’amore e si alzava nello spingere il pubblico a farsi rabbia brigante per quel presente così tumultuoso e così carico di cambiamenti. Quante canne ho fumato? Tante, tantissime e fumo ancora tanto, tantissimo. –

– Perché non te ne fai una, magari la provo anch’io. Può darsi che ci mettiamo a ridere fino allo star male o, come penso, ci deprimeremo ancora di più. Per fortuna che non sei andata oltre. Che ha retto quell’insegnamento a non perdere mai il controllo di sé. Altrimenti, oggi, forse, non staresti qui con me, madre di tre figli, sposata da quasi trent’anni con Dario, ancora viva e con quasi tutti i sogni di allora da realizzare. Dai quindici anni al giorno del tuo matrimonio hai vissuto da dissoluta, hai voluto provare il più grande numero di esperienze possibili perché ciò che cercavi, tu e la tua generazione, era la libertà individuale che i figli dei fiori non avevano preso in considerazione. E come potevano, finita la guerra, conquistata la libertà, si ritirarono. I ricercatori sociali lo chiamarono riflusso quel ritorno a casa. Tornarono presuntuosi e carichi di medaglie al petto perché potevano uscire liberamente la sera e fare l’amore prima del matrimonio e tenere ben  stretta la casta d’appartenenza. Voi vi illudeste che ce l’avreste fatta a sconfiggere l’immobilismo, ma nessuno di voi è andato più in là della mediocrità. Ed è finita male. I ragazzi del’68 sono stati i vostri acerrimi nemici. Loro avevano alle spalle famiglie della piccola e media borghesia che soffrivano disperatamente la distanza con la grande borghesia, alla quale miravano senza alcuna morale. Eppure, vagamente razzisti e un po’ fascisti, tenevano a voi lezioni perché, a sentire loro, avevano conquistato la libertà di scegliere di essere peggiori, molto peggiori dei loro padri e delle loro madri. Certo, fu un periodo pieno di speranze americane e il cambiamento nei costumi fu davvero impressionante nell’italietta di allora inebriata dai twist e dai frullatori che mandarono a fare in culo i sentimenti di fraternità. Quando t’accorgesti, frequentando l’università e il mondo dell’informazione e quello della politica, che quelli che avevano fatto il ’68 erano proprio una grande quantità di chiavici, comprendesti perché a Metrofavela si diedero alla camorra e al terrorismo, e perché il giudizio generazionale di rifiuto del conformismo hippy  fu così senza appello. Meglio andare all’inferno che essere come loro. Meglio Eroina, la Regina Bianca. Dietro di te c’è un cimitero, figlia mia. E tu sei qui, sei una sopravvissuta. –

Lucia guarda la madre sorpresa, aveva parlato senza tirare il fiato.

Prova ad aprire bocca, ma sua madre non aveva affatto finito.

– Pensavate di poter far tutto, il vostro presente vi spingeva a viaggiare in autostop, con pochi soldi in tasca e le piattole annidate nei peli delle ascelle e dei genitali. Ti ricordi quando ti radesti tutta e andavi in giro con quell’abito bianco che finiva alle caviglie e copriva le braccia fino alle mani? O quando per due giorni sei stata con Daniele su un albero del bosco di Capodimonte, sotto l’effetto dell’acido, come due uccellini felici, in una alterazione visiva irresistibile di colori vivi dei fumetti? Due uccellini che non riuscirono a prendere il volo, arrendendosi dopo due giorni di tentativi mentre ai piedi della quercia si baciavano gli innamorati e giocavano i bambini e le mura della Reggia erano impenetrabili, mentre il pomeriggio caldo lasciava spazio alla brezza serale e gli animali del bosco uscivano dalle tane senza spaventare. Non riuscisti a prendere il volo e facesti ritorno a casa. Eri completamente fuori. Ti chiudesti in bagno per uscirne ore dopo. Lo pulisti come un brillante. L’acido che avevi assunto, dopo due giorni e due notti ancora non aveva smesso con i suoi effetti. Tememmo che avesse potuto aver fatto danni cerebrali irreversibili, che non avremmo più rivisto la nostra Lucia, ma un’altra persona, persa nei viaggi irraggiungibili di una psiche alterata. I tuoi occhi ispezionarono ogni singola mattonella, ogni punto dei sanitari, il sapone, il tubetto del dentifricio, il pennello della barba, le lame, le confezioni di shampoo, gli asciugamani. Macchie dappertutto, da pulire, da far sparire perché non potevi fare diversamente. Ed erano macchie che vedevi solo tu. Per fortuna uscisti da quel bagno e benedirò sempre quel sonno riparatore che ti rapì. Ti addormentasti e al risveglio mi raccontasti ogni cosa. Anche che per precauzione avevi ridotto il tuo quarto di pasticca della metà. Per fortuna, anche Daniele aveva fatto altrettanto. Mentre Claudio, che l’aveva sciolta tutta, sparì nel bosco e non fu più ritrovato. Che tempi, quante paure. Sei stata in gamba. Dopo quell’esperienza, non la prima con gli acidi, decidesti che anche l’ LSD aveva la stessa pericolosa  tendenza all’annientamento della gran diva Eroina e del Re Cocaina. E che tu non volevi affatto essere il nulla. Tu volevi essere Lucia, fare la giornalista, impegnarti in politica, dare il proprio contributo per costruire una società con meno solitudini e più comunità. E la marijuana era perfetta per questo. Si sposava con la tua personalità come le salsicce con i frarielli. –

Lucia ride.

Lei e le canne come la salsiccia con i frarielli.

Che fortuna avere avuto Iole come madre.

Iole non ha mai giudicato nessuno, nemmeno sua figlia.

Come suo padre, d’altronde, condivideva con lui la profezia della missione che era in capo all’umanità.

Era stato questo essere simili il punto di caduta del colpo di fulmine?

Con sua madre Lucia non aveva segreti da nascondere.

Non perché era sua madre.

Perché lei sapeva ascoltare e mettere in ordine il disordine con la sua autorevolezza che le derivava unicamente dal suo agire e dalle sue convinzioni.

Ed era lì, in cucina, seduta sulla sedia di legno, dinanzi a lei, vedova e madre,  depositaria della sua storia.

Null’altro è lì che la sua nascita sotto i bombardamenti, sulle scale della Favela del Vasto, con la nonna impietrita dallo stupore che manda Pupetta, la più grande delle figlie, a chiedere aiuto sotto il rifugio e l’aspetta di vederla tornare sulle scale, tra i boati e le macerie, con acqua e forbici e filo e pezze bianche e panni di lana, in compagnia di due donne sconosciute che sistemarono ogni cosa per poi sparire per sempre, non prima di aver messo mamma e figlia al sicuro nel ricovero.

E’ li, figlia della guerra, cresciuta nel dopoguerra, andata in sposa nel boom economico, madre di un’adolescente negli anni dell’individualismo giovanile in una città nazione corrotta dalle mafie e spaventata dal terrorismo rosso, nero, di Stato.

E’ li, madre di madre che non ha mai marciato insieme agli altri perché ha saltato generazionalmente tutti gli appuntamenti della storia con la ribellione.

Non fu partigiana, divenne antifascista.

Non fu monarchica, divenne repubblicana.

Non fu democristiana, divenne socialista e il lavoro, l’emancipazione delle donne, la giustizia sociale, la pace furono i suoi ancoraggi.

Gli stessi del babbo.

Quelli per cui, assieme, decisero di restare, rinunciando al viaggio breve nelle case dello spaccio. Non  consegnandosi alla Regina Bianca.

Lasciando che Lucia partisse, l’anno dopo la strage alla stazione, per Bologna, per partecipare all’incontro della gioventù europea e ascoltare la voce di Carmelo Bene leggere Dante da una delle torri degli Asinelli in compagnia di centinaia di migliaia persone in assoluto silenzio, ognuno come sospeso nella propria posizione, al buio impenetrabile della notte scura, nella più piena beatitudine della solitudine.

Non è stato Woodstock. 3 days of peace & rock music, Bologna ‘77.

“ Quanto tempo abbiamo ancora? So che pensi a questo, madre? E’ normale, è così.
I tuoi anni hanno appesantito le gambe mentre i miei  sono gelate e sudori caldi della mezza età “.

Passerà, passerà.

Tutto passa.

Se si è vivi ad ogni risveglio e se ad ogni risveglio  corrisponde un impegno, una realizzazione, una persona da conoscere o da riscoprire.

Se si è dentro la vita e non la si osserva da spettatori annoiati.

– Mamma, domani spalancheremo tutte le finestre e cambieremo aria alle stanze e cambieremo le lenzuola del letto e tireremo via le tende per lavarle e guarderemo insieme il Vulcano di Metrofavela disteso sulla costa e gli operai lavorare al porto muovendo gru metalliche spostando container.  Insieme respireremo l’aria salubre, ce n’è ancora. E’ l’aria di mare che porta la freschezza nella Favela. –

– Si, Lucia, faremo come dici. –

– Mamma non so consolarti. –

– Non ce n’è bisogno, sei tu la mia consolazione. In ogni caso, neanche io sono capace di consolare. Non lo so fare, tutto qui. Così come non lo sai fare tu. Però, se ci rifletti, è molto meglio disperassi per godere poi dell’espressione libera dal dolore, dell’abbraccio stretto stretto, per poi andare avanti. Andare. Com’è denso questo verbo di avventura, vero? Se potessi, ora, andare,  viaggerei fino alle fine del mondo e passerei tutti i miei giorni in treno, in autobus, in macchina, in bici, in moto, ma mai in aereo. Ho paura di volare, già dall’alto di questo grattacielo mi vengono le vertigini e lo stomaco va in apnea. Forse, come spesso dici tu: mi mancano le ali. Posso usare le tue? –

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