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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (settima puntata)

Buona lettura.

Settima puntata
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Il televisore

Sua madre si alza dalla sedia per preparare la cena. Lucia va a spegnere il televisore lasciato accesso nel salottino.

E’ sintonizzato su Rai uno. Trasmettono: Affari tuoi. Presenta Insigne.

A semicerchio sono raggruppati i concorrenti.Uno per regione, ognuno con un pacco da aprire per tentare la fortuna. Centomila euro o un centesimo. La concorrente è in preda al panico. Chi tiene la matta le ha offerto sedicimila euro. Accettare o andare avanti e rischiare di perdere tutto?

Insigne parla parla parla. Parla. La concorrente è in piena crisi: accontentarsi o rischiare di perdere tutto? Poi, ha come uno scatto e si mette dritta sulla sedia e dice: rischiare non fa per me, accetto l’offerta.

Suoni di tromba e applausi e Lucia rilegge mentalmente il quaderno rosso e comprende che gli anni ottanta non sono mai finiti, ancora si fa una  baldoria esagerata per pochi spiccioli guadagnati al gioco dello spettacolo, firmando la liberatoria, consegnando, con la stessa leggerezza con cui si cammina su un prato, la propria dignità alla produzione. Il tutto per essere protagonista dell’inganno del drive in televisivo, che ancora mostra le tette inzuppate nel latte la mattina e adagiate la sera in coppe di champagne dopo che sono state sottoposte alla chirurgia estetica.

Il messaggio è un affabulazione che resiste al tempo: la ricchezza è qui, è a portata di mano.

Pensa: questo è un tempo decadente e il futuro, che è sempre stato speranza per le nuove generazione non ha altro da offrire che scatole o spietati spettacoli darwiniani mettendo uno contro l’altro la Carne e lo Spirito.

Se avesse detto si alle avance, se avesse modificato il suo approccio, forse, chissà, non avrebbe deciso di lasciare che la Milano da bere affogasse senza di lei nel vacuo.

Ma le ferite del terremoto non hanno sanguinato lontano da lei. I fatti erano fatti, non un copia e incolla. Ma a chi interessavano i fatti? Con tutti quei miliardi che cadevano a pioggia su Metrofavela, lo sponsor non aveva limiti negli investimenti pubblicitari.

Accetto i sedicimila euro. Spegne la TV con il telecomando. E si rivede giovanissima, intrepida e impreparata ad affrontare quelle opportunità che si aprivano dinanzi senza una mappa, un punto d’arrivo.

Voleva fare la giornalista, indagare sui fatti di cronaca nera. Realizzare inchieste, essere testimone,  porre domande e si trovò a collaborare con il Biscione, a vendere spazi pubblicitari, a creare immagini, a confrontarsi con un mondo parallelo all’arretratezza che si respirava nei vicoli e nei dormitori periferici.

Ricorda ogni particolare, anche il più insignificante di quei giorni che trascorreva discutendo del target, del bersaglio da colpire per invogliare all’acquisto di quel prodotto, proprio di quel prodotto.

Più bersagli riusciva a dimostrare di poter colpire, più i budget aumentava e più le percentuali arricchivano il suo portafoglio.

Frequentava il mondo dell’impresa e quando varcava la sede della Camera di Commercio o quella di Confindustria avvertiva una forza respingente.

Con Silvia, la sua socia, che nella parte della vincente ci stava bene, ci rideva su. Anche quando Silvia ruotava il coltello nel suo stomaco:  “ Non serve essere brava, seria, scrupolosa sul lavoro e nemmeno essere veloce di mente. Ce l’hai scritto in faccia che sei fuori contesto e che non accetti inviti privati.  E’ questo, nel nostro ambiente, non depone bene “.

Chissà se Silvia ha saputo della morte del Babbo. Domani la chiamerà. Anzi, no. Non le va proprio ascoltarla dire: “ Eri la migliore, ancora bestemmio pensando al perché hai chiuso l’agenzia. Anche se vestivi a caso e stralunavi e odiavi presenziare le tue campagne risultavano vincenti. Hai buttato via un patrimonio. Guarda me, sono una donne forte e indipendente ed ancora guadagno un sacco di soldi, così tanto che non riesco a smettere. Invece tu, un fallimento dietro l’altro. Se vuoi, vai all’aeroporto e raggiungimi. La metto a frutto io la tua genialità “.

Domani non la chiamerà. Silvia è passato remoto. Ma quelle frequentazioni di allora gli offrirono un colpo d’occhio privilegiato sui mutamenti che stavano avvenendo e che presto avrebbero inciso profondamente sulle abitudini di ogni singolo individuo.

Furono anni di incredibile trasformazione, gli anni ottanta.

Per  Metrofavela,  ferita a morte dal terremoto, corrotta dal denaro pubblico, con le Famiglie e le nuove Famiglie in guerra, furono anni di merda.

Le case lerce della nostra Favela divennero linde e pinte e la rubinetteria fu ordinata in oro e nel cesso si pisciava sangue.   

Noi sapevamo che dentro quelle mura domestiche si tenevano i summit, si mettevano a punto le strategie per governare i territori, per garantire ai carcerati e alle loro famiglie di che vivere.

Babbo, che intanto aveva avuto un diverso impiego e si era messo a studiare medicina, mi spiegò che ciò che stava accadendo era l’affermazione di un ordine criminale intenzionato a spartirsi la città in zone d’influenza. E’ che avrebbero avuto successo  perché a Metrofavela comandavano loro.

Diceva il Babbo: “ Questi camorristi fino a ieri erano sottoproletari. E le attività malavitose si potevano racchiudere nel contrabbando di sigarette, nel furto, nell’usura, nella ricettazione, nella prostituzione “.

Poi, tutto cambiò. Il gioco clandestino cominciò a diffondersi e si industrializzò con il gioco popolare del lotto e gli stupefacenti cominciarono a diventare un consumo di massa e i soldi si moltiplicarono come il pane e i pesci e cominciarono ad ammazzarsi tra di loro e a colpire gli innocenti e pretendere il racket dai commercianti, dagli artigiani, dalle imprese, dai condomini.

Metrovafela è la città più giovane d’Europa. Ha dell’incredibile: manda alla guerra civile i suoi ragazzi e le sue ragazze e continua a fare figli.

Il Babbo provava per Metrofavela disprezzo. Non riusciva a perdonarle le serate a luci spente, passate distese sul letto a braccia aperte, guardando il soffitto perché fuori c’era il coprifuoco. Pensando che la storia si ripete sempre uguale a se stessa: a guerra segue guerra, alla fame la fame.

Per Metrofavela gli anni ottanta sono stati anni di spreco e scarto criminale mentre sparivano dalle strade i rigattieri.

In quegli anni la televisione commerciale diffuse l’idea che il benessere era alla portata di tutti e il denaro girava facile nel made in Italy e sulle tastiere dei primi computer e sulle vie ricche della coca che scorreva impetuosa nelle professioni borghesi parallele alla corruzione materiale, in un sistema di lobby che tra loro intarsiavano senza alcun contrasto delle autorità, le quali beneficiavano del loro consenso elettorale.

Milano da bere, Metrofavela da mangiare.

Se fosse qui, ora, suo padre, ripeterebbe il suo pensiero: Non capisco perché la gente è così sorpresa dal numero di rigattieri, provenienti da altre terre,  che frugano nelle immondizie per trovare qualsiasi cosa da vendere o scambiare per sopravvivere.

Ogni qual volta il caos si è globalizzato è accaduto ciò: dopo un dopoguerra c’è sempre un’altra guerra, un altro dopoguerra e nuovi rigattieri.

  • Lucia vieni a darmi una mano. –

Lucia mise il telecomando sul tavolo. Spense la luce e andò in cucina.

Sua madre aveva già apparecchiato.

La guardò e le disse: – Sto pensando alla nonna, a quando raccontava di sé profuga con una carretta di figli affamati appresso e il munaciello buono ad indicargli la strada per uscire dalla città e andare ad Altavilla Irpina, sull’Appennino, a cercare rifugio e accoglienza. Giungervi e non trovare né l’uno e nell’altra e tornare indietro sotto i bombardamenti -.

  • Nonna è stata una donna piena di coraggio, ha sempre affrontata la vita a viso aperto. Ha messo più case su lei di tutte le persone che ho conosciuto. E’ vero, ricordo il racconto di quel cammino fino ad Altavilla Irpina. Un grappolo di bombe ridusse in macerie l’intero palazzo di via Meridionale che per fortuna non aveva rifugio. Io lo vidi sbriciolarsi quando uscimmo fuori dal rifugio nel quale riparammo, che era al di là della strada. Nonna era sola, il nonno era in Libia e di lui non aveva notizie da molto tempo. Doveva essere molto disperata se tentò quel viaggio per metterci al sicuro. Lì c’era la famiglia del nonno, una famiglia borghese e benestante. Il nonno le aveva detto che in caso di bisogno poteva andarci. Ma lei non ne era convinta. Sapeva che per loro lei era un’estranea. Ma cos’altro poteva fare? A piedi, passando campagne e salendo colline, bevendo acqua dai ruscelli e cibandoci di frutta che raccoglievamo sugli alberi. Quando bussò alla  loro porta con il vestito a brandelli e senza scarpe e con tutti quei figli denutriti e sporchi disposti in fila indiana, chi l’aprì riconobbe la famiglia di Aristide. La fecero entrare e l’ascoltarono raccontare delle bombe e del palazzo caduto e del lungo cammino. Ma non mostrarono affetto. Fu allora che nonna chiese di potersi lavare insieme ai suoi figli, di poter mangiare e di avere in prestito un po’ di soldi per tornare indietro. Così andò e nonna non trovò pace fino a quando non gli restituì il prestito con l’aggiunta degli interessi e la disapprovazione del nonno. Gli disse, quando tornò vivo dal fronte, che mai più avrebbe voluto rivedere la sua famiglia. Comunque, il viaggio di ritorno fu spensierato, chi ci aveva visti passare per andare ci vide tornare e cercò di aiutarci in tutti i modi. Fu una cosa strana perché all’andata non li avevamo visti e quei paesi ci apparivano disabitati così come la terra abbandonata. E quando giungemmo in città, nonna cercò e trovò subito casa, pagando il fitto con il denaro prestato. Aveva il culto della casa, nonna. Era il suo punto di partenza per ricominciare.  Il suo scrittoio. Su ogni pezzettino di muro, amava ripetere, ci scriviamo la storia quotidiana di ognuno e della famiglia. Senza una casa non c’è memoria e non c’è il racconto unico e irripetibile di noi. E se la casa viene giù o si è sfrattati, ci si deve rimboccare le maniche e cercarne un’altra e tenere la porta aperta per rincuorare chi viene a cercare sollievo. Una casa chiusa non respira. Era questo il suo motto. Che è anche il nostro. Sarebbero venuti così in tanti a salutare tuo padre se non avessimo condiviso con la Favela il caffè della nostra casa? Quanti di loro hanno trovato un minuto di pace in questi anni, venendo qui da noi dopo aver seppellito i morti ammazzati o per overdose? –

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