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Tap, Tav e reddito di cittadinanza: M5S incartato, Di Maio al ‘cappio’ di Salvini

Si sono incartati, lo sanno e provano a metterla in caciara. La vicenda Tap sta mettendo a nudo la fragilità di una classe politica orgogliosamente nata “dal basso”, cioè proprio letteralmente dalla strada, l’uomo qualunque (cittadino) che, per una serie di contingenze storiche, è riuscita ad entrare nella stanza dei bottoni e che una volta dentro non sa dove mettere le mani. Se il gasdotto si farà, allora stop sicuro alla Tav che però interessa gli alleati della Lega che non hanno nessuna voglia di mettere veti. Luigi Di Maio prende ceffoni, ma non ha altra strada che rilanciare le parole d’ordine della campagna elettorale, sperando che non ci siano altre defezioni della base come quelle registrate in Puglia, salvo rassegnarsi all’implosione del Movimento. Proprio sul più bello…

di Peppe Papa

Il M5S, insomma, sembra arrivato al picco della sua ascesa, iniziata nel 2013 con l’ingresso in parlamento e culminata nel grande successo elettorale alle politiche del 4 marzo 2018 che li ha proiettati al governo del Paese.

Vento in poppa e tante aspettative da realizzare per quel popolo che, stanco della vecchia politica, ha investito su di loro convinti che potessero rappresentare il cambiamento.

Invece, ecco svelato il trucco: non sanno cosa dire, né fare

La prosopopea propagandistica, l’incompetenza allo strato brado su temi di assoluta rilevanza politico-amministrativa, la confusione dettata dall’ansia di potere, l’improvvisazione e l’incapacità di tenere fede alle promesse elettorali, stanno facendo emergere la loro assoluta inadeguatezza a reggere la partita.

Luigi Di Maio, uno dei due vice premier (l’altro è Matteo Salvini della Lega), ministro per lo Sviluppo economico e del lavoro, capo politico del Movimento, sta provando a metterci la faccia e non potrebbe fare altrimenti visto il ruolo ricoperto, beccando ogni volta sonori ceffoni. Non solo dai suoi sostenitori, ma anche dagli amici alleati del Carroccio i quali, senza alcun riguardo, lo smentiscono, lo raggirano, ne prendono le distanze e sono pronti a mollarlo se non si adegua al mainstream governativo da loro dettato.

Così, dopo aver dovuto piegarsi alla “necessità” di tenere aperta l’Ilva di Taranto, nonostante la promessa di farne un grande parco giochi, ha dovuto ingoiare anche la “necessità” del completamento del Tap che aveva promesso invece di bloccare nel giro di poche settimane e che fece incassare al Movimento l’elezione di ben 14 parlamentari pugliesi. Tutti ovviamente invitati a dimettersi dopo le proteste di cittadini e comitati contro il gasdotto che avevano creduto in loro.

Tessere elettorali strappate, bandiere 5Stelle bruciate in piazza e la promessa di fare rotta verso la Capitale per manifestare la loro rabbia sotto i palazzi delle istituzioni, dove pensavano di essere diventati inquilini graditi. Un sommovimento che sembra inarrestabile, anche in altre parti del sud Italia, bacino elettorale pentastellato, quando il famoso “popolo” ha cominciato a dubitare delle altre strabilianti promesse come il reddito di cittadinanza, finora annunciato, ma perso nelle nebbie delle procedure, delle coperture economiche e dell’effettiva data di attuazione, tutte cose attualmente in discussione – e non è detto che si facciano – nella legge di Bilancio non ancora approdata in parlamento e già bocciata dall’Ue.

Ce ne sarebbe abbastanza, insomma, per mettere la testa sotto il cuscino e sperare che passi, magari senza perdere lo scranno alla Camera o al Senato e rinunciare alla vincita al Lotto toccata in sorte per gli eletti grillini, la gran parte in precedenza senza redditio da lavoro significativi. Invece, Di Maio, che si è convinto di essere uno statista e prova a giocarsi la chance di lasciare un segno nella storia, spregiudicatamente, rilancia spostando l’attenzione sull’altra grande opera infrastrutturale contestata, la Tav tanto cara ai suoi partner leghisti del Nord.

“Non si farà” ha tuonato, “nel contratto di governo è prevista la rinegoziazione, questo c’era e di questo discuteremo”. Quasi una supplica a Salvini e la presa di coscienza che non riuscire a bloccare qualche grande opera significa saltare per aria e avviarsi alla scomparsa, altro che “conquistare Bruxelles” nella primavera prossima.

Difficile che gli amici padani daranno una mano. Ieri fuori dal consiglio comunale di Torino che si avviava ad esprimere la contrarietà alla Tav in un clima di tensione culminato con l’espulsione dall’aula del’opposizione, c’erano tra gli altri almeno duecento imprenditori a partecipare al presidio anti No-Tav, rappresentati dai presidenti di associazioni d’impresa dell’Api, dell’Unione industriali, della Amma, dell’Ascom, della Confartigianato, Cna, Confesercenti, del Collegio dei Costruttori, della Confapi e dei sindacati che hanno poi incontrato Valentina Sganga, capogruppo del M5S a Palazzo di città la quale non ha voluto sentire ragioni “voteremo l’ordine del giorno a favore dello stop, costi quel che costi”.

E così è stato. Solo che Salvini sull’argomento è stato categorico fin dall’inizio, quando cioè si è cominciato a mettere nero su bianco il “contratto”, “per me si avanti, la Torino-Lione si fa, c’è  nell’intesa di governo dove si parla di rivedere gli accordi, ma non di bloccare tutto”.

Insomma, la sua base vuole i lavori e non si può tornare indietro, soprattutto se anche loro saranno costretti a breve ad incassare qualche “no” importante e fare marcia indietro tipo “quota 100” per le pensioni che se sarà approvata comporterà un taglio netto nella pensione percepita che scoraggerà molti ad aderire. In pratica Di Maio, a dispetto della propaganda mediatica a favore, dovrà adeguarsi, a meno di decidere di scendere dalla giostra.

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