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Reddito di cittadinanza e riforma Fornero, fuori dalla Finanziaria: M5S e Lega ai ferri corti

di Peppe Papa

Reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni si faranno, ma per adesso sono solo delle indicazioni contenute nella legge di bilancio, il provvedimento arriverà dopo con un “apposito decreto” (60 giorni di tempo per trasformarlo in una legge vera e propria) salvo complicazioni. Lo ha annunciato in diretta Fb il ministro dello Sviluppo economico e vicepremier in quota M5S, Luigi Di Maio. “Il reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e quota 100 ci sono nella legge di bilancio – ha affermato – e  chi dice che non ci sono sta dicendo bugie, in manovra ci sono i soldi, c’è la ciccia”. Ha spiegato Di Maio che le norme regolamentari a monte dei provvedimenti “non possono stare lì” (chissà perché) e che pertanto dopo l’approvazione della Finanziaria, “magari a Natale” verranno inseriti in un documento apposito “perché con un Ddl ci vorrebbe troppo e c’è emergenza povertà”.

Meno male il chiarimento, i poveri già si stavano preoccupando, anche se a intorpidire le acque ci ha pensato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio della Lega, Giancarlo Giorgetti che nell’ultimo libro di Bruno Vespa non ha risparmiato toni critici proprio sull’icona della politica pentastellata del ‘sussidio universale’ sottolineando che “il reddito di cittadinanza ha complicazioni attuative non indifferenti. Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso”.

Un giudizio tranchant, cui ha fatto seguito un’altra riflessione politica che dà l’idea di quali siano i rapporti tra i contraenti del patto di “governo del cambiamento”, della loro distanza programmatica, di visione e di strategie comuni per il futuro. Praticamente inesistenti. “Ritengo che lo Stato debba fare la sua parte – ha sostenuto Giorgetti –  visto che il credito e il risparmio sono protetti dalla Costituzione. Lo Stato – ha aggiunto – deve perciò ricapitalizzare le banche che ne hanno bisogno, salvo uscire quando si sono risanate. Si è fatto spesso storicamente, nei momenti di crisi finanziaria”. Un colpo al cuore per il capo grillino e i suoi, visto che ha sostenuto con veemenza finora che mai e poi mai l’esecutivo metterà “un soldo dei cittadini” nelle banche. Una visione diversa non da poco, ma che ancora riesce a tenere il filo, giocando sull’ambiguità dei due partner della coalizione di governo, impegnati più a marcarsi a vicenda per cercare di non perdere consensi che prospettare un destino politico comune.

Per il momento quel che emerge è che la Lega, avvezza al potere da più di vent’anni, amministratrice efficiente in centinaia di Comuni italiani e nelle principali Regioni del Nord, ha poco a che vedere con gli improvvisati ‘statisti’ pentastellati della premiata ditta Grillo-Casaleggio i quali, ben presto, saranno spazzati via dalla storia. I sondaggi, impietosi, cominciano a segnalare la ‘decrescita’ del Movimento a favore di Salvini e dei suoi pasdaran, padani in fuga, pronti a fare da soli, Berlusconi eventualmente a supporto, la strada è segnata. La parabola cinque stelle, insomma, sembra avere imboccato il declino sull’altare della povertà, nuovamente violato, e l’insipienza di una fede senza radici. In pratica, se il popolo non ha più pane “che mangino briosche”, frase attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena durante una rivolta, suona perfetta per definire la situazione dei Di Maio company. “Che Dio salvi la regina”.

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