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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (decima puntata)

Buona lettura.

Decima puntata
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Il vuoto illuminato due


Amore mio come vorrei che adesso fossi qui con me. Come vorrei che mi aiutassi a mettere a posto il Piennolo e i pensieri.

Sono stata nello studio del Babbo mentre mia madre riposava. Lui era lì.

Ai miei piedi è caduto un  quaderno rosso. L’ho letto. Era una lettera indirizzata a mia madre, scritta la sera prima del nostro matrimonio. E’ una lunga lettera d’amore. Non una lettera d’amore qualsiasi, si racconta. E adesso, ho tantissime cose da chiedere a mia madre. Il guaio è che non so che fare. Devo consegnarglielo? E’ il mio compito? Il quaderno è venuto giù sul pavimento, sopra c’era scritto: Per Iole.

Cosa devo fare? Vorrei deciderlo con te. Se potessi ti chiamerei al cellulare. Ma mia madre ascolterebbe. Ed io non voglio. Adesso siamo in cucina a preparare la cena ed io, per non sostenere il suo sguardo, parlo con il frigorifero vuoto illuminato.

Aspetterò che si addormenti e ti chiamerò e ti chiederò di passare da me domani mattina, prima di recarti al lavoro. Così ti consegnerò il quaderno rosso e potrai leggere la lettera in modo che  possa aiutarmi a decidere la cosa migliore da fare e, come io penso, farla leggere anche ai ragazzi.

Nanà dorme, è qui con me. Tu sei a casa con Nicola e Nando. Immagino che state parlando. Che siete finiti sul vostro argomento preferito, il calcio. Sei così tifoso, amore mio. Così innamorato del pallone, dell’azzurro della tua squadra che hai voluto chiamare i tuoi figli tutti con un nome che iniziasse con la N. Non ci ho pensato proprio ad oppormi. Con quella storia del tatuare con il proprio nome un’appartenenza ad un popolo mi hai conquistata. Quando lo raccontiamo ai ragazzi, e lo facciamo spesso, e loro ci fanno pure il verso, l’allegria non se ne va, resta. Ci estranea dal contesto e lo stadio San Paolo è sold  aut per ringraziare il più grande giocatore di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. Inquieto genio del pallone che a Metrofavela regalò una felicità sconosciuta, un’unità popolare, una sola bandiera sotto cui stare in pace. Che gioia, che gioia. Che festa di conciliazione. Fuori al cimitero comparve un lenzuolo bianco gigantesco e sopra c’era scritto: Non Sapete Cosa Vi Siete Persi. Noi ci sposammo in quell’anno, tre mesi e due giorni dopo che ci conoscemmo. Noi eravamo quella N. Quell’urlo dello stadio che faceva tremare allo stesso modo le case e le anime delle Favela, di tutte le Favela.

In quegli anni, la città, non mi era venuta ancora insopportabile e il sole asciugava il sangue sulle strade, e il tanto si ammazzano tra di loro, il comune sentire tra chi non era coinvolto nel malaffare della città e chi pensava di farla franca facendosi i cazzi propri era il pensiero dominante

La festa finì troppo in fretta e con la disturbata.

Metrafavela non risparmiò Diego Armando Maradona. I suoi feticci erano sparsi ovunque e orientare la sua attenzione verso  l’irresistibile fascino delle donne delle Favela di Forcella fu un gioco da streghe.

Così  finì in una vasca da bagno a forma di conchiglia e fu fotografato affianco a Luigino, che della Favela di Forcella era il boss fatto di coca.

La città perbene, quelle delle forme educate di camorria, quelle che fa scorrere acqua santa dall’ombelico ad ogni pio sospiro, s’indignò.

E’ un grande calciatore, ma come uomo non vale niente. Merde, Diego Armando Maradona quando andava in campo e non ce n’era per nessuno, non era un uomo, era il piede e la mano di Dio. Diego Armando Maradona è stata la nostra N. Il suo amore per la vita è stato devastato dai vizi, e la bellezza del nostro paesaggio, così come non aiuta noi, ha braccato lui con le sue nudità, con le sue polveri magiche, con le sue visioni dell’invincibilità che, in un solo attimo, azzerano il tempo.

Amore, se potessi, ora, chiudere il frigorifero, far sparire il vuoto illuminato, vincere il dolore, passeggerei con te sul lungomare e farei sparire Metrofavela  dietro di noi con tutta la sua storia millenaria, con tutto il suo popolo povero ma onesto, che, forse, non è mai esistito davvero nella realtà. Per poi, imboccare la salita di Posillipo, e baciarti appassionatamente chiamandoti per nome ad ogni passo. Dario amo solo te. Solo te. Solo a te ho svelato parti di me. Se fossi qui, nel quasi vuoto illuminato, confesserei: non so che fare. Sono combattuta tra il pensiero di frantumare in infiniti pezzettini me stessa e i tuoi occhi di infinito amore. Amo solo te. Come è bello sentirselo dire, dà una forza pazzesca, dai piedi alla testa. Dimmelo ora, mentre il Piennolo è disteso a testa in giù nello spazio tra me il frigorifero.

Lucia è in time aut.

Sua madre può guardarle le gambe. Ancora per poco potrà inseguire le sue visioni, poi dovrà mostrare il volto.

Non è pronta.

Per scaricarsi avrebbe bisogno di macinare chilometri, di allontanarsi e marciapiede dopo marciapiede, impedimento dopo impedimento scorgere da lontano le vele navigare sul mare.

Ma è lì, con gli occhi nel frigorifero. In quella cucina che l’ha sta cullando per aria per non farle gridare con tutto il fiato possibile: dove sei, in questo quasi illuminato che è ad un passo dal buio? In questo Piennolo che chiede di essere messo al suo posto perché poi viene Natale e con il suo sapore deve rallegrare le vongole veraci senza fare differenza tra lo stomaco del buono e quello del malamente? Dove sei in questo  autunno passato?

Lucia va  all’infanzia  nella grande casa dei nonni, ai Piennoli rosso vivo e ai  meloni verdi tosti che penzolavano fuori i due balconi che davano su via Stadera, dove ancora era produttiva la fabbrica dei fiammiferi e dal macello provenivano urla di animali straziati.

Quando pioveva e non si poteva uscire fuori, i Piennoli si potevano osservarli dalle fessure delle persiane napoletane, che impedivano alla pioggia di entrare in casa e proteggevano dal freddo e dall’umidità, in quelle giornate intime come questa.

Li trovava lì, come delle apparizioni.

Nonno Aristide li appendeva all’alba prima che il freddo cominciasse ad entrare nelle ferite della casa. Prima che il fuoco del braciere riunisse la famiglia intorno a sé, e il fuoco purificatore di Sant’Antuono, il santo del bestiame e dei campi, salisse verso il cielo con le sue fiamme d’impeto per ridurre a cenere la peste di Nusco, la frenesia dell’usa e getta natalizio, i malanni e i malocchi che abitavano, abitano, la Favela dedicata al Santo. Lì dove c’è, in h24, da che ha memoria, il mercato alimentare dei poveri e dei migranti che abitano la città. Lì dove,  il richiamo generazionale delle voci a fronna contengono i codici d’accesso dei fruttivendoli, dei salumieri, dei macellai, dei pescivendoli, dei baristi mentre una marea umana di umili, che hanno i soldi contati, vanno su e giù, azzeccati gli uni agli altri, per l’intero mercato che dall’entrata di Porta Capuana arriva fino a Piazza Carlo III, dove c’è il Serraglio, il carcere costruito dal Re Carlo III, per metterci tutti i poveri del Regno. Una genialata rinascimentale che adesso ospita una mostra animata di dinosauri nei corridoi bui dove, fino a tutti gli anni ottanta, si celebravano i processi ai minori. Sotto i quali ci sono ancora  le celle dell’attesa che puzzano di piscio e di pietra pisciata.

Quante volte l’aveva percorso su e giù quel mercato quand’era bambina, tenendo stretta la mano della nonna e con la paura addosso di essere inghiottita dalla folla, di essere dimenticata dall’uomo nero che vendeva il carbone per il braciere.

Questo prima che sua nonna gli insegnasse ad amare quell’uomo carbone che respirava polveri nere perché non sapeva far altro che morire dignitosamente di antracosi.  

Si emoziona, Lucia, ricordando la piccola  mano destra della nonna, mentre la sinistra teneva la sua, quasi completamente aperta, che teneva in equilibrio un cilindro di dieci lire, la somma da spendere per sfamare la sua famiglia di dieci figli e un marito che continuava ad  aumentare con gli inneschi di altre famiglie numerose con le quali continuamente si imparentava.

La sua famiglia nata allargata per legami abita, oggi, in ogni Favela della città ed ha messo radici in ogni dove sulla faccia della terra.

Ovunque ha fissato la propria residenza si  è integrata nella comunità come bravi e buoni cittadini, dando il meglio di sé.

Certo, non sono mancate infrazioni alla legge, commissioni di reato, scivolamenti verso il degrado, follie criminali. Poca roba se paragonata agli onori raggiunti, al punto di partenza.

Alla fortuna puramente casuale di essere parte di una famiglia con la memoria lunga, orgogliosa della propria struttura originaria, passata indenne tra una guerra e l’altra, a vent’anni di regime fascista, a quarant’anni di democrazia cristiana, a  dieci anni di craxismo per poi finire nelle mani degli Innominabili che oggi mal digeriscono essere fuori dal governo per mano dei tecnocrati, che altro non sanno fare che tagliare la spesa pubblica e tenere al sicuro il proprio portafoglio.

Indenne sotto le bombe che piovevano dal cielo e dalle cannonate che partivano  dal mare. Indenne nelle strade dove si erigevano, insieme agli altri, barricate contro l’occupante nazista che da Metrofavela proprio non se ne voleva andare. Indenne dal soffocamento edilizio laurino. Indenne dal doroteismo corruttivo. Indenne dal colera. Indenne dal terremoto.

Sarà poi vero?

Andavano su e giù per il mercato, Lucia e la sua nonna, e il rischio di scivolare sulle foglie dei broccoli e dei cavoli, che i fruttivendoli lasciavano sui basoli a marinare con l’acqua del mare, che i pescivendoli usavano  per rinfrescare il pesce sui banchi luccicanti d’argento era alto, come alta era la possibilità di incappare in un pacco.

Poi, quando la nonna aveva trovato quello che serviva ai prezzi più bassi, faceva i conti, tra se e sé, con un filo di voce, e iniziava a fare la spesa e un incredibile abbondanza di cibo riempiva il suo carrello e la sua casa.

Allora alla Favela di San’Antuono c’erano i contrabbandieri, i ricettatori, gli usurai e i guangliuncelli a controllare il Borgo e le guardie avevano paura ad entrare.  

I guangliuncelli si davano la voce, erano dovunque: numerosi, maschi e adolescenti.

Giocavano a pallone, ai tappi, alle biglie e nelle tasche tenevano o’ curtiello pure quando facevano l’amore con le puttane per non infrangere la verginità matrimoniale delle proprie donne.

Era un’altra epoca, nel miserevole tumulto del popolo affamato si potevano vedere le linee di confine tra l’onestà e la disonestà.

La sua Nonna aveva nelle sue mani un cilindro di dieci lire al giorno da spendere. Era la somma tra il guadagno del nonno che guidava il tram e il frutto della fatica di tutti i componenti familiari. Maschi e femmine, vecchi e bambini. Senza distinzioni di genere e di età. Assieme istruiti alla conoscenza e al lavoro. Assieme nel binomio ed ognuno con le proprie gambe e le proprie potenzialità alla ricerca dell’indipendenza economica senza mai arretrare dal quell’insegnamento: fai bene e scordati, fai male è pensaci.

Sua madre fu mandata a dodici anni in una camiceria e suo padre, alla stessa età, era già in fabbrica, a imparare il mestiere del saldatore.

– In quali anni sono, frigo? –

– Negli anni del colera –

Dodici anni, Lucia, questa è la tua età.

Millenovecentosettantatre: sei al mercato.

Intorno a te bambina non c’è né arte né parte e una voce maschile di sfida canta che le manette sono bracciali d’oro e le cancelle una villeggiatura.

Intorno a te si fanno affari con il contrabbando delle sigarette e con la ricettazione dei generi alimentari.

Sei al mercato, Lucia. Sei in quegli anni in bianco e nero e la tua mano è stretta in quella della nonna.  

Non sai dare un nome a ciò che percepisci perché il presente è baby gang metropolitane. E quello dove sei adesso è il passato, una rappresentazione teatrale di un dopoguerra vivo di lutti e di speranze sperate. I cui protagonisti hanno ruoli di genere codificati dalla struttura patriarcale della famiglia.

Oggi, i maschi e le femmine adolescenti si muovono sulle strade delle Favela come spiriti maligni, con lo stesso  curtiello nella tasca di sempre e la pistola nell’altra, pronta a colpire per essere primi nella gara dell’horror.

Questa fame non è di stomaco, è social. E’ questa la fonte dalla quale sgorga la malacqua che innaffia gli investimenti nel traffico di droga, di armi, di umani.

Questa fame è lusso pacchiano. Questa fame soffoca chi ha cibo, chi produce schiavi.

C’è una distanza tra ieri e oggi.  Non è la stessa acqua sporca di Metrofavela a provocare epidemie. Quest’acqua viene distribuita a dosi, è per le gole secche d’aria, è per chi scorrazza sulle due ruote, per chi ha il cervello mangiato dal Sistema senza gerarchie, nel quale chi comanda ora, non conta più niente domani.

Sistema fast food: una coltellata al cuore, una botta in faccia, una scopata e giù negli inferi.

Metrofavela è una città cattiva.

E’ la tua città e non t’è mai passato per la testa di andartene e piantare altrove le radici.

Mai.

Perché?

Per amore di questa famiglia che mai si è arresa all’ineluttabilità della cattiva sorte. Che mai l’è passata per l’anticamera del cervello di smetterla di passarsi il testimone della città gentile, accogliente, testarda nel credere che la nottata passerà e che sarà la musica, l’arte dell’armonia ad affermarsi, a sconfiggere il disordine.

Prima, o poi accadrà. Quando? Quando finiranno di morire gli innocenti per mano degli innocenti. Perché nei combattimenti della guerra civile non ci sono colpevoli, c’è che la vita non conta niente. Ci sono le Favela in cui c’è chi comanda e chi ubbidisce. Ci sono le altre Favela da conquistare, il controllo dei dieci mandamenti, ambire ad essere lo schiaffo della cupola.

Le Favela sono ventinove, le famiglie criminali centonovantatre.

Ogni Favela è retta da più clan in alleanza o in guerra tra di loro.

Tutti dediti allo spaccio degli stupefacenti, dove il consumo è sempre in crescita e i guadagni eccessivi per ogni milligrammo.

Nelle Favela le piazze di spaccio sono sempre aperte e per i clienti vip c’è il servizio a domicilio.

Ci sono giorni in cui manca il respiro, tanto e il via vai dei consumatori che provengono da tutta l’Italia per acquistare a poco e niente in una delle Favela della città: Kobrett, Speed ball, Shaboo, Cocaina. Eroina. Hashish, Marijuama, Ecstasy e andare in overdose

Ogni Favela  è controllata dalle vedette fisse in strada e sui tetti e dai vigilantes  in motorino.

Le vedette hanno un loro codice e con quello segnalano la presenza dei carabinieri o della polizia.

Se arrivano i killer per un regolamento di conti o per imporre una supremazia territoriale, le vedette fisse scappano in ogni direzione e quelle sui tetti fanno altrettanto. Mentre i vigilantes impennano e spariscono come per incanto e portano in salvo i rifornimenti nascosti sotto i sedili.

Gli addetti alle vendite abbandonano nelle aiuole, nelle edicole votive, tra le auto e dietro i busti di gesso di padre Pio o dell’Immacolata gli stupefacenti.

Bum bum bum.

Devastante.

Via, via di qui.

Basta una cannuccia per aspirare l’attimo in cui tutto tace. Per portare in scena il pianto disperato dei parenti, degli apparentati, della famiglia, del clan che giura vendetta.

E’ un’allucinazione sociale, coinvolge la comunità intera.

– Anche me?

– Anche te, Lucia, anche te. Anche se non hai le mani sporche di sangue e nemmeno di merda, per la tua parte finanzi il business criminale: acquisti  haschish e marijuama dal pusher che fa servizio a domicilio. E Dario è complice -.

Bum.

Non c’è  confine tra il male e bene, è così.

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