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Napoli, la ‘Striscia di Gaza’ dell’integralismo calcistico

Sono ancora giorni di sosta di campionato e abbiamo tutto il tempo per variare sul tema della cronaca e fare un po’ di riflessioni su alcuni argomenti importanti che hanno caratterizzato questi fulgidi ma contrastanti anni azzurri del Napoli targato De Laurentiis, mai privi di polemiche, contraddizioni, misti a buoni risultati.  Sicuramente i risultati avrebbero potuto essere migliori, per la verità, anche peggiori, e se migliori di questi non sono stati, vorrà dire che al netto di episodi sfortunati, qualche favoritismo maggiore alla squadra e al club senza dubbio più forte d’Italia, le lacune per cui si polemizza fra opposte correnti di pensiero sono reali e vanno individuate soprattutto in un’oganizzazione societaria alquanto deficitaria, per certi versi anche volutamente, malgrado i discreti successi economici e sportivi.  Al Napoli, oggi pur essendo il 14esimo club in Europa mancano impianti e strutture primarie, non si è provvisti non solo di uno stadio e un centro sportivo di proprietà come la maggior parte dei club con cui si compete,  ma nemmeno di una sede societaria di rappresentanza. Pochi dirigenti, anzi nessuno che abbia un minimo di autonomia decisionale che non fosse il presidente. Fra queste lacune non solo societarie vi è l’immaturità di un ambiente che per quanto appassionato ed entusiasta, resta pur sempre un ambiente poco equilibrato con frequenti derive isteriche fra esaltazione e depressione misti a un vittimismo atavico. Inoltre,un ambiente mediatico sempre diviso fra aziendalisti e iper critici a vario titolo, per non dire di certi integralismi di tipo più specificamente tecnico  fra teorici del Sarrismo gli stessi che magnificavano il Mazzarrisno, i Rafaeliti o gli Ancelottiiani. Il calcio si sà, è uno sport che spacca, divide a metà già naturalmente, perché è uno sport fondato sul tifo e le fazioni, ma le sue divisioni a Napoli più che altrove continuano all’interno della  stessa fazione, oppure ci si divide persino con paragoni su  chi possa essere  il miglior calciatore o il miglior allenatore. È sempre stato così il calcio soprattutto quello parlato, dai tempi di Rivera e Mazzola tanto per non andare troppo lontano a quelli fra catenacciari e zonaroli, ma potremmo citarne tantissimi di questi estremismi integralisti che non ammettono il contrario della propria idea calcistica. Napoli, fra tutte queste divisioni è il luogo calcistico più diviso all’interno della stessa fazione, perché avendo una sola squadra di calcio per cui tifare, in qualche modo si ha questo continuo bisogno di trovarsi delle contrapposizioni quotidiane che sopperiscano a quelle più rare mei pochi incontri di cartello o con le storiche rivali, verso le quali come per magia il tifo napoletano diventa un tutt’uno, malgrado le divisioni interne. Insomma,  Napoli è una sorta di Striscia di Gaza del calcio sempre in guerra nello stesso territorio, ed è probabilmente questo eterno conflitto interno che non consente di godere appieno nemmeno quando ci sono buoni risultati, perché c’è sempre qualcuno che li mette in discussione minimizzandoli o sopravvalutandoli. A questo proposito è singolare come negli ultimi sette anni ci si divide tutti  fra tifosi, stampa e opinionisti sulle varie guide tecniche che si sono succedute in panchina. Sin dall’ottimo Reja fino ad oggi con Ancelotti c’è sempre stata una divisione fra varie correnti di pensiero, metodologie ma anche solo su antipatie e simpatie personali, eppure bisognerebbe dire che la società almeno nelle scelte sugli allenatori è stata sempre lucida, capace e fortunata ma anche lungimirante ed ha preso sempre bravissimi  tecnici, quando non i migliori sul mercato, ma  soprattutto funzionali al progetto in quel determinato momento storico. Progetto però che in qualche modo, almeno dal punto di vista sportivo non si è mai concluso con il raggiungimento del massimo obiettivo.  Tuttavia,  va riconosciuta alla società una grande capacità di coniugare  risultati sportivi a quelli economici, anche perché in questo calcio moderno  per ottenere successi economici è inevitabile che come minimo si debba essere competitivi almeno per le seconde e terze posizioni, e siamo ragionevolmente certi che questo è l’unico, vero obiettivo del proprietario del club azzurro, molto bravo a costruire sempre un Napoli in grado di poter galleggiare nelle zone alte della classifica senza rinunciare a grandi profitti aziendali e soprattutto personali e familiari. De Laurentiis è come se avesse tacitamente accettato che più di questo non potrà fare, anche perché non intende di certo rinunciare ai succulenti guadagni raggiunti in cambio di un unico momento di gloria, come dire che preferisce l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, preferendo la rassicurante fetta del mercato dei diritti televisivi, di sponsor meno esigenti e impegnativi, di bonus fissi per la qualificazione in Champions, profitti che a loro volta crescono di partita in partita, dove poter mettere  in vetrina i propri pezzi migliori, i quali raggiunte certe massime valutazioni di mercato, poi dar via a cifre irrinunciabili , in luogo di altri diamanti grezzi da far affinare ad allenatori capaci di farlo, ed è questo continuo progetto in costruzione, come dice il presidente, sempre ‘work in progress’ che deve aver sfinito  il mondo del tifo azzurro dividendo oltre modo quelli che si accontentano di partecipare ad alti livelli, con quelli che vogliono finalmente vincere, e poi fra gli opinionisti aziendalisti chiaramente per interessi di bottega, con quelli politicamente meno corretti perché sbalzati fuori dalla lobby più in auge. Insomma è un bel casino e finquando tutto l’ambiente non sarà unito negli ideali, negli obiettivi e nella condivisione di progetti e concetti, l’unico a vincere sarà sempre e solo De Laurentiis, che quando capirà di aver sfruttato al massimo questi anni fortunati si farà da parte senza lasciare quasi nulla tranne il marchio  rivalutato, così come quando arrivò. È sin dal primo di questi 14 anni di gestione che ha inteso il calcio come fonte inesauribile di guadagno senza mai rischiare nulla del suo capitale personale ammesso che ne avesse uno adeguato a questi livelli. Lo ha dimostrato  dal primo giorno che ha  rilevato il Napoli senza comprare nemmeno magliette e palloni se prima non avesse incassato il triplo della spesa per acquistarli, ed è stato bravissimo a raccontare questa storia strappalacrime delle magliette e i palloni che non c’erano , come se fosse un atto eroico, mentre invece è stato un atto vile quello di costringere alcuni tesserati ad andarseli a comprare in proprio, come hanno rivelato spesso i Ventura, i Sosa i Montervino. Ora noi ci chiediamo, ma se magliette e palloni sono stati in grado di comprarli calciatori e allenatori che non avevano nemmeno ricevuto il primo stipendio, come mai non era in grado di farlo la società? Possibile che un imprenditore capace di rilevare un club come il Napoli non fosse poi  in grado di dotare da subito i suoi calciatori almeno  di magliette e palloni? Possibile che De Laurentiis abbia  aspettato  prima che incassasse i soldi dai tifosi per la campagna abbonamenti prima di dotare la squadra raffazzonata da Marino degli indumenri e gli accessori primari? Se qualcuno volesse capire il personaggio De Laurentiis e il suo modo di intendere il Napoli e il calcio,  è proprio dal suo ingresso nel calcio che potrà capirlo. De Laurentiis non ha mai investito nel Napoli un solo euro che non fosse poi coperto dall’auto finanziamento dei tifosi, ma non solo perché lui non ha mai inteso investire nemneno i suoi guadagni per le strutture, ma pretende che anche quelle vengano finanziate da terzi come Regiome e Comune o magari qualche sponsor disponibile.  Questa è la realtà di un presidente come De Laurentiis, ma vista dal suo modo di essere  va pure detto che è stato bravo, paziente e lungimirante nel riuscire a non investire nulla del suo capitale e contemporaneamente rendere il Napoli un club florido sia dal punto di vista sportivo che soprattutto economico, come un fortunato Re Mida che qualsiasi cosa tocchi diventa oro. A questo punto non ci resta che sperare che la sua fortuna continui e possa arrivare fino al massimo eisiltato sportivo accontentando tutti, perché se si continua a sperare e fondare  su improbabili investimenti onerosi di De Laurentiis,  non accadrà mai. Quindi , basta critiche oziose per quanto giuste e veritiere, non ci resta che sperare che la sua stella non lo abbandoni sul più bello e goderne anche tutti noi degli influssi benefici rinnovati con l’ingaggio di  un grande tecnico a sua volta bravo e fortunato come Ancelotti. Il calcio è anche questo e dopo aver fatto tutto per bene, sarà sempre la fortuna ad essere la  sua componente piu determinante, ma anche la fortuna va cercata affinché possa baciare anche i tifosi!

Pit

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