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OSSERVATORIO Hikikomori : Una predisposizione casuale all’autismo, oppure prede di una trappola sociale ?

di Gaetano Fermato

 

Il primo contatto è con la chat Hikikomori under 25. Conta più di 450 iscritti con un’età tra i 16 ed i 25 anni. Viene subito chiesta una dettagliata presentazione. Pochi minuti e inizia l’interrogatorio. “Quale videogame preferisci?”. I membri continuano con domande sempre più dettagliate per valutare le conoscenze del nuovo utente. Devi avere le giuste competenze informatiche o il blocco è immediato.

“Il problema è radicato nella società ed è da ritrovarsi, come spiega Marco Crepaldi nella pressione di realizzazione sociale, filo conduttore di tutti i casi analizzati”

Dagli anni ottanta si comincia a registrare e studiare questa forma di esclusione “attiva” dalla vita sociale dal un punto di vista delle relazioni, dello stare insieme agli altri e del condividerne i percorsi nella vita. Ma anche dall’affermarsi nel lavoro sempre più competitivo, specializzato e ipertecnologico. In Giappone i primi casi di Hikikomori che nella lingua nipponica significa tirare/ritirarsi. Non esiste il corrispondente lemma di lingua italiana che nomini questa forma di grave disagio che, erroneamente, si crede coinvolga solamente fasce adolescenziali e giovanili ed, essendo ancora poco conosciuto, è spesso diagnosticato come depressione e come patologia psichiatrica. Non si nasce Hikikomori , ma sembra ci sia un momento nella vita di questi individui in cui viene presa una drastica risoluzione volta all’isolamento nella propria stanza, nella propria casa, nella propria vita, senza contatti con nessuno se non con i parenti con i quali si convive e, attraverso le chat, con altre persone possibilmente ed inevitabilmente sconosciute.

“Il Giappone culla e incubatrice di questa patologia essendo la sua cultura fortemente basata sulla competizione esasperata dal senso dell’onore e dell’affermazione sociale 

Pur essendo intelligente, sensibile e molto spesso più maturo della sua età, un hikikomori non si sente in grado di frequentare coetanei anzi si vergogna, ritirandosi a vita isolata e disinteressandosi a qualsiasi tipo di relazione. A far luce su un fenomeno così poco conosciuto che non coinvolge, come dicevo, solamente le giovani generazioni ma che cattura in una rete di apatia anche adulti in età lavorativa facendoli precipitare in un abisso di insensibilità e di abulimia, sono ormai una folta schiera di psicologi e psicoterapeuti i quali, riferiscono di avere pochi casi in cura  e frammentari elementi per un’approfondita analisi.

Purtroppo la tendenza delle famiglie a nascondere questa patologia e a relegarla nelle stanze al riparo da occhi estranei, considerandola un vulnus per l’immagine vincente e sempre al top che la persona deve avere e, sottovalutando il fenomeno, ha contribuito alla crescita esponenziale di questo pericoloso ed inquietante disagio e molte persone affette da tale malattia sono state lasciate senza supporto psicologico e senza cure adeguate.

Non è depressione, semmai questo viene dopo, ma è quel senso di inadeguatezza che l’arrivismo e le aspettative sociali rendono preponderante e sufficientemente giustificatorio, facendo precipitare la persona in uno stato di dolce e perenne anestesia.  

Anche se questo tipo di malattia è nuova, si può provare a tracciare un profilo di chi soffre. Sono per la maggioranza ragazzi maschi, adolescenti o giovani adulti, spesso figli unici, introversi, intelligenti e sensibili, critici e negativi nei confronti della società. I primi sintomi sono quelli di un isolamento graduale, che generalmente inizia con il rifiuto di frequentare la scuola, ma che via via si traduce in un allontanamento su tutti i fronti dalla società. Spesso, usano massicciamente il web e, a volte, sono violenti con i genitori.

“Sulle chat parlano di bitcoin, di cucina e di futuro senza avere realmente interesse a sviluppare competenze ed abilità

Per chi di loro passa la maggior parte del tempo al computer, i video giochi diventano la trasfigurazione di una realtà da abbattere e dalla quale difendersi in tutti i modi possibili scappando dalle responsabilità che la vita ti addossa e, avventurandosi in un futuro di solitudine, danno inizio ad una forma pericolosa e ineluttabile di regressione. Ormai è il momento di parlarne e di diffondere le stime di questo inquietante problema che, badate bene, non interessa più solamente le famiglie coinvolte ma dove allarmare la società nel suo globale se c’è attenzione a non lasciare nessuno indietro e fermo al palo della irrilevanza e dell’abbandono.

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