Ignorare mediaticamente gli autori dei cori offensivi negli stadi
novembre 25, 2018
Il Napoli riflette la città e i suoi contrasti, per vincere serve non farsi ammaliare dalla dolce vita partenopea
novembre 26, 2018

IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (undicesima puntata)

Buona lettura.

Undicesima puntata
——————————
Iole, fecero fuoco


Ci sono luoghi a Metrofavela nei quali  non passare, non fermarsi, non accettare un caffè da un conoscente che lo ha lasciato pagato al bar è un a missione impossibile.

Questi luoghi sono gli incroci di una città perpendicolare, le cui origini millenarie si possono leggere da nord a sud salendo dalle cavità più profonde fino ai tetti dei grattacieli dormitorio della Favela di Scampia o scendendo dai tetti dei grattacieli dormitorio fino alla cavità più inaccessibile che è sotto il Castello dell’Ovo, sull’isolotto di Megaride, che si formò staccandosi di pochi metri dalla terraferma dove il mare spiaggiò  il corpo della Sirena, morta suicida perché non riuscì a far innamorare di sé Ulisse.

Se avesse la forza per mettersi in macchina, porterebbe con sé sua madre, e si recherebbe, in sua compagnia, al Tempio della Pausa dal Dolore. Prima, però, si fermerebbe tra il piperno e il tufo, in uno di quei ristoranti che sono sull’isolotto per ordinare una zuppa di cozze e bere aglianico bianco, il vino dal colore paglierino, dall’odore  delicato e gradevole e dal sapore asciutto e fresco che va direttamente alla testa e scioglie la lingua.

Per ascoltarla fantasticare sulle origini di Metrofavela. Su quell’isolotto che un tempo era un’oasi fiorita di macchia mediterranea e aranceti e canneti in mezzo al mare.

Per sentirle dire: Partenope si lanciò da una rupe per annegare se stessa e il suo amore non ricambiato nell’acqua del mare. Povera stupida.

Lucio Licinio Lucullo, così, per intero avrebbe scandito il suo nome, la mamma.

Era un guerriero romano dell’impero, avrebbe spiegato.

Un epicureo, avrebbe continuato, che un secolo prima della nascita di Cristo acquistò l’isolotto di Megaride e vi costruii una residenza marittima con una ricca biblioteca e disegnò i prati e costruii  i gradini che dai giardini portavano nel profondo azzurro.

Lei, a Lucio Licinio Lucullo, lo immagina  con le sue bellissime schiave muoversi sinuosamente tra i ciliegi e i peschi, tra le vasche di murene e le uccelliere esotiche.

Lei sente la musica d’archi che accompagna gli ospiti, a bordo di barche a remi, nelle grotte di coralli e vede sua moglie  adagiata sul triclinio, vestita di stoffa tessuta d’oro mentre le schiave intonano canti d’armonia.

Lei canta. Sua madre. Il mare. Canta e declina altri versi. La cozza è a mezz’aria tra le dite e le labbra. Ed è un sussurro graffiante. Quasi a voler mettere uno spazio infinito tra l’incanto e il disincanto, tra l’immaginario e il suo vissuto. Canta, sua madre: mare mare, qui non viene mai nessuno a farmi compagnia,  imitando la voce della Bertè. Della solitudine. Della bellezza inafferrabile dell’amore.

Lei, sua madre, la guarderebbe dritta negli occhi, e con  lo sguardo, solo con quello, le svelerebbe che tutte queste cose le ha apprese dal racconto orale della sua famiglia d’origine. E avrebbe pronunciato la sua massima che ferma gli orologi: La conoscenze ha un infinità di percorsi,  l’importante è sapere ascoltare con tutte e due le orecchie, guardare con tutti e due gli occhi, odorare con tutte e due le narici, toccare con tutte e due le mani, camminare con tutti e due i piedi.

Lei e il Babbo, quando si sono conosciuti  non avevamo preso nemmeno il diploma di quinta elementare. Il Babbo è morto quasi laureato in medicina e lei, sua madre, pur rimanendo un’analfabeta per la Repubblica, sa una marea di storie e ha una conoscenza dei fatti della vita così vasta e così ricca di vocaboli ora semplici, ora no, che le permettono di esprimersi con la stessa chiarezza con chiunque.

Lei mangia le cozze e nello stesso istante figura Lucio Licino Lucullo e canta la Bertè

Ora, proprio adesso, se potesse fare una magia con uno schiocco delle dita, passerebbe da questa cucina all’isolotto di Megaride per sentirla cantare.

Ed invece si dice: Sono stanca e persa. E poi: domani ti porterò al Tempio della Pausa dal Dolore. E lo promette come se le stesse parlando. Ma non è così.  Lei sta pensando.

“ Andremo io e te da sole sulla collina della Favela di Posillipo, lì c’è aria buona da respirare. Ciò di cui abbiamo bisogno. “

La prima volta che ci è andata su quella collina, la trovò incantata.

Il Babbo la portò lì per guarirla dai colpi di sparo che l’intronavano nelle orecchie. Per far smettere quel tormento di quelle immagini del delitto di cui era stata testimone. Vedere ammazzare un uomo è orrendo.

Era l’anno della maturità e sicura di se stessa, Lucia stava preparando l’esame per diplomarsi in ragioneria, una professione che non avrebbe mai esercitato.

Si diplomò con un lusinghiero cinquantacinque. Cinque punti in meno del massimo dei voti. Uno dei voti più alti della classe. Con la rabbia in corpo, perché, lo spiego alla commissione d’esami, mentre sosteneva la prova di Diritto: la pena e il reato sono due variabili impazzite e il testimone è uno scalognato.

Con nonchalance, superò quella prova così come aveva fatto anno dopo anno studiando il minimo sindacale, guadagnando tempo per curiosare dovunque la portasse l’istinto, contravvenendo alle convezioni sociali, alle regole dell’educazione di facciata, facendosi come compagni di viaggio il disinibito/a, l’avventura, la lettura per non ignorare le storie altrui, per fermarsi in un luogo e approfondire il quotidiano fatto di passioni e depressioni, di ricchezza e povertà, di santi e assassini, di cosacchi e indiani e fedi religiose e rivoluzionare per le quali l’amore per una donna veniva dopo la spada, la pistola, gli ordigni.

Ah, le donne, questo complicato intrigo di maternità e di lussuria.

Nella letteratura dei maschi recitano se stesse con la malizia del corpo e con la forza dei pensieri. Sono schiave e regine e qualche volta guerriere. Sono le une delle altre consapevoli del loro potere di genere e, come le spiegò, un giorno di tanto tempo fa, la nonna: le donne all’uomo lo fanno comparire, gli danno senso.

Generatrici di vita e di morte. Lucia sa cosa gli uomini raccontano delle donne.

Ha letto e cancellato dalla memoria il nome degli autori.  

Lo ha fatto perché Vanna Albrizio, la sua professoressa di italiano delle medie, gli insegnò a farlo.

Le disse: “ Leggi, non ha importanza cosa e chi. Sarà la tua intelligenza a  scegliere quale lettura abbandonare e quale proseguire. A separare i buoni dai cattivi maestri. A mostrarti chi pensa al buco nell’universo e chi pensa al buco nel muro. Leggi senza biografia, senza sapere chi è l’autore. Conta la parola. E se un pensatore s’insinua nella tua mente, fa battere il tuo cuore, ti fa crescere la voglia di conoscenza, che importanza ha il suo nome, la sua età, la sua nazionalità? “.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *