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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (dodicesima puntata)

Buona lettura.

Dodicesima puntata
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Lo zio Franco, Iole, fecero fuoco


Lo zio Franco era un pezzo grosso del partito, in quel tempo in cui al governo della Repubblica c’era la Balena Bianca democristiana.

Quando lo zio seppe l’esito della mia maturità, chiamò al telefono per congratularsi con me per il risultato raggiunto. Sapevo dove volesse andare a parare. Così non fui affatto sorpresa quando lo sentì dire: a te ora ci penso io. Gli risposi d’impeto: grazie zio, ma non mi interessa, io la ragioniera non la farò mai.

Ne fece una malattia. Il giorno seguente venne a casa con la sua imponenza fisica e il suo feltro in testa, con la ferma intenzione di  programmarmi un futuro da bancaria nel Banco di Metrofavela.

Per un po’ vissi una situazione surreale: io avevo un sogno da realizzare e  zio Franco se ne fotteva. Proprio un fuori razza. Mai nessuno, prima di lui, nella famiglia di mia madre, aveva mandato al diavolo il primo comandamento: si studia, si lavora, si sogna. E il secondo: ognuno è unico e irripetibile e determina il corso della sua vita con le sue scelte. Ma anche il terzo: la casualità. L’essenza stessa della vita che viene da te, che fa destino gli incontri, che ti offre opportunità, che ti fa cadere, rialzare.

Per zio Franco i sogni erano fantasticherie. Ciò che contava, l’unica cosa, era la realtà del tengo famiglia. Ed era sincero quando diceva che lo faceva per il mio bene, quando mi ripeteva con ostinazione: “ Lucia il sogno non vale la sicurezza economica, l’ordinarietà di un lavoro impiegatizio, l’opportunità di far innamorare un collega di lavoro, con il quale mettere su casa e fare figli e invecchiare serenamente incassando ogni mese due sostanziose mesate “.

Cose che a me non interessavano affatto, anche perché tradiva il quarto comandamento: non fare i conti senza l’oste.

Ciò che volevo io era chiudere quel capitolo e mettere tutto in un cassetto e provare a dare aria, forza, esistenza alle mie passioni.

Non mollò facilmente lo zio. Poi, d’un tratto, smise. Dopo che la  mamma lo affrontò a muso duro, intimandogli di lasciarmi in pace.  Ricordando al fratello che lei e il Babbo mi avevano insegnato a non smettere mai di cercare la felicità nella toponomastica della vita.

Quel diploma è stato un indirizzo errato. Una residenza a contratto. Cinque anni che ho trascorso con leggerezza, senza assilli, in una classe abitata da una maggioranza che aveva sbagliato l’indirizzo come me. Sono stata proprio fortunata a vivere quel tempo da adolescente. Era tutto così nuovo, era proprio facile perdersi e ritrovarsi. E’ stato molto affascinante seguire quella corrente che scaricava la sua energia nella scuola di massa. Fu un’offerta. L’occasione per avventurarsi verso i luoghi paradisiaci del confronto con una moltitudine  di ragazzi e ragazze che provenivano da tutte le Favela della città con allegria, emozionati per essere lì e non altrove, ad istruirsi.

D’un tratto, adesso, so come fa il cuore. So cosa volesse dire Massimo in quella sua poesia così malinconica e delicata. So che sono stata fortunata ad essere figlia di Enzo e Iole. Come Massimo ad essere amico di Pino.

Sulla collina della Favela di Posillipo c’è pace. Lì sono guarita una volta, lì guarirò ancora dal dolore. No, non permetterò  alla depressione d’ingoiare nel suo vortice la mia volontà.

Ho detto no a Zio Franco. Ed è stato il primo di una lunga serie di no. Ancora ne dico molti di no. E che proprio non ce la faccio a sopportare il giro della convenienza, le frequentazioni utili,  quella smania di essere diversi da quello che si è, che si impadronisce come un demone di ogni pensiero. Che diventa ossessione. Che genera Invidia. Il più peccaminoso dei sette peccati capitali. L’invidia è il malanimo, è il desiderio dell’altrui prosperità, dell’altrui benessere, dell’altrui soddisfazione.

La collina della Favela di Posillipo è un farmaco curativo che allontana il vuoto esistenziale. Allora funzionò, funzionerà ancora.

Allora…, era il millenovecentosettantanove, erano le tre pomeriggio di un lunedì cotto dal sole. Ero affacciata alla finestra della vecchia casa nella Favela di Miano e stavo pensando ai miei amici che mi avevano definita, la sera prima, come l’acqua, perché, come l’acqua prendevo le forme più varie del vissuto.

Mi era piaciuto essere definita come l’acqua dai miei amici. Mi era  piaciuto proprio. Fu una bella sensazione scoprirsi accolta per quella che ero. Senza essere giudicata per i suoi eccessi, per quell’irrefrenabile voler assaggiare ogni pietanza emozionale senza lasciarsi mai trascinare sul fondo, lì dove poi non c’è altro da fare che scavare ancora e ancora e ancora fino a quando le forze non abbandonano del tutto le braccia.

Acqua la limpida. Acqua  la trasparenza. Acqua il ballo. Acqua  l’amore. Acqua l’alcol. Acqua la sigaretta. Acqua la marijuana. Acqua  la risata.

Acqua e la Favela mi girava intorno. La sera, la notte. Due dita in gola e  vomitai tutto quanto e tornai lucida quanto bastò per fare ritorno a casa con le mie gambe traballanti, il mio dolore a grappolo, il mio abisso.

Quanti indirizzi ho sbagliato in una manciata di anni. In quanti letti sono finita sbattuta felice prima di addormentarmi svuotata.

Quanti sono quelli che non si sono più risvegliati? Quanti come Pippo hanno scelto di morire e quanti come Rosanna hanno scelto la pazzia?

Sono sopravvissuta e non c’è un perché. Quasi tutti gli altri non si sono voluti fermare. Non erano Acqua, non hanno preso le forme più varie, non hanno lasciato che scorresse  per dissetarsi, l’hanno imbottigliata.

E’ stata una loro scelta.

Forse compiuta per stanchezza.

Il viaggio verso gli abissi esistenziali l’hanno fatto fino in fondo, giungendo alla meta annullati nel fisico, con l’ultimo orgasmo nelle vene o con il fegato ingiallito.

La mia generazione è stata condannata dal consumo. Io mi sono  salvata perché ho incontrato l’amore, perché sono arrivata puntuale all’indirizzo giusto ed ho messo  su casa.

A quell’indirizzo ho incontrato Dario, l’uomo libero da ogni pregiudizio che pensavo non potesse esistere.

Trent’anni, tanti sono trascorsi e con Dario sono ancora qui ad immaginare il futuro e a pensare alla vecchiaia come ad un dono.

E’ giunto il momento di chiudere il frigo, di far  sparire il vuoto illuminato. Di affrontare la realtà. Di cenare con la mamma. Fuori la libertà è in pericolo nelle giornate di sole come nelle giornate di freddo. Tira una brutta aria. La democrazia rischia di putrefarsi. E i miei figli hanno una missione da compiere. Devono cercare tutti gli altri che hanno la stessa missione. Se non sono con loro chi li difenderà dalla repressione? Chi farà scudo con il proprio corpo al  fanatismo religioso? Senza di me, senza Dario, senza la mamma l’oscurantismo li renderà facili obiettivi.

Ero sul balcone ad asciugarmi i capelli al sole d’agosto e pensavo ai miei amici che mi avevano definita acqua. Erano intorno alle tre del pomeriggio e Pierino aveva da poco smesso di lavorare ai motori nella sua officina e  la radio libera trasmetteva “ Tu come stai” di Baglioni. Quella canzone gli stava facendo compagnia mentre fumava una sigaretta appoggiata al muro dell’officina. Arrivarono in quattro su delle moto di grossa cilindrata, i due che stavano dietro scesero dalle moto con il motore acceso e pistole in pugno e fecero fuoco e Pierino sbarrò gli occhi prima che venisse colpito alla faccia.

Tanti colpi in un attimo e via, sulle moto, in fuga.

Uccisero Pierino per vendetta trasversale. Al posto del fratello ch’era sotto protezione del clan. Fu la prima volta che accadde. Con quel delitto si sancì che la guerra tra i clan per il dominio territoriale non avrebbe risparmiato più nessuno degli appartenenti alla famiglia rivale. Non importava che si fosse fuori dagli affari di famiglia, contava il cognome, l’apparentamento, l’affiliazione.

Il Babbo mi portò lassù, sulla collina della Favela di Posillipo.  E tenendomi per mano mi portò giù fino a Trentaremi passando per stradine, costoni e strapiombi.

Lì ho pianto.  

Lì porterò mia madre e insieme daremo addio alla splendida compagnia, all’Assenza.

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