A Napoli stanno a ‘peliare’ anche quando si vince
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SENZA BUSSOLA De Magistris e l’elogio della “follia” che preoccupa i napoletani

di Gennaro Prisco

A Roma, il primo dicembre 2018, il Teatro Italia era ‘gremito’ di gente, ad officiare, con l’acquasantiera il nuovo Fronte popolare, antirazzista, anti cinquestelle e anti leghista, anti democratico, anti Innominabile, anti tutto ciò che non fa parte del suo show politico, il subcomandante, sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

Alla cerimonia mancavano quelli di Potere al Popolo, i sindacati di base, la Cgil. Tutti gli altri, presenti: no tav, no tip tap, no inceneritori, no swing saltellante.

Secondo il subconamdante è  questo il “terzo spazio politico alternativo” da riempire.

Il refrain è sempre lo stesso: “Siamo qui per iniziare un altro viaggio. Dal basso l’alternativa è possibile. Guardiamo con paura il vento nero che spira e che soffia. Non ho mai sopportato l’idea di stare a guardare. Quando ho fatto irruzione nella campagna elettorale di Napoli la città era a terra, piena di monnezza, il napoletano camminava a testa bassa. Io ci ho creduto mettendoci corpo e anima mentre si diceva ‘tanto non cambia nulla’, ‘tanto sono tutti uguali’. Oggi a Napoli il potere forte è il popolo”.

Ed è così, non è cambiato niente, anzi siamo scivolati sempre di più nel degrado, e la città piena di turisti è un ottimo tappeto sotto il quale nascondere il caos tra un ‘cuoppo’ di mare e una pizza fritta.

Il subcomandante ha il suo spartito e con la comunicazione ci sa fare, chiude con il pugno alzato dopo aver ricordato ai presenti. “Non abbiamo soldi, non abbiamo giornali o lobbyes. Abbiamo: onestà, autonomia, coraggio, amore e follia”. Per concludere con un acuto di grande impatto lirico: “Noi non siamo in vendita”.

Ciò che preoccupa i napoletani non è l’autonomia, il coraggio, l’amore. Ciò che fa stare tutti con il fiato sospeso è la follia. E’ quella cosa che ti fa dire ai migranti: “Venite al porto di Napoli, vi accogliamo”, strumentalizzando ancora di più la disperazione di chi si mette in viaggio per approdare al primo porto e mettere piede sulla terra ferma. “Mi metto sulla prima barca, voglio vedere se sparano ad un  sindaco”. A parte il fatto che con Salvini ministro della Polizia e vice premier che conta più del premier Conte, l’ordine di sparare potrebbe arrivare per legittima difesa, chi le paga le barche nuove? Se lui stesso confessa che il comune di Napoli dispone di due gommoni malandati?

Immediata la risposta del twittatore fascista: “Non riesce a dare risposte ai napoletani e si preoccupa dei clandestini…”.

I cronisti si sono sbizzarriti a prendere nota delle presenze e delle assenze. Quella più rumorosa è stata quella di Raffaele Del Giudice, ex vicesindaco, ha lasciato il suo incarico ad Enrico Panini, ora assessore all’Ambiente. Mentre grande attenzione ha calamitato su di se,  Cristina Grancio, la grillina eletta con i i pentastellati nel consiglio comunale di Roma passata agli arancioni di De Magistris.

La Grancio si è presa la scena e non ha fatto mistero di quello che sta accadendo nella Capitale nel M5S: la Raggi affonda e i pentastellati fuggono. E anche il loro è un refrain da prima, seconda, terza Repubblica: “Qui sono quella che è passata con De Magistris ma c’è un gruppetto, il suo gruppetto, di un’altra decina di  consiglieri municipali che stanno facendo una grossa riflessione. Noi ci sentiamo traditi perché quello che ha sbagliato il M5S è non avere coinvolto la città e noi nelle scelte. Esattamente l’opposto di quanto accade a Napoli”.

Eh, no. A Napoli decide solo il subcomandante e i suoi. A Napoli non c’è alcuna opposizione. C’è quella nascente e impietosa leghista. Poi il vuoto. Al punto che il primo costituito Comitato civico per Napoli non se lo fila nessuno. Hanno redatto pure un manifesto. Un lungo scritto. Hanno firmato in 42. Si vedranno al sottopalco del teatro Bellini. L’incontro è pubblico.  Si terrà il 14 dicembre 2018.

Cosa dice questo manifesto per Napoli? Ovvietà. La prima sta nell’incipit: “abbiamo l’ambizione di lavorare per la città”. Come? “Interconnettendo le intelligenze, le visioni e le prospettive napoletane per far rinascere  un riformismo audace,  capace di offrire  riscatto evitando illusioni nostalgiche e scorciatoie demagogiche”.

Possiamo finirla qui, chi vorrà leggere il manifesto nella sua interezza se lo cerca e se lo trova e se gli va, lo firma pure.

Tutto fa brodo. Ma ciò che andrebbe detto è che la città di Napoli ha bisogno di un Amministratore di condominio, uno che si mette a lavorare per sistemare le cose, dalle quote condomini alla facciata dei palazzi. E su questo creare un movimento popolare, che potremmo chiamare: quelli che si sono rotti dei voli pindarici, quelli della concretezza.

Il problema è: le forze democratiche, laiche e progressiste per proporre il buon senso ci sono in città? Perché senza quello, il pensiero politico leghista, vengono prima quelli del Vasto, si affermerà come la risposta semplice semplice per finire dalla padella del subcomandante alla brace di un Cantalamessa.

Quasi tutti i firmatari del manifesto sono persone conosciute del campo democrat. Alcuni hanno avuto responsabilità politiche. Altri no, forse. Eppure non c’è una parola che lo ricordi. Dalla sconfitta del 4 marzo 2018 di certi  argomenti non si discute. Come se quella data non avesse sconfitto proprio quella visione eclettica della politica che si racchiude dentro a scritti che parlano a loro stessi per combinare insieme dottrine diverse senza alcun spirito unitario autentico, capace di infiammare l’anima della partecipazione democratica per il futuro della città, della Nazione, dell’Europa e pure dell’Euromediterraneo e degli oceani e dello spazio.

Nelle ultime elezioni comunali, quelle del secondo mandato a De Magistris, i renziani e gli orlandiani e i giovani turchi e quelli che pensavano di trarre vantaggio, impedirono alla città di godere di un’alternativa credibile.

Sarebbe giunto il tempo di affrontare questo argomento, viste anche le condanne che alcuni dei protagonisti hanno avuto per la raccolta delle firme false a sostegno della candita sindaca, oggi senatrice della Repubblica, Valeria Valente.

Anche perché ciò che sta succedendo  a livello nazionale è davvero molto preoccupante. I Cinque stelle, che avevano raggiunto, cavalcando l’onda del disprezzo popolare contro le caste e i governi tecnici e quelli politici di formazione renziana, il 32%  dei consensi, sono in caduta libera. La Lega e il suo satrapo vanno a gonfie vele. L’innominabile è mummificato. Renzi, sì il guascone di Firenze, ha deciso, inseguendo il suo ego spropositato di farsi un suo partito. E del subcomandante abbiamo già detto.

Tutto ciò,  in un insalata di rinforzo senza papaccelle, cioè il Pd. Che è perso nel suo rito delle primarie. Si voterà il 3 marzo 2019. Un anno meno un giorno della sconfitta storica del 4 marzo 2018. I candidati alla segreteria sono molti. E Renzi è lì e non è lì. E tutti i protagonisti sanno che la storia potrebbe concludersi con una nuova scissione. Che potrebbe essere definitiva e cappottare il nuovo inizio che propone il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, o ciò che propone Marco Minniti o ciò che ha in testa Maurizio Martina. Il segretario che ha preso le redini del partito dopo la sconfitta e l’ha tenuto a galla, non facendolo scivolare sotto il 18%. L’unico che, oltre a proporre la raccolta firme per abolire la legge infame sulla sicurezza voluta dal governo,  dice: “Non so immaginare una sfida come questa fuori da una dimensione plurale”.

Quelli che vivono social dicono che Maurizio Martina non tira. Ed in effetti non è un subcomandante, non è uno del partito dell’Honestà, non è un fascista, non è Innominabile, non è renziano. E’ un leader gentile, strutturato e piace alle donne. E se piace a loro, significa che forse, nell’attuale gioco politico, c’è un segretario politico da scegliere.

Vedremo cosa accadrà. Intanto godiamoci questo strazio.

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