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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (tredicesima puntata)

Buona lettura.

Tredicesima puntata
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Nonno Aristide, il Malommo, l’11 settembre e il viaggio a New York

Nonno Aristide è il patriarca vestito di lino bianco e pizzo del fazzolettino blu fuori dal taschino della giacca. E’ sul marciapiede stretto sotto casa, seduto su una malmessa sedia di legno e paglia. E’ vecchio. Ci ride su. Cos’altro può fare un vecchio?

Lucia è su quel marciapiede stretto, seduta accanto a lui su uno sgabello e silenziosa attende che il nonno le parli.

Nonno Aristide gode della sua compagnia. Quella nipote le assomiglia. Ha la sua stessa fantasia distorsiva della realtà. Gli piace quella vicinanza, accarezzarle il capo. Condividere con lei il marciapiede stretto.

-Ti ho mai parlato del mio amico ‘O Malommo? –

-No, mai. Chi è? –

-E’ uno che sa fare girare le cose della città per il verso giusto, a suon di paccheri –

-E’ un guappo? –

-Si, è un’autorità. Un uomo tutto di un pezzo. Un malavitoso a cui piace essere equo anche quando emana sentenze di morte. –

-E’ un tuo amico, nonno? –

Sorride nonno Aristide, un sorriso di terra, che dice: non è vero niente, non c’è niente di vero su questo marciapiede stretto. C’è un pieno di tempo, null’altro.

-Si, cara, un amico. Uno a cui fare una confidenza. Un amico particolare, che si esprime a gesti: alza le ciglia, fa una smorfia con la bocca, un movimento delle mani,  batte un piede, gira le spalle. Solo raramente parla. E’ di poche parole. E quando lo fa, non ci possono essere equivoci se non si aspira a finire sotto una paccherata formato quattro schiaffi dritti e di rovescio. O’ Malommo s’accompagna raramente a qualcuno. Gli piace starsene da solo. Ha  tante donne e figli sparsi. Ma non si è mai voluto sposare. Solo deve stare. Solo con il suo destino. Questo l’uomo. Un guappo. Un’eredità paterna. Una professione tagliata a misura sul suo corpo grosso e possente che s’appoggia su un bastone di legno nero accarezzando ogni tanto, con la mano destra su cui si sostiene,  la testa d’oro bianco di un cane dalla faccia finta mansueta che adorna il bastone. E va, senza alcuna fretta sui marciapiedi accidentati spostando con la punta del bastone gli ostacoli. Quante volte l’ho seguito. Ho visto con i miei occhi l’ossequio, chiunque lo incrociava nel suo camminare lentissimo lo salutava con riverenza e rispetto. E non posso nascondertelo: quel suo modo di rispondere con un impercettibile movimento del capo a quei saluti mi è sempre piaciuto assai ed ho cercato d’imitarlo. Gliel’ho anche detto, un giorno. E lui per una frazione di secondo ha riso. Si, siamo amici. A debita distanza, ma da me si è lasciato avvicinare ed io ho goduto dei suoi consigli. Chissà come sta, e da un po’ che non lo vedo. –

-Può darsi ch’è morto? –

-E’ vivo, se fosse morto l’avrei saputo, tutti a Metrofavela l’avrebbero saputo. O’ Malommo è un’autorità, vale più del sindaco e del prefetto. Ed è giovane. Un giovane vecchio. O se preferisci, cara, un vecchio giovane. Sono io che quasi non mi muovo più da questo marciapiede che si restringe sempre di più ogni giorno che passa su questa terra -.

-E allora? Cos’ha fatto di tanto importante quest’uomo, nonno, da meritare la tua ammirazione?-

Pieno di vita, vuoto d’aria. Bocca chiusa. Testa reclinata in direzione del nulla. Profilo contadino calvo color nocciola. Lucia lo guarda. Ha capito. Guarda il nonno è non chiede aiuto. Guarda e sta zitta. Fino all’imbrunire, fino a quando la mamma non la raggiunge e la porta via mentre tutt’intorno si anima un tumulto di dolore.

Nonno Aristide è morto nel ’73, quel giorno dell’undici settembre sul marciapiede stretto senza riuscire a dirle cosa avesse fatto di tanto importante O’ Malommo per essere la sua amica autorità, il suo ideale politico.

E’ andato pure lui,  venti anni dopo, nel ’93, lo stesso giorno, nel mese di settembre.

Così, quando ‘O Malommo morì, Lucia andò ai suoi funerali e vide i cavalli neri con il picchio sulla testa trainare una carrozza funebre di rara cupezza. Dentro la carrozza il feretro, fuori il corteo disperato delle donne e i pianti maschi della paura.

Madri e figli. Mogli e mariti. Fratelli e sorelle. Parenti e compari. Una comunione dei beni fattasi carne. E poi il popolo in ali. E Lei, insieme ai curiosi. Tutti assieme dentro la scena di un  incesto sociale che va in chiesa e il prete non si può rifiutare di benedire la salma di un battezzato davanti alla Madonna delle Grazie, sotto il crocifisso. Fumo e odore d’incenso.

Vide i  cavalli e il corteo giungere al camposanto. La bara portata a spalla, il clan a seguirla e entrare nel cimitero. I cancelli chiudersi dinanzi a sé. Restò fuori, in attesa, come tutti gli altri. Al termine della cerimonia privata della sepoltura si sarebbe proceduto a leggere le volontà testamentarie del  Malommo. E dinanzi alla sua tomba di terra ricoperta dal marmo bianchissimo di Carrara, il clan avrebbe giurato fedeltà e asservimento al nuovo Capo, a Ciccio, il suo primo figlio, cresciuto senza amore materno, nella casa del padre. Ciccio è grande e grosso come lui ed è senza alcuna misericordia. L’uomo giusto al posto giusto in quel tempo di faide e di pentiti.

Lucia attese fuori ai cancelli del cimitero mischiata alla folla che la cerimonia finisse. Che Ciccio uscisse per ultimo circondato da guardaspalle armati che lo avrebbero scortato fino alla Mercedes nera blindata accompagnato da  una standing ovation. Un finale pop. Contemporaneo. Poi tutti a casa. Lo spazio si svuotò in un lampo. Lucia restò sola, sotto il sole cocente senza che si sentisse un fruscio. Immobile. Con la morte ‘O Malommo aveva chiuso il ciclo. Messo un punto a venti anni di pedinamento di quell’amico di nonno Aristide senza che lei avesse trovato la risposta a quella domanda che resterà sospesa per sempre: cosa ha fatto di così importante quest’uomo?

L’uomo che risolveva i problemi a suon di paccheri, da quello che aveva capito dalla sue indagini, dalla lettura dei capi d’accusa, dalle condanne e dalle assoluzioni pronunciate a termine dei  processi, dalle cronache riportate dai giornali era esistito unicamente nella mente del nonno.

O’ Malommo era un uomo senza scrupoli, senza morale, senza qualità. Un violento, punto.

Forse è morto per questo. Pensiero con una sua logica. Anche se è davvero assurdo pensare che Nonno Aristide fosse morto per il banale fatto di non dover confessare a Lucia la vera natura di un amico che da immaginario, lui stesso, cominciandone a parlare, l’aveva reso reale, conoscibile.

Squilla il cellulare.

Quella musica l’infastidisce.

Insiste. E’ tentata dal non rispondere.

Lucia sta lavorando, è concentrata sulla storia.

Se l’avesse spento. O se almeno avesse messo la vibrazione al cellulare.

E’ Sonia, è la sua amica.

E’ una che chiama poco. Non può non rispondere. Allontana le mani dalla tastiera. Guarda sullo schermo la pagina word.

-Pronto. –

-Sono  Sonia. –

-Lo so, l’ho visto sul display che sei tu. Ma che hai? Hai una voce … –

-Non sai niente? Come al solito fuori dal mondo. Accendi la tv. –

Lo  fece e il racconto ebbe un infarto. Si alzò dalla sedia e si avvicinò allo schermo piatto, posto come un quadro di fronte a lei sul muro. Le sequenze dell’attacco terroristico la ipnotizzarono: aerei dal cielo si schiantavano sui piani alti dei grattacieli. Immagini di corpi fantocci che  penzolavano dalle finestre costruite ad un passo dal cielo in fiamme cedere al vuoto. Le Torri Gemelle giù come savoiardi sbriciolati. Polvere bianca impadronita dello spazio, del tempo, dello schermo, della stanza.

Soffoca.

Allah è grande, Dio è grande.

Rimbomba nella testa il grido di battaglia.

Voce fuori campo. E’ un attacco all’Occidente.

Sonia lo dice. Diretto, frontale, senza via di scampo. I terroristi islamici hanno portato la guerra santa sul suolo americano. Un fatto mai accaduto prima.

-Hai visto? Hanno colpito anche il Pentagono. Il Presidente è al sicuro, lo dicono i media americani. Riportano anche le sue prime dichiarazioni. Dice che è una lotta tra il Bene e il Male. Lucia dì qualcosa, ho tanta paura. In nome del Bene, noi lo sappiamo, l’America, non avrà pace fino a quando non avrà punito il colpevole, il Male. Ma cos’è il Bene? Cos’è il Male? Cazzo! Cosa accadrà adesso? –

Cosa accadrà? Bush junior non è uno che ha la visione pacifica del mondo. Agirà di pancia, da Comandante in capo. Questo pensa Lucia.

Qui c’entra Dio. Quello di Bush e quello di Bin Laden. Il non Dio della guerra. Il non Dio che fa dell’Islam una religione oppressiva. Che fa dei Cristiani un gregge di perseguitati e di soccorritori. Certo anche i cristiani sono usciti spesso fuori dal testo ed hanno fatto grandi nefandezze. E poi, non è il loro non Dio che fa delle armi cristiane l’armeria del mondo? E pure i buddisti non scherzano con le loro ascetiche ricerche della verità. In Bhutan il loro non Dio ha ordinato ai cristiani di abbandonare la loro religione o di lasciare il Paese.

Dio non è Dio, Dio è pace. Dio non rastrella, non arresta, non interroga, non tortura, non obbliga a sottoscrivere il divieto a riunirsi in preghiera..

La furia americana non risparmierà nessuno. L’America è sempre pronta a scatenare l’offensiva, a colpire una o cento o tutte le Nazioni pur di sradicare il terrorismo. E poco importa se a finire sotto i colpi della vendetta saranno i nostri confini. Cosa ne sarà, ora, dei milioni di musulmani americani? E dei milioni di europei? Ora, che alla televisione dicono che siamo tutti americani? Agiremo nei loro confronti con il nostro non Dio e senza equilibrio baratteremo la libertà che abbiamo imparato a difendere riconoscendo la libertà dell’altro senza farci troppi scrupoli dei morti civili, delle distruzioni delle città, delle civiltà?

Ma possiamo asciugare il sangue che abbiamo buttato per secoli e secoli e secoli per giungere fino a noi, qui, ora, a vivere le nostre esistenze di uomini e donne utilizzando la democrazia come il sistema di relazione perfetto per poterci esprimere individualmente per quello che siamo e non per quello che ci hanno ordinato di essere.

Non possiamo noi essere ricordati come coloro i quali hanno messo in crisi il concetto di equità.

No, non possiamo mettere nello stesso piatto la repressione e la libertà d’espressione. Quest’ultima è carezza sociale, umanità, inclusione.

Si, è vero, le immagini sono in onda ma noi non possiamo tradire. Non possiamo farlo nemmeno adesso che hanno ridotto in cenere l’innocenza.

La perderemmo anche noi esalatati dalla vendetta. in nome del nostro non Dio,  cacceremo tutti diversi dalla terra americana, dall’occidente, negando la libertà di tutti.

-Ho una sgradevole sensazione. Ce l’hai anche tu Lucia? Dì qualcosa. Dillo che stai pensando di non partire più per gli Stati Uniti. Che rimanderai la partenza. Che sotto queste macerie potrebbe esserci finito pure il tuo sogno, che nulla sarà più come prima. Che quella fantasia in cui ognuno ha nelle sue mani il proprio destino sta svanendo nella nebbia di polvere che sta coprendo la World Trade Center e i civili morti per caso. Quanti sono? Migliaia. Sono civili americani, sono di tutte le razze. Sono morti per gli effetti collaterali di una volontà terroristica che è ossessionata dagli infedeli. Dio mio, Lucia, un altro aero si è abbattuto al suolo. Violare così l’America. Che fine ha fatto la sua Intelligenza segreta che tutto sa perché tutto spia? –

Immagini drammatiche. Aria, aria.

Quanto siamo in pericolo? Sotto quelle macerie quante e quali preziosi sono stati sepolti? Chi è Obama Bin Laden? Cos’è questo odio così radicale? Quante colpe ha l’America guardiana del faro di una libertà che fuori dai suoi confine è significato spesso guerra, sfruttamento delle ricchezze dei popoli, sostegno a dittature spietate? Quanto l’America bianca, razzista, agricola e mandriana ha nutrito questo odio così radicale? Quanto è sfuggito ai media? Quanto sono distanti le metropoli darwiniane da ciò che non è stato percepito? Cosa diranno i tuttologi, le menti rodate dai cache su ciò che sta accadendo  nell’America profonda?

Quante domande Lucia. Brucia New York. Anche lì dal sottobosco metropolitano si metterà in movimento, dietro al pifferaio magico, come un solo uomo il popolo profondo e fino al Palazzo.

Da noi è accaduto a maggio, nel 2001, dieci anni fa. Non riuscivi a capacitarti. E quando il risultato elettorale è stato conclamato e il Genio maligno si è presentato dinanzi alle telecamere e ai taccuini e tu hai spento la televisione e sei andata a letto, e prima d’ addormentarti, ti sei stretta al fianco di Dario.

Quella notte hai tormentato il cuscino pensando a come è semplice manipolare il popolo delle campagne, delle periferie, dei privilegi, dell’arroganza, del piatto di lenticchie, dell’appropriazione indebita, della falsa testimonianza quanto si è Genio maligno e si  sa approfittare del momento di debolezza del popolo.

Qual è questa debolezza? La regressione: viviamo in un tempo  in cui i figli hanno smesso di studiare. In cui i figli non lavorano. In questo tempo, a Metrofavela, i figli fanno branco e si affidano ‘a chiù buon. A quello che sa farsi rispettare. Al più fesso di tutti che si è messo al servizio del Genio maligno comparso sulla scena all’improvviso per prendersela tutta, la scena. E difendere, con lo strumento democratico del consenso i propri interessi economici, il proprio potere mediatico,  la propria vecchiaia viziosa, la propria ricchezza sproporzionata, la propria dynasty.

Così accadrà anche in America quando passerà l’emozione per questa strage. Quando vorrà di nuovo la sua grandezza, la sua invulnerabilità. Anche al di la dell’Atlantico s’imporrà il Genio maligno e indicherà il nemico da sconfiggere per poter fare quel che cazzo si vuole in casa propria, nella propria città, nel proprio Paese e nei Paesi altrui.

E’ stata una campagna elettorale impressionante quella del 2001.

A Metrofavela, è chiù buon facevano i galoppini elettorali disponendo cellulari e  soldi con la pala.

Fino a cinquanta euro per un voto.  E per gli altri acqua ‘a pippa.

Sonia è  sempre in linea a chiedersi: cosa accadrà adesso? La decisione di Lucia di staccare la telefonata con uno ciao definito, dopo avergli quasi urlato: “ tranquilla,  depositata la polvere, gli americani costruiranno una grande lapide sulle identità umane e urbane perdute e scateneranno una caccia al Diavolo islamico dentro e fuori i propri confini, proprio come hai detto tu. Ma lo faranno senza rinunciare ad essere la terra delle Star, dei Pompieri che stanno sfidando le fiamme, i crolli e il panico per soccorrere chi è in pericolo. Vedrai, sarà così “.

Un gesto automatico e il cellulare finisce spento sul divano. Un lancio liberatorio.

Occhi incollati alla televisione. Ed una decisione: andrò in America, andrò a New York. Giuro che ci andrò a bordo di un transatlantico, e non sarò una emigrante. Giuro che il mio transatlantico non sarà la nave dei Lazzari e il viaggio non durerà un mese. Il mio transatlantico sarà il Queen Mary. Raggiungerò Souttampton e mi imbarcherò per la Grande Mela seguendo le rotte del Titanic. Un viaggio di otto giorni solcando l’oceano prendendo il sole in piscina, sul ponte. Un viaggio comodo. Non come quello che fece Plinio, il fratello di nonno Aristide, sul finire dell’ottocento su un transatlantico veliero di una flotta obsoleta per andare in America a cercare fortuna portando con sé, in una valigia di cartone e in un fagotto, il proprio mondo degli addii: un biglietto di presentazione per un parente o un compaesano, il cibo, qualche soldo, l’acqua, uno strumento musicale, un ricordo della propria famiglia, della propria terra. Un viaggio, quello di Plinio, fatto con i polmoni a respirare la malaria e con gli intestini in fermento. Giunto all’attracco senza più il sogno del paradiso. Con la cacarella addosso di essere respinto. Non è più tornato. E’ morto lì. Da Irpino americano a cui è andata bene. Anche se nelle sue lettere dell’inizio si può leggere lo strazio del dover subire quell’umiliazione: trattato come uno schiavo, offerto come ad una fiera del bestiame come braccia, come strumento da lavoro.

Sbarcherò a Manhattan vestita di rosso, del primo colore che vedono i bambini, il primo a cui l’uomo ha dato un nome. Sarò il colore del cuore e dell’amore e camminerò fiera per le strade di New York e lascerò che il mio ottimismo conquisti ogni sorriso, ogni sfumatura di passione per lasciare al rosso della guerra la sua tonalità piatta, quella che i bambini non vedono.

Sbarcherò vestita di rosso, e per ogni giorno di permanenza a New York vestirò con un colore diverso. Farò così, partirò con il baule pieno.

Vestirò di blu la prima sera. Mi spoglierò del rosso, mi rinfrescherò con una doccia e andrò per strada a riflettere, a contemplare.

Il blu è il mio colore preferito. Quanto è elettrico è una botta d’energia. Esprime la gioia di vivere, l’ immortalità e il mistero  della mia città che è pelle sulla mia pelle.

Il blu attrae sempre verso di me un buon compagno di giornata. Accadrà anche a New York. Incontrerò la mia compagnia e sarà casuale, e il suo aspetto rosso o nero o bianco o giallo si mostrerà sorridente e mi prenderà per mano e  accompagnerà, al tramonto, al ponte di Brooklyn.

Mi vestirò di  verde il secondo giorno. E così vestita visiterò  Central Park senza scosse e imprevisti, e, anche se non sarà l’8 dicembre,  spargerò i petali dei fiori che avrò tra le mani, come Yoko Ono fece con le ceneri  di John Lennon.

Lo farò da dove si trova lo Strawberry Field Memorial. Lo farò per un’antica promessa fatta a mio zio Ennio, che era orgogliosissimo del fatto, che quel Memoriale fosse una creazione napoletana. Concepita dall’architetto Bruce Kelly, finanziata da Yoko Ono, costruita   dagli artigiani del vesuviano, donata a New York dal comune di Metrofavela. Quando lo raccontava non ci credevo, poi indagando ho capito che non era una sua visione, ch’era tutto vero: lo Strawberry Field Memorial è la riproduzione di un mosaico pompeiano conservato nella stanza 58 del Museo Archeologico della città.

Il ricordo di zio Ennio, del fratello di mamma morto non ancora quarant’enne divorato dal cancro, che amava la musica dei Beatles, che vedeva in quei quattro ragazzi che attraversano le strisce pedonali, il bianco nero dell’asfalto, per giungere dall’altra parte della strada insieme ai suoi coetanei, la commuove.

Ha capito con il tempo il senso di quell’attrazione. Lo zio rappresentava il tratto minimale, lo scatto fotografico di una generazione giovane, ancora ferita dalla guerra che s’impone, ognuna con un suo stile, con un suo proprio domani fuori dalla cultura di massa del fascismo e dal clericalismo. Una generazione di capelloni e di Beatles.

Lui era generazione Beatles. Non un contestatore arrabbiato, uno scandaloso. No, lui era un operaio, aveva una moglie e l’automobile sotto casa. Lui era un Beatles, musica leggera. L’ingenuità. Ascoltando i Beatles, pur non comprendendo i testi, si lasciava andare all’amore, si sentiva felice, libero pur essendo un giovane padre. Per lui era come una magia e tendeva al loro look, perché si riconosceva in quelle giacche, in quei cappotti, in quelle cravatte sottili, in quei pantaloni appena attillati, in quegli stivaletti neri di pelle e in quel taglio pop, a caschetto con la frangetta molto rassicurante, che il suo barbiere imitava alla grande. In quei quarantacinque giri e in quegli Album.  Immerso nel suo tempo non più allusivo. Un tempo rock, già postindustriale, polifonico, immaginifico. Che noi bambini respiravamo in quella casa con la radio e il giradischi che non smettevano mai di trasmettere musica. Su quel giradischi, ogni tanto bisognava cambiare la punta al braccetto tanti erano i dischi che si davano il cambio in base agli abitanti della casa. Perché ognuno aveva il suo disco, la sua canzone da ascoltare e riascoltare una, cento, mille volte. E noi, mentre giocavamo ascoltavamo l’allegria o le malinconia. Assistevamo a balli sensuali e scatenati. Sopportando, a volte, il silenzio totale con cui bisognava ascoltare alcuni brani. Si, la musica aiuta anche gli alienati. Si può stare in compagnia e pur da soli. Ma chi era John Lennon, chi erano i Beatles quando tornavamo nella nostra Favela di Miano finita la pausa scolastica? Perfetti sconosciuti. Alla Favela si cantava Mario Merola, Giulietta Sacco, Aurelio Fierro, Mauro Caputo, Sergio Bruni, Angela Luce, Nino Fiore. Alla Favela si era in pieno dopoguerra  e si campava con le sigarette di contrabbando, raccogliendo cartoni e ferro, andando a rubare cantando Mario Trevi e Pino Mauro. Ma io andrò a Central Park, e per tutto il tempo le Case Minime semplicemente non esisteranno più.

John Lennon è stato fatto fuori con un colpo alla nuca sparato a distanza ravvicinata. A zio Ennio e a noi tutti la notizia arrivò dalla radio, come tutte le altre. Non ebbe un eco eccessivo, qui da noi. Metrofavela, quindici giorni prima, il 23 novembre, alle ore 19.32, fu colpita da un terribile terremoto. La terrà tremò per un lungo minuto e mezzo e la città fu sommersa dalle macerie materiali e umane. Nella Favela di Poggioreale era venuto giù un palazzone di case popolari e i morti furono cinquantadue. Eravamo in casa, nell’ampio salone dove c’erano divani e poltrone. Tremò e sussultò la casa del Re di Poggioreale. Nonna ordinò di ripararsi sotto le possenti mura portanti della casa. Sotto quelle mura ci stringemmo gli uni agli altri e quando la scossa passò, scendemmo in strada e tutti gli abitanti della Favela erano lì, tremanti di paura.

La polvere del palazzone venuto giù era spessa come la nebbia e ognuno cercava qualcun altro chiamandolo per nome.

Poi la polvere si depositò a terra. E le sirene dei pompieri e delle autombulanze e della polizia squarciarono l’aria. E scavarono i parenti e gli amici e i semplici cittadini. A mani nude. Al buio. Alla poca luce dei generatori elettrici.

Quella notte passò tra silenzi e pianti. Quella notte fu una terribile notte.

La mattina successiva, nonna decise di rientrare in casa. Tutta la famiglia che era lì, la segui.

Seduti, in piedi, pronti a darsela a gamba, quelle crepe che si erano aperte sulle pareti nascondevano cattivi presagi.

Qualcuno accese la televisione e vedemmo immagini drammatiche di paesi rasi al suolo e cominciammo ad ascoltare quei numeri a mille a mille che identificavano morte e distruzione. E a nessuno passò per la mente di spegnerla. Voci in bianco e nero. E dopo due giorni passati a cercare i vivi spostando le macerie con la paletta e il secchiello, lo Stato si fece vedere e l’immagine fisica del Presidente partigiano che fumava la pipa si manifestò sulla catastrofe e i sopravvissuti lo accolsero come uno di loro e si misero a piangere: è questo lo Stato unitario, Presidente? Dove sono i soccorsi? Dov’è l’Italia?

Il Presidente partigiano che fumava la pipa non trattenne le lacrime e chi gli era vicino lo vide prendere fuoco di rabbia mentre i sopravvissuti gli chiedevano aiuto, soccorso: c’erano i vivi sotto le macerie.

Tornò a Roma e e parlò alla Nazione a reti unificate e non ebbe riguardi per nessuno.

Non volevano che andassi in Campania e in Basilicata, disse. Ma non ho ubbidito. Le notizia che giungevano erano terribili, interi paesi cancellati, la città di Napoli colpita a morte. In Basilicata e in Campania il ventitre novembre c’è stato

Ascoltammo il Presidente Pertini dichiarare tutta la sua rabbia per il ritardo nei soccorsi in assoluto silenzio e piangemmo, cercando gli uni nel contatto con gli altri, la forza per resistere allo sconforto e per darsi da fare.

Fuori, per  le strade di Metrofavela, le automobili sono state trasformate in case.

Allora, nonna ordinò: dobbiamo uscire, portare soccorso e conforto, andare dove c’è bisogno di braccia.

Lucia partì per Torella dei Lombardi. Lei sarebbe voluta andare ad Altavilla Irpina, nel paese natio del nonno. Ma chi coordinava i volontari la mandarono li, in compagnia di altri ragazzi e ragazze che avevano raggiunto le sezione della federazione giovanile comunista di Metrofavela.

Il Presidente partigiano che fumava la pipa sparì dal video. Piano piano tutti si mossero e la televisione fu lasciata sola e accesa. C’era chi andava e chi veniva dall’ampio salone. Ed ogni tanto qualcuno entrava in casa e portava notizia. C’era da stare svegli.  I vigili del fuoco sarebbero potuti venire anche di notte a fare le verifica sulla stabilità della casa, del palazzo e della nostra psiche.

Passarono giorni freddi e le verifiche statiche non furono buone: la casa del Re di Poggioreale andava demolita. Ma niente di così urgente, avrebbe resistito alle scosse di assestamento e i vigili del fuoco consegnarono nelle mani della nonna un’abitabilità provvisoria.

Fu una notizia shock. Per tutti, tranne che per la nonna. Per lei la casa era sicura, se ne sarebbe andata solo quando lo Stato le avrebbe consegnato le chiavi di una casa nuova. E non ci fu modo di farle cambiare idea. Lasciò quella casa nove anni dopo. Si sedette su una sedia di legno sul marciapiede difronte e assistette al trasloco.

L’avrebbero abbattuta dopo qualche giorno mentre lei diceva sconsolata: Fanno speculazione sulle tragedie.

In questo clima, quando dalla radio lo speaker annunciò l’assassinio di John Lennon, l’otto dicembre, il giorno dell’Immacolata e dell’Annunciazione, la notizia passò anonima in mezza a noi.

Io guardai zio Ennio e le sue lacrime rigargli il volto. Stai male? Gli chiesi. E lui fece con la testa di si.

A sua moglie non piacevano i Beatles. E quando vide le lacrime, pensò che venissero giù per gli avvenimenti che li stavano coinvolgendo. Aveva visto alla televisione le scene di quelle ragazzine estasiate e in preda alle isterie gridare, piangere, strapparsi i capelli per quei quattro musicisti inglesi e questo proprio non le piaceva. Lei veniva dal paese, la sua musica era nei rintocchi delle campane, nei passi leggeri, nella monotonia dei gesti, nell’accettazione di quella narrazione di madre tutta famiglia, casa e chiesa innamorata di un napoletano irrequieto fumatore di Marlboro a cui piacevano i Beatles e le corse dei cavalli e che faceva fatica ad essere padre. Ciò di cui era certa era del suo amore. Zio l’amava. Amava la sua incredibile bellezza mediterranea. Immagino che glielo ripeteva ogni qual volta lei si spogliava solo per lui perché lei era solo suo. Quel colpo di pistola trafisse anche lui.

Successivamente ne parlammo.

Parlare con lui è sempre stato molto faticoso.

Adesso penso che era troppo concentrato a fare ciò che le convenzioni sociali dell’epoca prevedevano per lasciarsi andare al dialogo, alle confidenze.

Se ne stava per i fatti tuoi per non cadere in qualche tentazione pericolosa di fuga.

Così gli feci una promessa: ci andrò io per te a portare fiori sulla tomba di John.

Ed ora eccomi qua di verde vestita, ad immaginare il viaggio.

Eccomi qua, dinanzi al palazzo Dakota. A raccontarti cos’erano i Beatles ascoltando la canzone degli Stadio. Lucida mentre Paul  Goresh ha tra le mani la foto che ha scattato mentre Lennon autografa il suo album al suo assassino.

Goresh e lì casualmente.

Chapman, si chiama Chapman, l’omicida si chiama Chapman.

Una botta di culo esagerata.

Goresh ha testimoniato che l’assassino con l’album autografato dalla sua vittima aveva progettato l’omicidio.

Chapman stette sotto la residenza di Lennon per quattro ore. Fino al rientro di John e di sua moglie Yoko Ono leggendo e rileggendo Il Giovane Holden. Quel libro di Salinger che mi sono sempre rifiutata di aprire. Perché quando ne ho sentito parlare per la prima volta non fu  bello.

Fu in terza superiore. La professoressa d’italiano apostrofò così un mio compagno di banco: Sei come il Giovane Holden.

E il mio compagno di banco ch’era uno poco incline alla superficialità le rispose: chi cazzo è questo giovane Holden? E’ buono o e cattivo?

E la professoressa, senza accorgersene di rasentare il ridicolo, rispose: uno che ha paura di crescere, un vigliacco ragazzino di sedici anni, alto e magro come te. Fumatore di sigarette e di canne. Ubriaco. Poco studioso e che le prende da tutti.

E il mio compagno di banco che non le mandava a dire, le rispose: vai a fare in culo prof. Vai a fare in culo tu e il giovane Holden e la cacciò fuori dall’aula nello sbigottimento generale.

La prof s’impaurì così tanto che scappo via lasciando la borsa e il registro sulla cattedra.

E mentre noi ci schieravamo con il nostro compagno di scuola tornò la prof con il preside e fu il caos.

Risultato? Tutta la classe sospesa per un giorno e il mio compagno di banco per una settimana.

Verdetto che contestammo decidendo di non entrare più in classe fino al fine pena del nostro amico, che certo c’era andato giù pesante, ma con quale autorità la prof lo paragonò al giovane Holden?

A Central Park. Vestita di verde da capo a piedi a pensare al mio compagno di banco,  irriverente amico che si ubriacava perché non sapeva dire ti amo all’amata.

A me che ero al suo fianco.

Il mio compagno di banco sapeva che non potevo dargli il mio cuore. Ma mi offrì a lui  in amicizia, che è la forma più alta del darsi.

Le occasioni non mancavano, con lui, in quel tempo, passavo quasi tutti i pomeriggi del sabato a casa sua, prima d’uscire la sera.

Così, un pomeriggio decisi di agire. Fumai con lui della buona erba e bevvi alcune delle sue Ceres.

Il mio compagno di banco beveva solo Ceres. E mentre la madre preparava la cena per tutta la famiglia, lo baciai sul collo, gli succhiai l’orecchio, lo abbracciai, lo strinsi a me e non lo trovai sgradevole quel corpo tremante, e incoraggiai le sue mani ad accarezzare la mia schiena, e le sue mani erano calde. Amami, gliel’ho ordinai. Non potevo più sopportare il pensiero che andava a  cercare intorno alla stazione una puttana per amica o uno sconosciuto gay che gli faceva un pompino nel cesso.

Ho un fremito dentro di me di verde vestita a New York mentre giro le spalle a zio Ennio, a John Lennon, a Central Park e all’ansimare del mio compagno di banco.

Non starò a New York a lungo. Starò lì sei giorni. Lontano dai guai, da Metrofavela, non si può stare. Non ci posso stare io che non conosco una parola d’inglese e che ho un marito e tre figli.

Ah l’oceano, essenza di questo viaggio immaginato. Passeremo insieme otto giorni e sette notti.  E così al ritorno.

Il  terzo giorno di permanenza a New York mi vestirò di giallo e sarò sole, oro, allegria.

Quando mi vesto di giallo sono pronta a prendere a cazzotti la vita. M’illumino, vengo presa dalla follia. Rinuncio ad ogni articolo che può introdurre un fatto che richiede una riflessione. Vestita di giallo dico basta al bon ton. C’è una metropoli in fermento lì fuori. Ed io devo fare un’esperienza, prendere il metrò diretto a Brooklyn. Tuffarmi nel racconto Anonimo di Graiglist che qualcuno ha scritto  e abbandonato prima di sparire senza morire.

Lui salirà

indosserà

l’Anonimo di Graiglist

Lucia  ha tra le mani il telecomando, spegne la tv. Si  butta sul divano, si copre la testa con un cuscino. Distaccarsi, volerlo con tutte le proprie forze, costringendosi a non pensare fino a quando il sonno non l’avrebbe portata via.

Si svegliò ch’era quasi buio, presa dal freddo e con un tremendo dolore di testa.

S’alzò dal divano con fatica. Corse in cucina e aprì lo stipo dei medicinali. Cercò le Aulin. Aprì una bustina e scaricò la medicina sotto la lingua. La via delle ghiandole era la più breve per combattere il dolore. Una scorciatoia. Per un po’ restò lì con le mani appoggiate su un mobile della cucina a sostenere il suo peso. Poi staccò da quella posizione e si sedette su una sedia e poggiò i gomiti sul tavolo e allargò le mani verso l’alto prima che vi adagiasse la faccia.

Passò così minuti lunghissimi.

Poi, molto lentamente cominciò a comporsi e la faccia a distendersi. L’Aulin stava facendo effetto. Ancora un po’, e quel dolore così opprimente sarebbe sparito, forse del tutto, forse lasciando dietro di sé la scia macabra di un suo ritorno e di un nuovo ricorso all’Aulin, che però si poteva prendere ad una distanza di sicurezza di sei ore.

In piedi, al bagno, acqua fresca sul viso e pipi nel cesso. Voglia insopprimibile di caffè, di risveglio, di profumo caldo che si espande per la casa, di sigaretta. Voglia di Dario che è fuori città, nella casa di campagna del padre, con i ragazzi, per vivere qualche giorno all’aria aperta e curare la terra.

Chissà come hanno reagito alla notizia dell’attacco all’America.

Li devo sentire, mi avranno cercata, saranno preoccupati.

Tazza di caffè, tiri di sigaretta. Dove ho messo il telefono? E’ di la, nel salone, sul tavolo, spento.

-Amore, finalmente ti sento, che ansia, sto provando a chiamarti da ore. Stai bene? Ci hai fatto preoccupare. –

-Sto bene, sto bene. Mi sono addormentata. I ragazzi stanno bene? Sono vicini a te?-

-No, sono di sopra, sono in camera di Nanà incollati alla tivvù. Stanno seguendo l’attacco all’America. Sono da ore ammutoliti. Chiedono di te. Lo sanno che stai lavorando al tuo romanzo, che hai un impegno da rispettare, ma vorrebbero che tu fossi qui con loro. Adesso li chiamo.

-No, non farlo. Sono troppo stravolta per parlare con loro. Digli che mi hai sentito, che sto bene, che domani vengo da voi e passeremo tutto il resto della settimana assieme. Digli che andremo a piedi per i sentieri e galopperemo nel maneggio. Digli che li amo. –

-Verrai davvero? Non cambierai idea? –

-No, domani vi raggiungo, ho bisogno di voi –

-Ti amo. –

-Ti amo anche io, amo solo te –

Chiude la telefonata. E’ tentata dall’accensione della tv. Non lo fa. Si accende un’altra sigaretta e va alla scrivania.

Ha lasciato il computer acceso.

Sulla pagina word scrive: Nonno Aristide morì nel ’73, l’undici settembre.  O Malommo nel ’93. Il sogno americano nel 2001. Stesso giorno

Coincidenza di data: l’11 settembre.

Che cazzo scrivo adesso? Che non può finire così. Ossigeno. Caffè. Si ricorda di Sonia. Un’altra sigaretta. Deve finire la storia, assentarsi dall’occidente ferito.

Aristide e il Malommo non appartengono a questa epoca. Sono nomi morti, identità perdute, eredità del passato.

Altro caffè, altra sigaretta e dita sulla tastiera.

Il Malommo morì da  malacarne e la città intera aveva già perso, se mai l’avesse avuto, il suo lato innocente. Se l’era visto scivolare tra le mani, sotto agli occhi, senza rendersene conto.

Per nonno Aristide, il Malommo era uno dei canti sublimi della città che teneva a bada la malasorte ch’era lì, rapace, a portare via i bambini malnutriti e malformati da un risorgimento che aveva promesso loro  una Nazione.

Una Nazione, una Patria, Un Regime a cui,  per un eccezionale illusione di grandezza nonno Aristide ha creduto, per il quale si è arruolato e combattuto.

Lucia, crescendo, se n’era fatta una convinzione: il nonno lavorava di fantasia pur di non sentirsi  superato da quella modernità che gli era entrata in casa con la lavatrice, il frigorifero, l’asciugacapelli, il giradischi, la televisione, la macchina fotografica firmando cambiali su cambiali in ogni stanza che si apriva, una dietro l’altra.

Per ‘O Malommo, la Nazione, la Patria erano parole vuote di significato. E anche il regime fascista lo era. Ma offrì il suo sostegno e i suoi uomini fino a quando i tedeschi non occuparono la città, la sua città.

A regime crollato.

Lucia è ora in bianco e in nero, ora a colori, ora è social in gran confusione.

Lucia è stata dentro il cambiamento, ogni volta che questo, dal fiume carsico della storia,  ha fermato l’orologio al chiaroscuro.

Tutto ciò che ha vissuto è lì con lei, ora, senza separazioni. E il tempo passato tra la morte di nonno Aristide e quella del Malommo è il racconto di una nitida sequenza e di tante conseguenze: la città rasa al suolo dalla guerra si liberò da sola dell’occupante nazista. Nonno Aristide non c’era, era disperso in Libia. ‘O Malommo, invece, c’era. Eccome, se c’era. Si mise a capo della rivolta, così come fecero tutti i guappi della città. E quando giunsero le truppe alleate a prendere possesso del porto e dell’aeroporto lasciarono che le truppe scaricassero fiumi di  sperma nel bacino delle loro femmine e fecero della Favela dei Quartieri Spagnoli, la Favela delle luci rosse più famosa del mediterraneo e il centro degli affari per il mercato nero.

O’ Malommo era al suo posto, nonno Aristide disperso in Libia.

Quando tornò, trovò i fascisti di combattimento e quelli d’ordine tutti fervidi democristiani.

Non si scompose.

E trovò normale che ‘O Malommo controllasse i carichi di farina e i forni per pane, il contrabbando delle sigarette e del whisky e delle medicine e della cioccolata.

Una città disperata, vuota illuminata come il frigorifero. Questa era Metrofavela. Questo ciò che avevano lasciato le bombe e i lanciafiamme.

Questa  la città, che nel ’46, andò al voto per la Monarchia.

Sia nonno Aristide che O’  Malommo votarono contro la Repubblica che, per ragioni diverse, destabilizzava le certezze dell’uno e dell’altro sull’ordine costituito.

E quando nel ’48 i preti presero il potere, entrambi votarono per i fascisti e si dichiararono fuori dall’Arco costituzionale.

Nonno Aristide morì l’11 settembre del ‘73, seduto su una sedia di legno e paglia, sul marciapiede stretto, senza svelare cosa avesse fatto d’importante ‘O Malommo.

Il Malommo  morì nel l’11 settembre del ’93, a Porta Capuana, mentre se ne stava seduto su una sedia di legno e paglia a mangiare uno spaghetto al cartoccio.

Morì e la testa cadde nel piatto. Un colpo alla nuca. Morì da Malacarne. Non come si immaginava nonno Aristide nel suo letto, circondato dal lutto della Favela,

Morì e la faccia finì nel cartoccio e tutt’intono ci fu un fuggi fuggi generale e urla straziate s’alzarono dal ventre della città  infetta.

Urla di colerosi, di palazzinari, di scosse di terremoto sotto un cielo azzurro e un mare quieto.

Giubilo dei Killer sotto  il cielo azzurro e senza mare quieto.

Brindisi e fuochi d’artificio.

Con l’ultimo dei guappi finito con la faccia nel cartoccio adesso si poteva spacciare ovunque.

Ciccio aveva mantenuta la parole presa al summit dei clan egemoni della città: aveva eliminato suo padre.

Lucia sorride amara al quasi vuoto illuminato del frigorifero.

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