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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quattordicesima puntata)

Buona lettura.

Quattordicesima puntata
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Vanna e Maurizio e il Frigorifero le parlò


Lucia,  nel settantacinque, è nel mezzo dell’età che va dai tredici ai quindici anni.

Non è promessa in sposa e il  friccichio del corpo è quello della trasformazione, della disarmonia che provoca  l’indomabili euforia mentale che può tutto.

L’adolescenza, così come fa con chiunque, si impossessò di lei.

Fu una cosa che non si può spiegare. Una di quelle che arriva senza essere annunciata e trascina

Giocava con le bambole e il rossetto, indossava le scarpe e le calze della mamma, guardava i cartoni animati e immaginava il suo principe azzurro e una love story di capricci e voglie improvvise di baci, di fughe, di uscite fuori dalla routine delle letture e dei giochi infantili. Di seguire, sul suo cavallo bianco, il richiamo della strada foresta che stava appena fuori l’uscio di casa proponendosi con le sue fantastiche avventure e le sue incognite.

Appena poteva, prendeva la sua Graziella, metteva nel cestello qualcosa da mangiare e bere, che prendeva a casa, e pedalando veloce raggiungeva il muretto di via Regina Margherita. Così come facevano tutti i componenti della sua e delle altrui comitive che si riunivano lì.

Sapeva che avrebbe sicuramente incontrato qualche irrequieto come lei, a qualsiasi ora del giorno o della notte.

I pochi che possedevano una bici o un motorino li lasciavano, alla rinfusa, senza catene appoggiati ai cavalletti, su un piccolo campo che stava proprio vicino al muretto.

Bici e motorini erano a disposizione di chi aveva necessità di spostarsi per andare a comprare una stecchetta  di fumo, delle birre, dei panzarotti e delle zeppolelle fritte da Carminiello, sul corso della Favela di Secondigliano, o per andare a fare l’amore in qualche prato isolato, al di là della linea ferroviaria della Piedimonte Matese o magari, raggiungere il bosco di Capodimonte, l’ideale per rotolarsi sui prati baciandosi, stringendosi, toccandosi, scoprendosi.

Sul muretto incontrava quelli che piacevano a lei, quelli che passavano gran parte del tempo nel divertimento scanzonato a progettare viaggi che mai si sarebbero fatti, ad inseguire i sogni di un mondo possibile nel quale si potesse  vivere sorridendo al presente e visitando all’incontrario, senza scorribande, la storia, la propria storia familiare, il proprio habitat, i propri vicini, la Favela, la città e andare fuori dai propri confini, perché da qualche luogo si è pur partiti per giungere fin qui.

Lucia è di fronte al quasi vuoto illuminato del frigorifero. Quali strade ha percorso per ritrovarsi qui, ora, orfana?  

Se non lo racconta adesso, tutta la storia si perderà nella discarica del tempo e nessuno saprà indicare più la direzione giusta, la strada percorsa dai buoni d’animo che ci hanno preceduto, quelli che sono stati capaci di stabilire con i propri simili relazioni stupefacenti.

Arrivò l’adolescenza senza preavviso e cambiarono molti giudizi. E non raramente chi gli era piaciuto assai da piccola risultò insopportabile da grande.

Poi, incontrò lei e dopo  lui, e ne fu conquistata.

Era il nove novembre del settantacinque, e tornava a scuola dopo il lungo ponte della festa dei santi, dei morti.

Sapeva che dopo il primo mese passato veloce in compagnia dei supplenti, avrebbe cominciato a conoscere i professori che l’avrebbero accompagnata all’esame del diploma di terza media.

Quel giorno, nel cortile della scuola fu tutto un seguirsi di baci, abbracci e strette di mano e l’allegria era davvero contagiosa, perfino i musoni accennavano a dei sorrisi e i bulli, se ne stavano, in disparte, acquietati.

Entrò in aula al suono della campanella, la professoressa era seduta alla scrivania, minuta, con una rivista  aperta dinanzi, intenta a leggere e a guardare fotografie, completamente immersa.

Emanava disperazione.

Lucia e i suoi compagni si fecero tutti seri e le risate non varcarono la porta e ognuno si sedette al suo posto ordinatamente.

Nell’aula ci fu un silenzio mai ascoltato che durò a lungo.

Ci pensò Canta, di cui ricorderà, per sempre, solo il cognome, ma di cui ha il video  in mente mentre salta come una scimmia irrequieta da un punto all’altro della classe.

Canta teneva l’arteteca e faceva impazzire lei, gli altri e i professori.

Proprio non ce la faceva a stare seduto, si doveva muovere e si mosse pure in quell’occasione.

Si alzò magrolino con nervi tesi e ruppe, a modo suo, quell’atmosfera triste, d’attesa: “ Prefessorè chi v’è muorto “?

Fu allora che la professoressa alzò la testa e fissò Canta e poi ad uno ad uno guardò tutti in faccia.

Mostrò il viso inondato dalle lacrime.

Lucia ebbe l’impressione, in quella manciata di secondi, che Canta l’avesse riportata alla realtà.

Si alzò e si mise dinanzi alla scrivania e, non smettendo di piangere, ci disse: “ lo so che vi sembrerò una sciocca, che forse riderete di me, ma qualche giorno fa, proprio nel giorno dei defunti, hanno assassinato il più grande dei poeti italiani viventi, Pier Paolo Pasolini. Ed oggi, questa rivista che ho sulla scrivania, ha pubblicato un reportage sulla sua tragica fine e le foto del suo cadavere seviziato. Non potete immaginare il dolore che sto provando  guardando queste foto “.

E non si fermò più, e incantò, spiegò quel Poeta dalla profonda conoscenza della storia umana. Disse che era un oppositore tenace della cultura dominante, che denunciava che con l’affermarsi della modernità si stava perdendo l’ingenuità analfabeta.

Pier Paolo Pasolini era un poeta civile, disse. E poi domandò: sapete cosa significa?

E spiegò: “ vuol dire che testimoniava a favore dei ragazzi di vita e delle vite violente delle borgate romane, che aveva filmato il più bel film sulla passione di Cristo che sia mai stato girato, che era percorso dalle visioni che gli facevano vedere una società assoggettata ai consumi, alle immagini, alla irrealtà “.

Proprio non riusciva a capire Lucia cosa dicesse. Nessuno ci riusciva. Ma quelle parole avevano un suono e un senso profondo e parlavano a loro, di loro, con un linguaggio fino ad allora sconosciuto.

Le armi che la professoressa consegnò a tutti loro, quella mattina del nove novembre del settantacinque, furono quelle della ricerca sul campo, dei taccuini e dei registratori.

Conoscere il proprio habitat, indagare sull’economia della comunità, verificare il tasso d’istruzione con un indagine sociologica, raccogliere le testimonianze che la lunghezza e l’ampiezza degli anni spingevano  fino alla metà dell’ottocento, quando ancora si andava in carrozza e la città era capitale di uno dei Regni più ambiti dell’epoca e la meccanica non aveva ancora invaso le città occidentali con le sue ferraglie.

Su di lei, Vanna Albrizio, questo il nome della professoressa, ebbe un effetto pazzesco. Le cambiò prospettiva. Le fece leggere la storia del Babbo e della sua mamma dall’angolazione giusta e ciò che l’imbarazzava della sua educazione gentile non fu più un problema ma forza capace di far arretrare dinanzi a sé quei sentimenti di rivalsa sociale che, dalla morte del nonno, non poteva più far finta di non vedere, perché la sua casa era quella minima della Favela di Miano, non più quella grande, con le stanze che si aprivano una dietro l’altra del Re di Poggioreale, nella quale passava il Natale, la Pasqua, l’estate insieme a tutta la famiglia. Lontano dalla lordura degli scantinati, dalle piccole case piene di creature mal vestite e mal nutrite con i topi che le camminavano accanto, spaventandola a morte.

Non poteva più far finta di niente. E quella ricerca sul campo l’aiutò a capire la provenienza della miseria e a comprendere che c’era solo un mezzo intellettuale per sconfiggerla, quella che suo padre aveva usato per sé, la politica, la visione di un mondo emancipato da costruire sui mattoni dei Diritti che vengono prima dei Doveri. Perché è un diritto inalienabile di ogni creatura umana crescere in una famiglia dove si lavora, si studia, si crea, si cura. In un ambiente sano in cui non si deve cedere all’alcol  per stare peggio o essere avviato ai reati per addentare una mela e sentirne il sapore.

Poi incontrò Gino.

Una mattina uscì di casa e salutò con il solito buongiorno rispettoso la signora Rosaria che vendeva le sigarette all’entrata delle Case Minime e faceva da vigilante e portiere.

Torno tardi, è sabato, disse ai suoi.

Diede un bacio a Maurizio che era venuto a prenderla.

Gli altri erano già a via Regina Margherita, sul muretto di fronte alla trattoria del Pullastiello, dove cucinavano i gatti passandoli per conigli alla cacciatore.

Carlo ha invitato tutta la compagnia a casa sua. Ha spazio, possono ballare.

I genitori di Carlo sono delle belle persone che pensano che i ragazzi devono stare con i ragazzi spensierati.

Si divertiranno, da Carlo stavano sempre bene.

Maurizio aveva sgraffignato dalla vetrina di suo padre una bottiglia di cognac.

Invece, a quell’ingrippato di Giovanni consegnarono i soldi della colletta per comprare qualche stecca di fumo.

A Patrizia, come sempre fu  demandato di comprare birre, patatine e taralli.

Da Carlo c’era lo stereo,  dei dischi se ne sarebbe occupato Pippo.  

Lucia quella sera fu felice.

E mentre balla un lento ricevette il suo primo bacio e la sua prima dichiarazione d’amore dal suo migliore amico.

Una dichiarazione ubriaca, senza senso a cui lei rispose con altrettanto non senso.

Fu bellissimo. Giocarono. E lei andò con lui. Accettò di dormire a casa sua, nella sua stanza, nel suo letto. E si spogliò per lui e lui per lei e cominciarono a scoprire il piacere fisico della carezza, a gustare quel sapore umido della lingua scambiandosi baci lunghissimi, leccandosi dai piedi ai capelli ridendo a crepapelle su quello scambio di amorosi sensi che fece provare ad entrambi, per la prima volta, l’orgasmo.

Lucia e Maurizio, gli inseparabili. Innamorati di un amore che dura ancora senza che ci sia stato mai più desiderio tra loro.  

Sempre insieme, sempre a fare cose assieme. L’uno confidente dell’altro. L’uno sostegno dell’altro.

Poi, incontrò Gino e s’innamorò. Si perse a dire il vero. E ogni tanto spariva. E Maurizio non l’andava a cercare.

Innamorarsi è uscire di testa.

Gino, Gino, Gino. Poi, Gino la mollò e se la vide arrivare disperata a casa:  mi ha lasciata, va a studiare a Milano, taglia i ponti, non vuole legami con Metrofavela. E giù un diluvio di lacrime e di maledizioni per quell’amore del quale non avrebbe voluto fare a meno che se ne andava.   

Maurizio raccolse la sua disperazione a casa sua e fece fatica per  metterla a letto, per farla riposare.

Occhi azzurri, capelli biondi lunghi, pelle bianca come lo zucchero filato.

Fu così che si materializzò Gino dinanzi ai suoi occhi.

Aveva compiuto da poco sedici anni e, oltre Maurizio, non c’era stato più nessuno.

Gino era uno studente del quinto anno, lei frequentava il secondo anno.

Gino  indossava un paio di jeans coloratissimi, una camicia voluminosa bianca ed un foulard rosso al collo.

Le  pose, all’entrata della scuola, un volantino comunista, che prese arrossendo tra le sue mani come fosse una rosa.

Impazzì il cuore, e non sapendo più cosa fare, restò immobile a guardarlo.

Gino, che pure era abituato ai miagolii delle ragazzine, lesse il colpo di fulmine  e ne fu conquistato: “ sei carina, Bimba, vengo a prenderti all’uscita “, le disse sorridendo.

Così, chiamandola Bimba. Senza nemmeno presentarsi. E lei andò, prese le scale e senza mai voltarsi giunse in classe e le sue amiche le andarono incontro chiedendole: “ Cosa è successo? Sei stravolta! Su, dai, racconta “.

Racconta Lucia, raccontare è il senso dell’esistenza. Senza storia non si è.

Non spaventarti, sono la tua immaginazione, sono il frigorifero quasi vuoto illuminato. Sono ciò a cui tu hai dato vita. Non chiudere la porta, non ora? Il Piennolo può aspettare. Il Piennolo è paziente.

Il Babbo è morto, colui che c’è sempre stato non c’è più con il suo fisico e la sua storia piena di senso e di buon senso, fino a quando non è giunta l’ora del suo addio alla vita.

Dov’è adesso? Che importa! Ciò che posso dirti e che non incrocerà più sul suo cammino gli uomini che tengono la testa per dividere le orecchie. Non lo sentirai più dire: “ ecco un altro ottuso, qui ci sono solo ottusi.  

Racconta, Lucia, il tuo Babbo si considerava un uomo fortunato perché la sola tua esistenza gli apriva continuamente finestre sulla realtà, e lui poteva osservarla senza i filtri deformanti del suo immaginario.

Il tuo Babbo conosceva uno per uno i tuoi graffi. Glieli hai sempre mostrati e lui li ha sempre curati. Forse, se non sei finita male, è stato per quel disinfettante. Quanti non si sono più alzati dal permaflex ? La verità è che sei una sopravvissuta agli orgasmi di quegli anni adolescenziali spogliati da ogni inibizione e da ogni emozione perché hai avuto come padre un antifascista socialista ed un onesto cittadino.

Racconta del pozzo. Illuminalo con una torcia, sul fondo ci sono quegli anni sedimentati sugli altri che li hanno preceduti, c’è la storia all’incontrario. Ci sono i tuoi fratelli e le tue sorelle senza vincolo di sangue, i sessantacinquenni di oggi, i corrotti del sessantotto, quelli che per finta abbondonarono la gonnella di mammà ma non il portafoglio di papà per farsi un giro di giostra tra le lotte operaie e studentesche, per poi tornare a casa.

Quel giorno, in classe, non pensasti che a Gino: Bimba vengo a prenderti all’uscita. Sarebbe venuto? Dio fa che venga. E quando lo hai visto, affacciandoti alla finestra delle scale, giù in cortile, fosti presa dal panico e rallentasti il passo fino a fermarsi del tutto.

Uscisti per ultima. Gino ti venne incontro. Le tue amiche che stavano aspettando te, per far ritorno a casa assistettero alla scena.

-Ciao Bimba, conquistatrice del mio cuore. Non ho fatto altro che pensare a te. Non vedevo l’ora di rivederti. Sei molto molto bella. Sali sulla Vespa, ti porto a fare un giro e poi ti porto a casa. –

Ti porto a fare un giro. La Vespa. Sei molto molto bella Bimba. Le tue amiche. Vento nei capelli. Arrostita, pronta ad essere cibo, in men che non si dica.

Andasti con lui e quando facesti ritorno a casa avevi in bocca i suoi baci, sul ventre il suo pene, in faccia il suo  viso luminoso e senza nascondere niente spiegasti a tua madre il perché di quella sparizione che le aveva messo un ansia addosso indescrivibile..

Diventasti la Bimba di Gino e quello fu un anno meraviglioso, scoppiettante. Lo seguivi ovunque lui volesse portarti e mai fosti delusa da quella vita piena come un uovo, mai banale come un uovo. Gino era comunista di famiglia borghese, d’animo fascista.

Gino era un fuori razza. Aveva per sé uno strano progetto, che in famiglia non capivano da dove fosse saltato fuori: voleva diventare uno psichiatra. Diceva: la mia missione è curare la mente. Io so come fare. Dentro di me so che i pazzi non esistono, esistono le malattie mentali e come tutte le malattie sono curabili. Tranne quella di mio padre che mi vuole avvocato come lui per farmi ereditare lo studio di famiglia.

Fu un anno meraviglioso che s’interruppe d’improvviso. Una fine che devastò ogni tua certezza d’allora, che giustificò ogni tuo sbandamento.

Tradita, ti sentisti tradita da quegli occhi azzurri nei quali rispecchiavi i tuoi, dai quei capelli biondi lunghi che ti piaceva intrecciare tra le dita, da quella pelle bianca come lo zucchero filato che non ti stancavi mai di baciare.

“ Vado via, vado a studiare a Milano, taglio i ponti. Non voglio legami napoletani “.

Così disse,  così prese forma l’addio di Gino. E niente fu più lo stesso. Da Bimba a donna. Un lampo che mandò a fuoco  i tuoi sogni.

Reagisti piangendo e lui restò muto dinanzi alla tua disperazione. Ti sei mai chiesta il perché? E’ questo il momento giusto per farlo. Chiama  Gino. Con lui fu storia piena e intensa e non si è mai interrotta. Chiamalo, lui l’ha già fatto. Quanti anni sono passati da allora? Un’infinità di tempo perduto. Ne parlasti con Dario e Dario rise amaro. Eri stata di un altro come lo eri con lui ogni attimo della vostra vita insieme.

Gino lasciandoti mentì.

I ponti li doveva tagliare con la sua famiglia, con lo studio legale, con il radicamento forense che lo avrebbe accolto come un figlio dell’azzeccagarbuglismo napoletano, complice spesso dei delitti e delle pene della città . Una decisione così forte portò con sé ogni relazione, anche quella con la sua Bimba che si sorprendeva dinanzi al bello e alle scoperte.

Gino ha  amato solo te, ama solo te, amerà solo te. Perché tu sei stata, sei, per lui, un essere speciale. Non avere paura delle conseguenze. Non tradiresti Dario se adesso Gino venisse con la sua Vespa e tu andresti con lui, magari in una di quelle assemblee che non finivano mai. Nelle quali hai imparato a cosa serve dibattere sulle questioni politiche. Non lo tradiresti perché avete vite vissute e la Vespa è nel garage. Gino, rinunciando a te, è diventato uno psichiatra affermato e lo studio di famiglia è stato chiuso nella bara con suo padre avvocato. Gino era il figlio maschio,  come lo era stato suo padre per suo nonno e suo nonno per suo padre.

Cosa ti dirà Gino? Che suo padre lo mise dinanzi ad una scelta e lui rinunciò a tutto, anche alla sua Bimba. Perché tutto il suo destino era racchiuso in un sogno: curare la mente, dimostrare che i pazzi non esistono. Dimostrare che chi fa cosa strane, schizzate, fuori contesto, è solo clinicamente malato  e che la psiche, pur non essendo un cuore, ha le sue pulsioni regolari e le sue aritmie.

Si, Gino rifiutò di  ereditare la professione di famiglia e la famiglia gli indicò la porta. E lui, non portando via niente, uscì, sapendo di poter contare sull’aiuto della madre casalinga che, di nascosto,  avrebbe finanziato, con i suoi risparmi, la sua lontananza e la sua ricerca della felicità.

Tutto si svolse velocemente. Dopo il diploma suo padre lo mise dinanzi ai suoi voleri d’arrogante. Se avesse ceduto, in quel momento, Bimba, la prospettiva di diventare un cocainomane di professione non sarebbe più stata una possibilità remota, ma una condizione.

Gino prese l’uscio e nel prenderlo fu veloce nel decidere che sarebbe andato via recidendo ogni legame sentimentale con la città per impedire alla nostalgia qualsiasi intrusione nel suo progetto di vita.

Cara, tu sei stata il costo più alto che Gino ha pagato. Rinunciare a te, per lui, fu la più dolorosa delle scelte inevitabili. E non credere che lui non sapesse di quante penose sarebbero state le conseguenza per quell’amore che se ne andava allo stesso modo di come era venuto. Era perfettamente cosciente che l’avresti odiato, disprezzato, identificato come lo stronzo. Ma che mai e poi mai ti saresti suicidata per lui o per qualcun altro. Glielo dicesti tu stessa in uno di quei non rari momenti di confidenza profonda: ho imparato da Vanna Albrizio che la mia vita è la più importante di tutte e che devo avere cura di lei, difenderla da chi la vuole per sé.

Ti ricordi cosa rispose Gino: A difenderla da me.

Povero Maurizio, non puoi immaginare quante volte ha desiderato di prenderti a calci prima di prenderti con la forza e portarti fuori dal tuo ritiro da vedova inconsolabile  urlando che gli avevi frantumato le palle.

Poi, con la bella stagione, lo fece e ti portò al mare. E’ li, sui sassi lisci, tutto passò. Non proprio tutto, ma quel tanto che serviva per andare avanti senza Gino. Cosa ti disse Maurizio? Che potevi benissimo vivere senza di lui. Che eri bella, intelligente e spumeggiante. Che l’amore è felicità, è piangersi addosso a lungo per averlo perduto è un delitto che rischia di cancellare la felicità vissuta. Che dovevi accettare il fatto che Gino aveva fatto la sua scelta: essere felice rinunciando a te per un amore più grande e coinvolgente nel quale potersi perdere per tutto il suo tempo.

Non amerò più nessuno. Dillo adesso! Dillo a Dario che è il tuo rettilineo, le tue curve, le tue salite e le tue discese. Dillo adesso, ora,  che inevitabilmente gli amori finiscono per intersecarsi negli incrocio dove è sempre possibile prendere fischi per fiaschi e sbagliare direzione, perdersi, fare giri lunghi, incontrare sconosciuti a cui chiedere sempre la stessa inutile informazione: quale strada bisogna prendere in questo dedalo per andare lì dove si è diretti? Fino a quando qualcuno non ti dà l’indicazione esatta che conduce alla via che è stata costruita su trasparenze di ghiaccio per te. Vai e lascia che il tuo babbo la percorra senza  che la trasparenza si frantumi sotto il suo peso leggero. Sei moglie, sei madre, sei ancora figlia. Sei in una condizione di grazia. Metrò, caffè, sigarette, redazioni. Domande: Cosa sarà dei ragazzi? Potranno viaggiare o diventeranno soldati che si fanno le seghe con il freestyle?

Lucia, racconta, non lasciarti condizionare dalle imprecisioni, tutte le storie lo sono, è nella loro natura esserlo.  

Gino è vivo, è sopravvissuto pure lui. Se sia felice o no, non lo so. Ciò che so e che non è finito contro il guard rail. Non è finito come Massimo che ti ha amato di un amore malato fino al suo ultimo istante.

Avevi diciassette anni vissuti, lui due anni di più. Lo incontrasti quell’estate che Maurizio di portò al mare di forza, allontanandoti da quell’angoscia che pareva non volesse mai passare.   

Era uno del muretto, sempre con qualche soldo in tasca e mai senza una stecchetta di fumo o una cima d’erba o un flaconcino d’olio del Marocco da mettere a disposizione del gruppo.

L’uomo dei sogni, lo definì Carlo.

Massimo parlava poco, le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi sogni li teneva per sé.

Massimo era segretamente innamorato di te fin da ragazzino. Ma non era mai riuscito a farsi avanti. Temeva che l’avresti preso in giro, che l’avresti ridicolizzato. Lui si vedeva brutto e odiava letteralmente i suoi occhiali da miope.

Dopo quel primo giorno passato sui sassi, in acqua, sdraiati sugli asciugamani al sole, ne seguirono altri e allo Scrajo cominciarono a venire tanti amici del muretto di via Regina Margherita.

Il primo ad aggregarsi fu Massimo, e l’uomo dei sogni non tradì le attese.

Venne con Maurizio a prenderla con la sua cinquecento rossa fiammante e l’accolse con un cannone che sembrava non finire mai.

Arrivarono sui sassi completamente fuori di testa e si tuffarono in acqua vestiti e con le scarpe sotto gli occhi interdetti dei bagnanti.

Nuotarono per un po’ vestiti, poi cominciarono a togliersi i pantaloni.

Sotto avevano i costumi e non avrebbero dato scandalo.

Maurizio li raccolse e , dopo essersi avvicinato agli scogli, li lanciò con precisione su uno masso piatto.

Poi si tolsero le magliette e Maurizio ripeté il lancio e ancora una volte fu preciso e le magliette si adagiarono vicino ai pantaloni.

Non si tolsero le scarpe.

Giocarono un po’ a lanciarsi  uno dalle spalle dell’altro e poi salirono e si sedettero tutti e tre sullo scoglio dove erano finiti i vestiti ed ognuno per proprio conto si mise a contemplare quell’attimo, quel paesaggio. Fu allora, che Maurizio le toccò la mano arrossendo, e lei  non la ritrasse. Lo guardò, e sotto le lenti vide occhi azzurri come il mare e fu come incantesimo, inganno.

Massimo non era affatto brutto e il suo corpo era liscio e sulla pelle non aveva un solo  neo. Bello, ben fatto, e le sue gambe erano un capolavoro anatomico.

Gli stringesti la mano, rotolasti verso di lui fino a sentirlo. Pelle su pelle. Pelle diversa da quella di Gino.

Lasciasti l’impronta, la tua. Su di lui per dimenticare. Su di voi l’imbarazzo di Maurizio.

Al quale con lo sguardo chiedesti  di non andare via, di voltarsi, di guardare da un’altra parte. Perché Gino o andava via in quel momento e  per sempre, o mai più.

Avevi voglia di lui. Di un altro.

Rotolasti al contrario e  finisti al suo fianco e lo baciasti sulle labbra una due tre volte e poi una quarta e Massimo  non era mai stato con una ragazza.

Vergine e fumato. Maschio. Innamorato. Proprio ciò che ci voleva in quel momento, mia cara. Non è andata cosi?

Sopra di lui gli stringesti le mani e Massimo guardò dritto dentro i tuoi occhi chiedendoti: baciami. E fu appassionato. E Gino si dissolse a quei primi accenni di alba. E la voglia di fare l’amore con lui fu così incontrollabile che se ci pensi dici: L’ho fatto davvero? Si, l’hai fatto davvero, con Massimo.

Così cominciò la storia. Una storia senza misura e equilibro di due solitudini che si frequentarono senza condividere niente l’uno con l’altro. Una coppia chiusa dentro.

Massimo t’amava, Tu  no. E finché andò bene, andò bene.

Poi, accadde che Massimo cominciò a comportarsi strano, spariva e poi ricompariva come un cagnolino mazziato, malato di sindrome dell’ abbandono e ti chiedeva: perché non mi ami?

Per quanti anni questa domanda ha continuato a tormentare come un fischio fastidioso il tuo udito? Non hai mentito, non lo sai fare.  Lo baciavi sulla bocca, gli accarezzavi i capelli, lo abbracciavi forte con l’unico scopo di tranquillizzarlo, di tirargli fuori la ragione di quelle sue lunghe assenze, di quella trascuratezza che ogni giorno si notava sempre un po’ di più, di quella continua richiesta di denaro che  non potevi soddisfare.

Poi arrivò la verità dalle sue braccia martoriate di buchi e di lividi e fu davvero l’inizio di un incubo, poiché prendesti la decisione peggiore: aiutarlo. Per pietà, non per amore. E la pietà è una crudele consigliera, offusca il campo visivo. Ciò che era accaduto, ciò che non comprendesti con immediatezza fu che Massimo aveva smesso di amarti. Che si era perduto per un’altra, per la Regina Bianca. Per quella polvere bianca sciolta nell’acqua distillata, aromatizzata con alcune gocce di limone, aspirata in una siringa, iniettata nelle vene delle braccia, dei polsi, delle caviglie, del collo per raggiungere il più intenso e mortale dei piaceri.

Chi eri tu al suo cospetto?

A cosa servì la tua pietà? A salvare te.  Perché se è vero che la pietà è una cattiva consigliera e anche vero che se al posto della pietà ci fosse stato l’amore, l’avresti, molto probabilmente seguito nel suo viaggio. Invece, quando lo chiese, gli dicesti: “ la mia vita è più importante della tua e di qualsiasi altro ed io non potrò mai consegnare la mia vita ad un orgasmo chimico, ad una mangiatrice di  anime “.

Fu allora che Massimo fermò la macchina sul quadrivio della Favela di Secondigliano e ti ordinò di scendere, lasciandoti sotto un sole cocente africano e se ne andò a farsi da solo, dopo una notte passata insieme ad ascoltare  i Jethro Tull.

-Devi disintossicarti, dobbiamo disintossicarci, devi andare in una comunità, dobbiamo andare in una comunità. –

Lui fatto di Eroina e tu stordita dal fumo e dall’alcol: in una comunità … . Per curare il mal di vivere. Un male che non avevi.

Diventasti sobria, senza dover andare in comunità. E Massimo fece lo stesso con il suo destino.

In quell’abbandono, in quell’andare da sola crebbe il desiderio di far ritorno a casa, di raccontare quella storia al tuo Babbo assicurandolo ch’era tutto finito, che non avresti mai più respirato quell’alito arido.

Quando hai saputo, non hai versato una la lacrima, non sei andato da lui.

Erano passate solo poche ore dall’addio, un tempo finito fuori dalla sua auto, sotto un sole cocente, respirando aria metallica.

E quando ti svegliasti in piena notte, tremando come una foglia, sudando gelide gocce, in sogno avevi appena lasciato le sue mani e visto il suo corpo finire nell’abisso che solo la Regina Bianca, quella puttana senza faccia che andava con chiunque, mostrava come un Eden  irrinunciabile di quiete.

Aveva preso lui, non te, il destino fu giusto.

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