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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quindicesima puntata)

Per l’autore questo romanzo è stato premonitore della sua personale Assenza.
Tutto accadde in dicembre, 2017.
A giugno 2018 cambiò il titolo da l’Assenza a Non è vero niente.
E aggiunse nel prologo e nel primo capitolo, con un artificio letterario,quella sua esperienza così totalizzante e Lucia venne a conoscenza della morte di Antonella, della sua amica. Lucia è l’autrice del romanzo, il suo io narrante, protagonista di questa storia legata alla sua Assenza, suo padre, vissuto tra il 1932 e il 2014.
Per questo si è prodotto un tempo d’attesa.
Che oggi è terminato con la ripresa della pubblicazione di questo XV capitolo.
La prossima settimana con la pubblicazione del XVI capitolo il romanzo si avvierà verso gli ultimi capitoli e avrà il suo finale, e comincerà a preparare il suo ingresso in libreria. L’autore ringrazia tutti i lettori e le lettrici che stanno apprezzato questo suo lavoro. L’interazione è stata a tratti commovente e alcuni scambi felici e alchemici.
In fondo senza la magia che lega l’autore ai lettori,
il racconto perde il suo suono e abbandona lo scrittore.

Buona lettura.

Quindicesima puntata
——————————

C’è tempo? Forse.

Cara Lucia, non c’è niente di autentico in questo nostro visionario dialogo. Stai prendendo tempo, stai facendo la cosa giusta.

Chi sono? Sono il frigorifero. Se hai dato a me la voce, puoi fare qualsiasi altra cosa stupefacente.

Mi piacerebbe che mi dessi un nome. Mi piace Salvatore. Suona bene: Salvatore il frigorifero. Ridi, sono contento. Adesso ti svelo il nome di mio padre: John Gorrie. Sono americano di discendenza. Come lo siamo tutti i frigoriferi che popolano la terra. Che sono al pari mio, figli dello stesso babbo, il quale, nel 1851, ebbe brevettata la sua idea di generare artificialmente il freddo. Quindi, io sono il prodotto di un’invenzione. L’ultima generazione, un design. Sono bello, vero? Anche se il vuoto illuminato un po’ di tristezza la dà. Tra poco, poi, ti porti via pure il Piennolo … , meglio che non ci penso.

Ascolta la mia storia. Come ti ho detto, John Gorrie  è il nome di mio padre. Ed io sono un’invenzione brevettata nel 1851. In fabbrica, i frigoriferi più vecchi, quelli che si cercava di dare via con gli sconti, ci hanno tramandato, mentre gli operai ci assemblavano, con manifesto orgoglio, che il capostipite era un ingegnere, un giudice di pace e sindaco di Apalachicola, in Florida, in quegli anni di febbre gialla. Una febbre d’allucinazione, emorragica, africana. Portata nelle Americhe con il traffico degli schiavi. Seguimi, mi hai animato per una ragione, e questa è una ottima ragione per liberare lo spirito dall’angoscia dell’Assenza e dare valore e futuro a ciò che, il tuo babbo, ha tramandato a te. Perché è vero che la puoi prendere comoda, ma, ad un certo punto dovrai pur chiudere la porta, lasciarmi al buio, portare il Piennolo al suo posto e cenare con tua madre, che è l’allegria fatta persona ed ha una fiducia nella vita inossidabile. Delicata anche quando si mette a cercare ciò che non è stato conservato. Come, ad esempio, una sottiletta. Perquisisce ogni spazio accuratamente, utilizzando tutte due le mani, spingendo le braccia in profondità. Per poi affermare: ne farò senza.

Torniamo alla febbre gialla, all’infezione trasmessa all’uomo da una zanzara giunta dall’Africa sui galeoni degli scafisti dell’epoca. Il suo nome è  Aedes Aegypti, non so proprio come si pronunci, ed è una parente stretta della zanzara Tigre. Se te ne parlo e perché è ancora qui, ben presente in mezzo noi, e in piena salute. E’ una zanzara forte e si adatta senza alcun problema sia in un ambiente rurale, sia in un ambiente urbano che sia in America o in Asia, in Europa o in Africa o nella lontana Australia non importa. Aedes Aegypti campa alla grande, il sangue non manca mai nei capillari, è lei non punge per nutrirsi, punge per riprodursi e succhia fino a quando non è sazia.

Mio padre, John Gorrie, giudice di pace e sindaco di Apalachicola, in Florida, ideo la macchina refrigerante per abbassare la temperatura di chi contraeva la malattia. Purtroppo, come capita spesso, il povero babbo, dopo essersi messo alla ricerca di capitali per la commercializzazione con entusiasmo, non riuscì a convincere i finanziatori che avrebbe risolto i problemi di malfunzionamento e finì per morire non prospettando per la sua invenzione alcun futuro. Morì nel 1855. E quindi non ha potuto vedere quanti si dedicarono, successivamente, a perfezionare il suo dispositivo. Guarda, che eleganza. Se potesse vedermi, sarebbe orgoglioso di sé e se avesse potuto, se fosse vissuto, sarebbe sicuramente andato a stringere la mano, nel 1876 al suo illustre collega ( così l’avrebbe apostrofato )  J. Tellier, di cui mi è ancora difficile capire per quale nome sta J puntata. Magari a Buenos Aires, al molo del porto, per vedere partire il piroscafo con il suo dispositivo a bordo, istallato direttamente sulla stiva, e scorgere l’inizio di un cambiamento profondo delle attività economiche e delle abitudini globali nella commercializzazione e nei consumi alimentari dei popoli.

J puntato Tellier era un fisico ed ebbe l’incarico di escogitare un sistema di trasporto della carne macellata in Argentina verso la Francia. E lui progettò un impianto per conservare a bassa temperatura la carne. Dalla febbre gialla alla macellazione, così ho origine, ed oggi sono l’elettrodomestico che si gioca con la lavatrice il primato dell’uso e della diffusione nelle case di tutto il mondo. A differenza della lavatrice, io sono sempre acceso e sono anche seduttivo con le mie forme rotonde e il mio colore acceso. E la mia porta si apre e si chiude continuamente, a differenza della lavatrice, che pure è un’eccellente invenzione, ma che viene messa in funzione solo quando deve fare il bucato. Io no, non riposo mai. Se mi guasto non mi aggiustano, mi buttano e ne prendono un altro. Nell’era dell’usa e getta è così. Su questo non c’è differenza tra me e la lavatrice. La fine è la stessa. Ma sono abbastanza giovane e se non collassa qualche meccanismo ho un infinità di tempo per sopportare anche più di cinquanta aperture al giorno. Ciò che mi piace è conservare il vostro cibo, nutrirvi, conoscere attraverso l’alimentazione le vostre abitudini.

A me è andata bene.

In fabbrica, ci dicevamo: speriamo di non capitare in qualche famiglia bulimica, che pensa che noi possiamo sopportare il peso della loro fame senza reagire sputando fuori gli alimenti destinati a macerarsi a bassa temperatura. E ridevamo di gusto immaginando la scena. La verità e che noi frigoriferi disapproviamo lo spreco. Noi siamo la conservazione a bassa temperatura che ha sostituito le ghiacciaie, quelle che di cui spesso ti ha parlato nonno Aristide, quando raccontava della sua vita al paese, di come utilizzavano il ghiaccio per conservare il cibo. Costruendo delle buche grandi che ricoprivano di paglia e terra, di ottimi materiali isolanti, che d’inverno la neve riempiva. O del dopoguerra a Metrofavela, quando il  ghiaccio lo produceva l’industria e per le strade i ragazzini si divertivano a raccogliere i pezzi che cadevano dai carretti carichi di grossi blocchi, quando venivano tagliati per la vendita ai negozianti che vendevano cibi facilmente deperibili. Anche se l’immagine che più di ogni altra lo estasiava erano i banchi di cocomero rosso e fichi d’india d’estate che il freddo del ghiaccio frantumato rendevano belli da vedere e gustosi da mangiare. E dell’estasi che provava alla vista di un carretto che preparava le granite grattando il ghiaccio dai blocchi.

Un rinfresco. Ecco, questo sono io: un’idea, un brevetto, un carico di carne, una macchina artificiale refrigerante costruita per la prima volta nel 1748, da William Cullen, in Inghilterra. Ah, dimenticavo, il nome del piroscafo di J puntato Tellier, era Frigorique. Così raccontavano i vecchi frigo destinati allo sconto in fabbrica. Per finire nell’esaltazione generale ricordando le facce incredule, nel 1862, in occasione dell’esibizione internazionale di Londra, della folla stupefatta nel vedere un dispositivo dall’aspetto caldo che sfornava iceberg in miniatura. O quando si ricordava il Modello Domerle, che nel 1900, funzionante a elettricità fu prodotto in serie negli Stati Uniti, la patria di John Gorrie, ingegnere, giudice di pace e sindaco di Apalachicola, in Florida. La Patria del babbo. La stessa Patria che lanciò il più famoso di tutti i frigoriferi, Frigidaire, nel 1916. Che storia, è proprio una bella storia la mia. Che ha un capitolo italiano, che inizia negli anni cinquanta e non è si più chiuso, esattamente come in qualsiasi altra Nazione del mondo perché noi andiamo in h24.

Osservami bene, io sono un Ecofrigorifero, un elettrodomestico a basso consumo d’energia, un prodotto europeo. Appartengo alla tua contemporaneità. Che si è trovata ad affrontare il problema dello spreco del consumo dell’energia. E se pensi, che si è calcolato, che io e i mie parenti, ne consumiamo il trenta per cento dell’intero consumo domestico, comprenderai come è stata importante la scelta di comprare proprio me, il più caro, quello che l’energia quasi non la consuma più, tanto ne basta poco per essere in efficienza, quando, qualche mese fa, il vostro inossidabile vecchio Ariston ha tirato le cuoia.

Penso, mia cara, che non hai più tempo, ora.  Sono nato Frigorifero e non posso stare aperto ancora per molto, rischio un collasso. Adesso ti porti via il Piennolo, chiudi la mia porta, ti allontani da me, e vai da tua madre.

Sua madre……sente lo scorrere dell’acqua dalla fontana e avverte il movimento calmo delle mani mentre sciacqua e risciacqua  l’insalata.

Salvatore l’americano, il suo frigorifero,  ha smesso di essere il quasi vuoto illuminato e l’abitacolo s’è  fatto buio.

Ha chiuso lo sportello ed ha il Piennolo tra le mani a testa in giù.

Guarda sua madre, le sorride. Lei restituisce il sorriso e senza smettere di sciacquare e risciacquare l’insalata, le dice: – sai a cosa sto pensando? -. – A cosa? – A quando facevi la giornalista. Alla tua intraprendenza. A quei micidiali anni ottanta, che tanto ha odiato tuo padre. A quanto siamo stati orgogliosi del coraggio che hai avuto nel dire  no a quell’ambiente e quell’abitudine di presenziare alle feste socialiste per non restare fuori dal giro politico che si stava preparando per andare a comandare. Eri molto giovane, ma dimostrassi d’essere in possesso di una struttura culturale solidissima: quelle feste ti facevano vomitare, quell’espressione di modernità presenzialista erano i luoghi d’incontro preferiti dei made manwoman in italy, della rapace classe dirigente che si proponeva, allora, come classe di governo. E ci riuscirono acquisendo il dieci per cento del consenso elettorale. Mettendo in atto il ricatto del vaso di vetro stretto tra due vasi di coccio. Così  i socialisti indicavano i due grandi partiti di massa dell’epoca, che erano in evidente crisi di rappresentanza e largamente corrotti dai governi delle grandi intese. In quegli anni, noi, i comunisti italiani, eravamo guidati da un grande leader inascoltato dall’apparato, ma con un grande seguito nel Paese. Sto parlando di Berlinguer, amore mio, della personalità politica più amata da tuo padre e da me. Amata per il suo coraggio. Berlinguer prese le distanze dall’Unione Sovietica. Nel settantatre, dopo il colpo di stato in Cile, dichiarò, che lui, comunista, si sentiva più protetto sotto l’ombrello della Nato. Incredibile. Affermò con una sola frase la nostra identità occidentale ed europea. Diede alle radici di Spinelli acqua a sufficienza per non appassire dentro il nostro credo politico. E poi, quell’espressione d’autentica vicinanza alle lotte delle donne, alla loro richiesta  d’emancipazione. Come lo sentimmo al nostro fianco. E quanto abbiamo amato il suo pacifismo senza Dio. Per noi credenti fu come una liberazione: c’era il sovrumano e c’era l’umano. I popoli potevano ribellarsi all’idea della guerra come l’azione più semplice per regolare i propri conti. E poi, quella sua ostinata onestà. Fu lui a denunciare in Italia la presenza di una questione morale che coinvolgeva tutti noi, dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, come in una morsa. Povero Berlinguer, morì sul palco, a giugno, a Padova, mentre faceva un comizio. Era il millenovencentottantaquattro. Ai suoi funerali parteciparono milioni di persone. Ci andammo pure noi. Ti ricordi tuo padre? Non cacciò una lacrima. Guardava quelle fiumane umane che seguivano il corteo funebre e scuoteva la testa. Conoscevo i suoi pensieri, conoscevo le sue domande: chi difenderà questo popolo che chiede giustizia e equità? Chi, senza di lui? Finita l’emozione, quelli che stanno sul palco, cederanno di colpo alle tentazioni del potere. Sono già pronti per far questo. Senza più la diga, l’acqua scende e travolge ogni cosa. E tutto questa partecipazione sarà ricordata come una riuscita messa in scena, come fu per il funerale di Togliatti. Comunque, pur senza Berlinguer e senza bussola, i comunisti continuarono a rappresentare un terzo dell’elettorato, come i democristiani e Craxi diventò Primo ministro. E i comunisti e i democristiani finirono in bambola, come solo due giganti suonati. Il dopoguerra finì in quegli anni, l’Italia voltò pagina, lo fece con le famiglie di sempre, con quelle che stanno sempre in piedi al sicuro delle proprie rendite. Un tempo fascisti, poi democristiani, poi socialisti, poi berlusconiani. Ah, come stiamo inguaiati -.

-Si mamma, siamo proprio inguaiati. Il maligno è oggi ineleggibile ma la sua forza è intatta. Quello che è a Palazzo Ghigi adesso, quello che ha fatto le scarpe al povero Letta, Matteo Renzi, è uno di loro. E’ il prodotto di una visione politica che si è formata nei master televisivi della ruota  della Fortuna, del pranzo è servito, del grande fratello, di amici, di uomini e donne, di chi vuole essere milionario, dei tale è quale show. Il maligno è il loro capo. Il capo di questa modernità disinibita che l’occidente ha proposto come cifra culturale dell’avere, dell’ottenere, del fottere a sbafo a carico degli sfigati di sinistra e dei popolari contribuenti degradando la scuola pubblica, diminuendo i salari, aumentando il bisogno. Con lui è emersa come classe di governo un manipolo di uomini e di donne disposte a tutto pur di afferrare la modernità consumistica a volo -.

-Non ti perdonarono mai, cara, quegli ambienti, il modo con il quale interpretavi la tua responsabilità di direttore del by night metropolitano. Desti al tuo periodico un’immagine grafica curatissima e provocante e titoli a carattere cubitali che fecero storia. Sai alcuni furono profetici, ne ricordo alcuni: Gli Addestrati e i Sinistrati, che fecero arrabbiare i conservatori e i progressisti o quel: Fate Silenzio, Passa lo Straniero, che mise il dito nelle piaghe sociali che si stavano diffondendo come un infezione. Così come ricordo la pubblicazione di foto ad alto d’impatto e quei contenuti severi strutturati su frasi brevi e parole esatte. Scrittura rap la definisti, dopo che cominciasti ad apprezzare l’hip hop. Fu uno straordinario successo che hai riposto in garage, in archivio, insieme a tutto ciò che producesti in quegli anni con le tue redazioni e che forse è arrivato il momento di tirare fuori. In quegli anni hai portato a casa tanta nuova conoscenza ed io e tuo padre fummo contenti di poter guardare quegli avvenimenti con quel tuo punto di vista, sentirsi parte di quella ricerca sui nuovi linguaggi. Se oggi capisco qualcosa di come vanno le cose nel mondo lo devo a te. Hai sempre detto che il tuo fallimento è stata la naturale conseguenza di una impreparazione. Avevi dato a quella parola outsider un significato sbagliato. Quell’essere fuori infatti non era un punto di forza, significava che non eri dei loro, che stavi fuori dal giro. E non lo nascondevi. Per loro un direttore senza vita mondana era il nulla sovversivo. Vengo, vengo. Assicuravi. Poi, puntualmente mandavi qualcun altro –

L’hip hop … , cosa mi stai ricordando mamma. E’ vero,  in quegli anni io non sapevo esattamente cosa stessi facendo. Mi trovai a gestire qualche cosa più grande di me, ero assolutamente impreparata e inadatta mentre facevo cose da pazzi. Non potevo che fare la fine che ho fatto. Comunque, io di hip hop, all’epoca, non capivo assolutamente nulla. Ebbi la buona idea di nominare dei capiredattori per sezioni ascoltando il mio istinto e interrogando a lungo i proposti. Per la sezione musicale, partì da una decisione: quel posto non sarebbe stato di nessun giornalista musicale di Metrofavela. Li avevo frequentato abbastanza, erano dei marchettari tutto tondo. Così scelsi un giornalista di Caserta, Claudio. Mi affidai totalmente alla sua conoscenza e al suo amore per la musica e lo lasciai completamente libero di decidere quali contenuti musicali proporre e come farlo. Partì con quattro pagine e finì per ottenerne dodici e anche di più. Claudio ebbe su di me una forte influenza. Chissà che fine ha fatto? -.

Perché ridi? –

-Mi è venuta davanti agli occhi l’immagine di Claudio quando gli conferì l’incarico e gli chiesi, e fu quella l’unica mia interferenza nel suo lavoro: scopri che fine ha fatto Mia Martini. E lui, spalancando gli occhi, mi rispose: stai chiedendo della più grande interprete della canzone italiana e non ti stai grattando le palle. Tu conosci la storia della povera Mia, mamma. Si fece la nomea di portare scalogna e fu abbandonata da quasi tutti ed emarginata dalla scena musicale. Claudio disse: continua a fare concerti, a fare il tutto esaurito ma nessuno se la caca. Ci apriamo il giornale? Gli dissi si e fui molto emozionato quando la vidi in copertina e cominciai a rispondere alle telefonate più oscene che mai più mi è capitato di ascoltare. Nemmeno quando santificai Moana Pozzi, arrivarono a tanto. Claudio, con il suo lavoro accreditò il giornale negli ambienti musicali nonostante l’ostracismo e le maldicenze del più acrimonioso giornalista musicale di Metrofavela, ancora oggi molto attivo nel vomitare disgusto per tutto ciò che non piace a lui. Claudio mi spiegò l’hip hop, ed io ne fui conquistato. Quel linguaggio così asciutto e sonoro diventò il linguaggio del giornale e tutti i redattori, i collaboratori, le firme più prestigiose dovettero adattarsi. Quante litigate. Quanti vanfanculo mi sono presa. Ci godevo, lo confesso. Erano proprio ridicoli. Soprattutto quelli di sinistra, i giornalisti militanti, quelli che si erano accreditati nei salotti buoni dalla grande stampa. I liberali, poi, te li raccomando. Ciò che contava per loro era  il sensazionalismo manipolato. Loro dei fatti non se ne importavano proprio. Loro andavano dritti sulla persona, le squalificavano agli occhi dell’opinione pubblica, riducendo spesso il bersaglio alle cadute più rovinose. Per loro questo era fare del buon giornalismo. Una chiavicumma. Che la camorra utilizzò per sé, con i propri giornali, commisurando quante volte si era citati o fotografati sulla stampa per le proprie azioni criminali. Ed io, chi mi credevo d’essere io? Mamma, ti giuro, in quel tempo non mi credevo proprio nessuno, facevo il mio lavoro, cercavo di farlo bene e basta. Non potevo assolutamente immaginare che, in qualità di direttore di periodici di successo, esprimevo potere. Lo so, è stata un’ingenuità da ricovero. Ma così fu. Io non ero di quel mondo, io credevo nella funzione indipendente della stampa. Ancora credevo, che stupida, che il marcio che avevo visto, fosse una normale patologia sociale. Mai avrei pensato che il sistema costituzionale fosse così compromesso.  Ma lo capì velocemente, me la fecero pagare cara e amara la mia indipendenza. Me li fecero mettere nel culo i mie chi? Come? Quando? Dove? Perché? -.

Silenzio, così, d’improvviso.

Silenzio triste che esprimeva come una pasta densa quella fine così ingloriosa.

La Regina è nuda, titolò la Fanzine con la quale decise di parlare quando lasciò la direzione del By night.

Nuda, sconfitta, senza la liquidità della Regina bianca.

Concedesti quell’intervista al direttore, un tuo amico ch’era circondato da  una gran stima.

Ti confessò, quando v’incontraste al caffè di piazza Bellini, che mai si sarebbe aspettato un tuo si, che avessi derogato a quella scelta fatta di non concedere interviste o opinioni come era d’abitudine tra quanti amavano ascoltare il suono delle proprie parole.

 Il tuo amico direttore della  Fanzine, le disse che la notizia delle sue dimissioni si era sparsa veloce e che lui l’aveva avuta da un suo collaboratore, che per telefono aveva espresso contentezza lasciandosi andare ad offensivi commenti.

Lucia, capì. Nessuno l’avrebbe rimpianta. La scelta dell’editore di fare a meno del suo direttore storico, di lei, aveva messo l’euforia addosso a molti nell’ambiente.

Si chiese: Perché? E Le parole le scivolarono dalla bocca e il suo amico direttore le spiegò: cosa t’aspettavi? I fuochi d’artificio? Non si è mai visto a Metrofavela un direttore indipendente. Nei tuoi tre anni di direzione ti sei fatta tantissimi nemici e il successo editoriale dei tuoi periodici ha messo a soqquadro l’Ordine. Per due anni hai diretto il by night a Metrofavela senza essere iscritto all’albo dei pubblicisti senza che loro ne avessero conoscenza. Li hai fregati. Poi,  non hai mai guardato in faccia a nessuno e, colpa gravissima, nel nostro ambiente popolato da narcisisti e presuntuosi, tagliavi gli articoli.

Era tutto vero: disprezzavi l’Ordine, non andavi alle feste socialiste e tagliavi gli articoli perché quasi nessuno rispettava il totale delle parole assegnate loro. Al tuo amico direttore della Fanzine, gli spiegasti che le dimissione le avevi consegnate appena richieste, senza nemmeno uscire dalla stanza, che le scrivesti sulla scrivania dell’editore con un maiuscolo senza nulla a pretendere.

Ti dimettesti perché l’editore pretendeva da te un cambio di linea che non potevi garantirgli.

Solo dopo essere uscita dalla stanza, tremante dal nervoso, reprimendo quella voglia che saliva dai piedi di  spaccare tutto, compreso la faccia dell’editore, ti rendesti conto che avevi rinunciato, con stizza, anche alla buona educazione di salutare i colleghi e le colleghe che avevano collaborato con te con passione e professionalità, e i lettori, ch’erano di gran numero.

Arrivasti a piazza Bellini, con largo anticipo. Ordinasti tre caffè, uno dietro l’altro. Fino a quel momento le interviste le avevi fatte tu agli altri. E adesso avevi la paura addosso di lasciarti andare a qualche sfogo, di non mantenere al suo posto quella voglia matta di dire la verità, di raccontare come sono andate le cose, del suo rifiuto istintuale a non cedere nemmeno di un millimetro dalle sue convinzioni professionali.

A cosa sarebbe servito? A nulla. Dovunque conta la proprietà, e la sua aveva deciso di far cassa.

Il suo amico direttore della Fanzine, arrivò puntuale alle undici. Lei si alzò per salutarlo. Si abbracciarono con affetto mentre lui le disse sussurrandoglielo nell’orecchio:  hai resistito un tempo infinito, sei stata brava. E lei, staccandosi da lui, guardandolo dritto negli occhi: ho creduto alle favole, è tutto finito.

Si sedettero e l’intervista si trasformò in una lungo racconto sulla sua scelta del linguaggio rap nel fare il giornale. E spese  belle parole per Claudio che gli spiegò attraverso la musica il fenomeno del writing, creatore di una comune identità dei giovani,  che ai più sfuggiva per la sua assoluta libertà espressiva e per la forza della sua interattività con il suono, il ballo e il canto.  Facendola capire che il nuovo linguaggio era interattivo e rifletteva autenticamente il linguaggio della città come lo spazio espressivo. Ch’era nato in America e giunto fino a noi per la sua forza comunicativa. Fu come trovarsi dinanzi ad un spartiacque, da un lato il tuo linguaggio fatto di soggetti, azioni e complementi, dall’altro la comunicazione urbana contemporanea che si espandeva con la musica, la danza, l’abbigliamento, il design.

Scelse l’orizzonte, il multiculturalismo che l’hip hop condensava con le sue radici africane e le tante influenze culturali che formavano il dna di una città come New York, una città competitiva, pronta ad accogliere la battaglia a colpi di rime rap per svalutare il proprio avversario con la forza delle proprie liriche e delle proprie qualità personali. Claudio aveva una personalità forte, e le passò la sfida: portiamo New York a Napoli. Ecco, questo fu il segreto del successo.  Fu un connettersi alla cultura urbana, e il linguaggio rap destava impressioni forti sul pubblico, era il loro linguaggio, il ritmo giusto per conoscere ogni notte il poeta degli amorevoli sensi o il nemico da sconfiggere.

Il tuo by night  fu questa combinazione tra cronaca e divertimento. Il tuo by night si accompagnava al drink, si mostrava disinibito,  si leggeva velocemente e si capiva ciò che si leggeva. Le cubiste tenevano calda la pista, voi il cervello. Eravate dei writers, una forma d’arte, qualcosa di diverso da tutto ciò che s’era visto fino ad allora a Metrofavela. Non utilizzaste le metropolitane o i vagone dei treni o i muri della citta, i vostri graffiti li disegnavate sulle pagine, al computer e non eravate né un crew,  né una gang. Eravate un gruppo di fotografi, di grafici, di disegnatori, di giornalisti, di creatori di un luogo urbano fatto di immagini e di parole dirette, schiette, diffuse con lo stile della cattiva educazione perché non c’era nessuna caccia allo scoop.

Tutto quel caleidoscopio erano proiettili sparati a raffica e senza mirare nessuno. Partivano e si dirigevano ovunque e la balistica impazzì nel tentativo di cercare di capire quella potenza delle parole e delle immagini.  

Ti dispiace? Il tuo amico direttore della Fanzina lo chiese.

Gli rispondesti: si, mi dispiace molto aver fallito. Ma non mi tormenterò, cercherò di resettare in fretta questa esperienza. Sono una donna a cui piace stare anche da sola, è una attitudine notturna. E’ un’estraneazione: non vedo, non sento, non avverto i loro schemi e se brindano alla mia solitudine non m’importa. Ciò che conta è sentire dentro che hai fatto il tuo dovere al meglio. E il mio by night ha funzionato, ha creato reti, investimenti, lavoro. Brindo al successore.

Poi chiedesti di poter mandare un saluto ai colleghi e ai lettori. E il tuo amico di suggerì di scriverlo di tuo pugno.

Così prendesti il suo taccuino e scrivesti: Cari lettori e care lettrici ho lasciato, non sono più il direttore del By night metropolitano. E’ semplicemente accaduto che è finito il mio tempo. Qualcun altro continuerà. Non sono felice.  Non è stato facile rinunciare senza aver realizzato interamente il mio progetto creativo. E’ andata così. Ciò che mi consola è l’aver lavorato, insieme e assieme a voi, ad un affresco narrativo che conserverò tra i miei preziosi. Sono cosciente che insieme alla direzione se ne va anche la professione. Non ho nessuna recriminazione, ho operato in piena indipendenza e autonomia ed ho goduto di una libertà così piena da suscitare invidia. Adesso farò la madre e ballerò il tango con Dario. Grazie e non smettete mai di cercare la felicità, la nutella che accompagna quotidianamente il piacere di essere liberi di fare colazione al calare della sera.

Il tuo amico direttore della Fanzina lesse il tuo saluto sul suo taccuino, chiese il conto, pagò, si alzò, ti strinse a sé e se ne andò.

Fu bello trovarsi qualche sera dopo, sopra un tavolinetto all’aperto sul lungomare di Metrofavela, in prima pagina.

Il tuo amico direttore oltre l’intervista ricostruì il tuo approccio al mestiere. Ti trattò bene.

Come ti  manca il lavoro in redazione.  

Aspettavi che tutti uscissero per restare sola. A volta vi passavi delle ore, o tutta la notte, dipendeva da ciò che c’era da fare. Quasi tutti scrivevano più del dovuto, facevano fatica a stare nello spazio assegnato. Era un lavoro che  facevi con cura usando esattamente il numero di lettere disponibili senza snaturare il contenuto. Una fatica immane che creo moltissimi malumori soprattutto tra i giornalisti affermati e tra i pieni di sé. Eppure, alla domanda fatidica: ho cambiato il senso, il contenuto? No, mai, ti rispondevano. Eppure non gradivano. Alcuni addirittura passavano alle minacce. Non t’importava, facevi ciò che andava fatto.

Quando finalmente uscivi e t’incamminavi in lunghissime passeggiate nei vicoli della città senza comandamenti e ad ogni incrocio sceglievi la direzione meno battuta dal disonore per evitare, almeno per un po’, gli uomini e le donne dei due governi che hanno giurisdizione a Metrofavela, che fanno business tra loro, che ogni giorno fronteggiavi dalla tua scrivania.

I cittadini e le cittadine dei due governi erano e sono qui, ancora, lazzari e borghesi, come i loro padri e le loro madri e i padri dei loro padri e le madri delle loro madri, agli stessi incroci.  

Erano e sono qui ancora a fottersene di ogni cosa. In attesa del tam tam e della cenere.

Metrofavela è la città degli incroci. Ce ne sono ovunque: tra i vicoli del Centro antico, tra le strade parallele e perpendicolari delle Favela spagnole, tra un palazzo e l’altro della Favela della Sanità. Ad est ed ad ovest della città, dove le Favela hanno nomi di antichi casali e dormitori verticali a fare da fari alle dismissioni industriali. Mentre a nord, dove c’è l’aeroporto e dalle collina di Capodichino si può ammirare  Capri, la campagna che si perdeva all’orizzonte non esiste più, al suo posto c’è la Favela Scampia, la Favela contemporanea a scorrimento veloce e con le vedette sopra i tetti dei palazzoni di tredici piani. Le stesse che sono in servizio sulle terrazze della Favela di Posillipo e nelle portinerie della Favela del Vomero.

Le stesse vedette che sono ad ogni incrocio a controllare che tutto sia in ordine, perché sono quelli i territori strategici per i clan. Per i tanti clan familiari che infestano la città e la divorano dalle viscere. Uno, due, tre, quattro, cinque …  per Favela. Ci si nasce dentro, ci si affilia. E chi non ne fa parte è un nemico. Sono clan in guerra permanente. Pistole e avvocati. Carceri e cimiteri. Psichiatri e bunker. Quanti morti negli ultimi quarant’anni. Decine di migliaia. Morti della Repubblica. Intere generazioni di ragazzi a cui la camorra ha mangiato il cervello con i fulmini di potere e a cui i partiti hanno chiesto il voto.

Quando tenevi la mano di nonna Caterina non avevi percezione del male che si nascondeva tra i banchi della frutta e della verdura nella Favela di Sant’Antonio Abate. Eri incantata dai quei colori vivi di stagione e anche se la folla del mercato ti spaventava, il tempo che trascorrevi al mercato sembrava sempre correre troppo velocemente da un gennaio all’altro, da un inverno all’altro, da un festeggiamento all’altro.

Passato il Natale, brindato al nuovo anno, svuotate le calza della Befana al mercato cominciavano ad alzarsi piani di legname. I guaglioni costruivano i ceppi per la festa del santo. Che cadeva il  17 gennaio.

In quei giorni a farti compagnia era  il canto a fronne che intonavano al mercato.

Nonna ti diceva: ascolta Lucia, questo è il canto della terra che accompagnerà al macello la madre scrofa in onore di Sant’Antuono, che nel  medioevo usò il grasso dell’animale per curare un’infezione che si trasmetteva attraverso l’aria e bruciava la pelle e danneggiava il sistema nervoso.

E raccontava con la sua bella voce che tutto ebbe iniziò a Barcellona, millesettecento anni fa, quando madre scrofa lasciò cadere dalle fauci un porcellino zoppo e malato ai piedi del Santo, che guarì il porcellino,  che poi divenne il suo inseparabile seguace per tutta la vita, cambiando, così, la storia del cibo cristiano, che prima non mangiava la carne dell’animale immondo e poi non buttò più niente del corpo del maiale.

-E’ vero mamma, andò così ? -.

-Cosa andò così, Lucia ?-.

Andò che Lucia  neanche ascoltò la risposta. Sant’Antuono, Marcello, la scrofa. Che giorno è ? Non è ancora Natale. C’è tempo per il carnevale. Adesso c’è il Piennolo da sistemare al suo posto, c’è da dare inizio alla lunga rappresentazione pagana che porterà alla nascita di Gesù, in un work in progress, che scena dopo scena, accompagnerà i napoletani e i Re Magi fino alla grotta. Dove ad attenderli ci sarà l’Immacolata e la Befana. L’una vergine con il suo amato falegname, sarà al caldo del bue e dell’asinello e l’altra svolazzerà con la sua scopa magica, sfidando il freddo, il 6 gennaio.

I Re magi porteranno oro argento e mirra alla sacra famiglia, la Befana caramelle e dolciumi ai napoletani, che si azzufferanno per un lecca lecca.

Lucia è, ubiqua: è nei decumani del centro antico e nelle vie autostradali delle periferie. E’ dentro una scenografie irreale della Gerusalemme napoletana, dove il Piennolo è sul presepio dei pastori di San Gregorio Armeno e su quello degli uomini di via Baku insieme al melone verde che sarà la polpa bianca e dolce che avvierà alla fine il pranzo di Natale su ogni tavola, tagliato a fette succose. E’ il convivio del vicolo e quello delle case celesti. Un solo unico: va fa mocc all’anno che va e all’anno che viene. Tanto non cambia niente, sarà sempre tifo, musica e pistole. Sarà allegria e lutto. Ma si fa luce, e luce sia, con le luminarie d’artista e con quelle kitsch  che fanno uscire di testa i bambini viziati dal consumo, che già hanno tra le mani il più avanzato smartphone, la play station numero 4 come la mamma il profumo taroccato.

Nella mente di Lucia gli abitanti della città sono fantasia poderosa e generano caos.

Chi fa i miracoli strabilianti non risorge, è nascosto nel bunker, è un morto che si mangia i vivi.

Che casino: il Piennolo, il melone, il Babbo che non c’è più.

Sul presepe di Metrofavela la vita è dura come lo sono i susamielli e tenera come la pastiera. Vira Lucia e guarda Benito dormire e immagina nel suo sogno di essere Maradona. Guarda le braccia della lavandaia forti come quelle del fabbro. Guarda  le pecorelle che si tengono in equilibrio sul muschio mentre girano le pale del mulino ed i fornai infornano il pane e al fiume ci sono i pescatori di anguille e alla Pignasecca si recita la preghiera dell’abbondanza ai banchi della frutta e delle verdure che sono trip di colori accesi, eccesso sensoriale, sfumature di una Betlemme di sughero e tufo, pacificata, familiare. Il contrario della depersonalizzazione criminale, del vettore della crudeltà che bagna la città di mare con abitanti in movimento che non dialogano perché si disprezzano, come delle doppie anime in un solo corpo.

Come governare la scena? Musica, musica, ci vuole la musica. Non un sottofondo, a palla.

Suonino le tammorre, si versi il vino, ci si lasci andare alla libidine della terra e delle mamme Schiavone e largo al  piacere on the road che va verso l’ignoto che affascina i bastardi e i viaggiatori che non hanno rabbia da smaltire, ma esperienze da fare lontano da casa, dal proprio habitat, dalla propria città.

Movimento, movimento, ci vuole movimento. Bisogna andare. Ma dove? Qual è la via giusta? Quale confine bisogna attraversare affinché il Piennolo sia al suo posto, affianco al melone verde e non soffocato nel cassetto del frigorifero?

Il Regista, l’onnisciente, il narcisista intervenga. Chi sa già tutto, sa che Lucia è finita in uno dei suoi universi: ha preso dal cassetto il grappolo, lo ha liberato dal freddo, lo ha messo a testa in giù, lo ha appoggiato sul tavolo e adesso si appresta a  metterlo al suo posto, appeso al suo gancio fissato nel soffitto del balcone.

Sua madre la osserva.

Lucia aggancia il Piennolo, scende dalla sedia e si avvia verso  il frigorifero. Ancora è tentata dal prendere le olive nere, i capperi e mettersi ai fornelli e preparare uno spaghetto alla puttanesca, il piatto del presepe del bordello con i suoi pastori femmina abbigliate con colori vistosi promettenti di piaceri carnali, di bollori gustosi facili da preparare e veloci da consumare. Una ricetta che Yvette la francese, la puttana caustica, inventò per celebrare se stessa e la professione più antica del mondo senza perdersi nelle vongole fuiute, che hanno, si, la grazia delle valve aperte ma non il rossore del pomodorino, lo scuro delle olive, il grigio verde dei capperi, la solidità di una salsa che dà calore alle lenzuola e senso al sesso comprato e venduto nei bordelli e nelle strade.

Alla fine, prende dal frigorifero il salame, il formaggio e il vasetto con le olive bianche.

Lo apre e lo richiude in fretta, il vuoto illuminato e ancor meno illuminato e Salvatore è un bel tipo di frigorifero.

La puttanesca sarà per un’altra volta.

Sua madre, che intanto sta condendo con l’olio di semi di arachidi una insalata incappucciata, non l’ha mai persa di vista.

Lucia guarda  la tovaglia stesa sul tavolo  apparecchiato con i bicchieri, le posate, i piatti, i fazzoletti, l’acqua, il pane e il suo Piennolo.

Le sorride e le domanda: –  mamma, ma tu non ti perdi mai? –

– Mai capitato dentro un frigorifero, cosa c’era di tanto interessante da guardare? E cosa andò così? -.

La televisione è accesa nella stanza dei vicini.

Si sentono le voci familiari di una soap opera.  

La stanza da pranzo  è illuminata a giorno. La luce dal soffitto si espande fino a metà del lungo corridoio che porta, passando dinanzi alla cucina, nella zona notte della casa.

Sono stanche, Lucia e sua madre. Sono sole e sfinite e lucide.

Hanno attraversato  giornate dolorose. Niente sarà più come ieri. Il Babbo è morto. Una parte consistente della loro vita ha concluso il suo ciclo. Devono  guardare avanti, alla quotidianità senza di lui, per esserci senza rimpianti, per allontanare da sé le  giornate che offriranno il gelo del passaggio tra la luce e il buio e tra il buio e la luce come un amaro da bere senza compagnia.

Loro due sanno che ciò che è accaduto non è un affronto, ma è la fine di un tempo assegnato, andato.

Lucia e sua madre sono eredi di una cultura di antiche saggezze. Non si lasceranno travolgere da ciò che sono state e non saranno più. Vivranno la malinconia che fa andare e poi tornare la felicità che consola il pianto. Vivranno senza avere rimorsi su ciò che hanno mancato. E’ andata come doveva andare, così c’era scritto nello stemma della loro famiglia.

E andare significava vivere immersi nella condizione umana, continuare a camminare con la morte accanto.

Per Lucia e sua madre questo è il tempo del dolore, una transizione necessaria per fare i conti con l’Assenza, da condividere insieme, con la stessa intensità con la quale hanno goduto quel padre e quel marito così dolcemente fuori dal comune. Che l’aveva accolta nelle sue braccia come una grazia.

Cos’è il tempo per loro due? Non so cosa dire, come Martin mi mancano le parole, oltre quelle che ho usato, quelle che userò.

Lucia e sua madre sono presente e presenti. Ciò che hanno amato non c’è più. Ciò che amano è lì. Ciò che ameranno non lo conoscono. Tutto qui.

Il futuro è iniziato.

Domani il paesaggio giallo arancio e rosso fuoco, quello che introduce alla notte, sarà di nuovo visibile ai loro occhi. Così come lo sarà la luminosità dell’alba. Lucia e sua madre sanno che la vita è risveglio ovunque, anche negli anfratti più nascosti, nelle solitudini più disperate. Sarà così pure per loro due. E cominceranno la giornata con l’odore del caffè.

Lucia e sua madre sono orfana e vedova. Condividono un disorientamento. La loro particolare Assenza è lì e non è lì, ora. Ancora per poco. Poi il profumo della pelle svanirà, il passo leggero si fermerà,  il linguaggio schietto ammutolirà. E già così, non ancora del tutto così. Questione di ore.

Il futuro è iniziato.

E’ qui e non qui. Nella sua casa e già altrove. Come lo era lei, la mamma. Come lo siamo tutti quando il punto ci costringe a misurarci con la fine di una storia. Costringendoci a mettere nella borsa da viaggio il tempo che resta.

Guarda la madre mentre solleva l’insalatiera rossa. Verde di foglie di incappucciata in questa sera di febbraio del 2014. Solleva l’insalatiera e Lucia finisce dentro un’intima quiete.

-Il Piennolo l’ho comprato prima che tuo padre fosse ricoverato in ospedale, prima che tutto precipitasse. Erano settimane che mi chiedeva insistentemente del Piennolo.  Così l’ho comprato e l’ho messo nel frigorifero. Quando gliel’ho detto è sembrato una pasqua. Ne stava facendo una malattia. Si era raccomandato che l’appendessi al suo posto vicino al  melone verde di Natale per farli maturare insieme. Non l’ho fatto, l’ho odiato questo Piennolo. Adesso non più. Mettilo al suo posto, dai -.

Dovevano maturare insieme. Insieme, Lucia. Mentre l’irrefrenabile e l’irriflessiva follia del Natale si mostrava al Babbo dalla finestra dell’ospedale, in lontananza, loro dovevano maturare l’uno affianco all’altro.

Din don dan, din don dan.

E’ nato, Lucia.

A Metrofavela è nato Gesù.

Din don dan.

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