Il pizzaiolo Sorbillo, Salvini, la bomba e il ‘foruncolo sul naso’ di De Magistris
Gennaio 16, 2019
Buonismo inutile interrompere le partite, Ancelotti e il Napoli abbandonino il campo in caso di cori ritenuti razzisti
Gennaio 15, 2019

IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (sedicesima puntata)

Sedicesima puntata
——————————

Fuori cena


Non è il varietà.  

Metrofavela è un luccicare di luci spente e di paillettes scolorite, di stecche e di palle dei biliardi, di monete inserite nei video poker.

Metrofavela è dormitorio con vista sul golfo.

Madre e figlia guardano dal balcone la città ignorante. La cena è lì, sul tavolo, in attesa.

Fumano e quel paesaggio di case su case si distende dinanzi a loro sui tetti irregolari e sul bosco di antenne paraboliche per i cellulari.

Sono in alto, le nuvole di fumo salgono dal dodicesimo piano del grattacielo di mattoni, che l’Istituto delle case popolari ha costruito al confine con il cimitero.

La loro vista non è sui viali sconnessi dei fossi e delle nicchie, è sulla realtà cruenta che si estende a vista d’occhio dalla Favela di Miano al mare di Licola, su un milione e mezzo di persone, su un terzo di tutti gli abitanti di Metrofavela.

Battiti cardiaci e cemento. Veraci e illusori. Ma si può volare, si può  sempre volare con la fantasia e far finta che tutto vada bene e che la botta in testa è vita. Crudele, ma vita. Anche se si è  sulla strada strafatti di droga, alcol e dolore e senza più bestemmie da pronunciare dove sconosciuti si avvicinano per pagare con qualche moneta le mani, la bocca, le intimità sotto gli occhi di tutti, a cielo aperto.

La polizia passa e va oltre questi oltraggi, questi reati, quest’adolescenza abusata dopo essere stata illusa o rapita in qualche luogo della terra, dove non tenta la mela ma l’inganno.

Si può sempre volare, volare oltre le nuvole di fumo denso di cancro. E dall’alto accendere l’interruttore della luce che non si è mai vista prima. Si chiama Speranza. C’è dove non c’è pace, c’è nell’occhio che splende, che solleva, che ama dove la prepotenza è comandamento.  

Battiti cardiaci e cemento, i loro battiti. Di madre e di figlia  unite da quella scelta della Speranza per non separarsi dalla loro comunità, risiedendo sulla stessa  terra cotta.

Ti voglio bene mamma, ti voglio bene figlia.

Guardano il paesaggio: dov’è la linea che non c’è che separa la terra dal cielo? Che lascia immaginare l’inesplorato, universi da scoprire, luoghi nei quali andare per costruire nuovi percorsi, nuovi orizzonti.

Fumano e sentono salire dalle strade il ronzio degli sciame di quest’epoca delle folle e delle follie.

Passerà, ma intanto gli sciame di Metrofavela sono lì sotto e si muovono divisi per sangue, per apparentamenti, per alleanze.

Controllano il territorio, ne hanno il governo.  Ogni sciame ne ha un pezzo. A volte di un solo palazzo, di un solo vicolo, di una sola strada, di una sola agenzia di onoranze funebri.

Si deve pur campare a Metrofavela, è questa la mala filosofia antica del popolo napoletano, la sua cattiva radice che continua a fiorire dai sotterranei.

E’ per campare.

Per campare si è disposti a buttare il sangue e a far buttare il sangue. Ad essere oggi sotto e domani padrone. Campare significa vivere per sopravvivere, ed ogni giorno è un giorno in più senza importanza. Chi campa per sopravvivere non ha futuro, non ha niente.

C’è chi dice che prima non era così. Che prima c’era l’arte dell’arrangiarsi, dell’inventarsi.

Si borseggiava, si truffava, si contrabbandava. La città pullulava di magliari, di magnaccia, di usurai.

E’ un prima che non conosciamo. Lucia è attraversata da un brivido. Accende un’altra sigaretta. Ragiona: siamo cresciuti nei dormitori, nella promiscuità, nella miseria, nel sottobosco metropolitano. La nostra formazione è underground, è metallica. Anni ottanta, anni novanta, anni del crimine made in Italy. Un morto all’ora veste Prada. A Milano. A Metrovafela Versage cuce il cappotto di legno. Siamo vissuti fuori controllo. Canne, eroina, cocaina, acidi, suicidi. Va dove ti porta il cuore. Dove? Ho la pelle marchiata. Mi dissocio, mi pento. Su YouTube. Ero il male, adesso sono il bene. Vi racconto come. Recensioni. Salirò, salirò. Banalità dei reality show. Non c’è speranza con queste probabilità. Con queste probabilità chi ce la fa diventa un problema in più. Ci hanno fottuto, questa la verità. Ci hanno fottuti ad uno ad uno. I magliari, i contrabbandieri, gli usurai di un tempo. Noi li conosciamo come palazzinari, corruttori, infedeli, criminali. C’è chi sta sopra Posillipo e chi sta qua. C’è chi dà ordini e chi li riceve. C’è chi fa affari, chi fa l’imprenditore, chi l’avvocato, chi l’analista finanziario, chi il fiscalista, chi l’architetto, chi la politica, chi il giornalista, chi il poeta. Bisogna far girare il Sistema e mantenere lo stato sociale mafioso.

Adesso è il momento dei  piccerilli che tenen e palle per regnere a mutanda.

Palle con il pene e con il clitoride per riempire le mutande. Perché non c’è differenza di genere che tenga in questo tempo senza madri e senza padri. Gli uomini sono degli inseminatori e le donne partoriscono senza dolore figli destinati a fare la guerra per difendere se stessi dagli attacchi e per far crescere gli affari e accrescere il potere. Perché queste sono le regole, queste le leggi, questo lo Stato fondato sulla costituzione camorrista.

Boom, boom, boom: c’è il nuovo capo. Si è fatto un Selfie, è in rete. Marò, quanto è bello. Domani lavoreranno i tatuatori. Il cervello di Lucia è un tumulto

Fumano sul declino della civiltà, sugli sciame digitali, sul dominio esistente, sui mi piace di una generazione perduta come la precedente, e quella perduta ancora prima per afferrare un fulmine del potere, per avere ciò che non si ha, per essere ricchi, potenti, crudeli e per una notte ubriachi di moet & chandon, di porsche, di sesso, di immortalità.

Tutto d’un fiato, senza anima, senza respiro. Boom. Ci pensa la famiglia, l’unica voce che conta, su cui contare.

Fumano fuori cena e fuori da quel contesto senza comunità, dove ha senso l’uomo della folla, quindi nessuno.

Dov’è il passato? Dov’è il futuro? Chi ha sparato, chi? Chi comanda adesso? Adolescenti boss, bocche sporche di latte amaro. Non come un tempo? Ritorna la memoria di un umanità forse mai esistita ma solo immaginata nel canto del sole che sta sulla fronte amata, che magari preferisce un altro amante, che si fa fuori e poi si va in Germania a faticare per tutti quanti. Storie strappalacrime e strapparisate di un popolo millenario che si regge su un uovo, che ha su di sé il peso di un castello

Se adesso, per magia, sul balcone, facesse la sua comparsa Caterina dal sangue blu, e si unisse a loro per fumare, la madre diventerebbe figlia e Lucia tornerebbe ad essere nipote. Allora il novecento avrebbe un suo inizio e una sua fine e il passaggio del testimone sincronizzato con chi adesso dovrà correre per il suo giro, e farlo veloce per raggiungere il traguardo prima che a Metrofavela scatti il coprifuoco, alle otto in punto, quando i negozi chiudono e le due ruote si radunano per andare a caccia di Nanà, di Nicola, di Nando.

Via da qui. Non li tratterrò.

Dall’alto vede la scuola dismessa ora occupata da famiglie senza casa. Nelle aule cucine, letti, armadi. Si sentono le voci, da lontano, come un richiamo. Cos’è che non va? L’illegalità, il rigetto congenito delle leggi, la ristrettezza delle regole, il chi se ne fotte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *