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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (diciottesima puntata)

Cari lettori e lettrici scusate il ritardo.
Questo ultimo capitolo ha tardato a venire alla luce.
Ma ora, eccolo qua. Così si chiude questo mio romanzo.
Voglio ringraziare il direttore Giuseppe Papa per aver dato credito alla mia presunzione.
E rendere conto delle emozioni che la vostra attenzione così numerosa mi ha procurato.
E’ un romanzo di donne e le donne mi hanno scritto parole di riconoscimento, nel senso che si sono riconosciute nei tratti alle donne che la vita la donano e la proteggono o la distruggono.
Donne di Metrofavela. Uomini di Metrofavela.
Padri che sono semi quando non sono erbaccia.
Adesso, con questo finale inizia il cammino di “Non è vero niente” in direzione dello scaffale.
A presto e grazie.

Diciottesima puntata
——————————

Non è vero niente

Non è vero niente. Niente di niente.  Ho parlato di te controvoglia, per necessità, per potermi liberare dall’infelicità che porti con te.

Ti ho affrontata, mi sono fatta Assenza anch’io. Ho resistito finché ho potuto alla tua forza. Ho pensato anche di poter vincere in un dato momento. Mi sono illusa. Sono una donna e l’inganno della mente fa fantasticare, fa credere nelle azioni impossibili, nei miracoli.

Fa credere ad un vivo la possibilità della metamorfosi, della mutazione.

Non c’è un tempo per tutto, anch’io per il naturale corso degli avvenimenti o del destino o di chissà chi ha deciso che ogni specie umana abbia un giorno o cento anni per gioire del creato.

Lo ricorderò quel giorno che verrà. Ricorderò l’attimo esatto in cui il vagheggiamento finirà con il suo arrivo e sarà un’impressione violenta. Ci sei/Non ci sei in un flash.

Mi hanno detto che sono stata una roccia, mi hanno baciata gli sconosciuti mentre le particelle del Babbo fluttuavano per casa e si adagiavano sui capelli e sul pelo.

Quando sono tornata a lavoro non ho fatto concessioni a me stessa. Odio la commiserazione. Sono andata incontro alla quotidianità convinta: nessuno può comprendere il lutto di un altro.

Davvero non so come ho fatto a fare finta che tutto andava bene, che così è la vita, una affacciata alla finestra.

Proprio non lo so. Poi il crollo. Atteso da mamma, da Dario, dai mie figli. Compresa da te, amico prezioso, ossigeno della mia esistenza. Non hai voluto interrompere la cura. Poi l’email.

Ho fatto una fatica immane a reggere l’urto.

Ho richiamato Dario, gli ho detto che avevo saputo, che non mi aspettassero per domani.

E mi sono messa a scrivere determinata a mettere la parola fine al presagio delle mie parole.

Adesso sono pronta per venire da te. Il punto è arrivato e non è vero. Tutto quanto è un’immaginazione. Antonella amica delle mie confidenze perché? Che domanda stupida.

Adesso sono fuori la tua porta Maurizio. Ho nella borsa  lo stampato. Lo leggerai prima di Dario. E’ il mio atto d’amore per te.

Suona il campanello. Dall’interno il rumore dei passi e la voce di Maurizio: – chi è? –

-Sono Lucia -.

-Lucia. È Lucia …, arrivo… eccomi… cara… -.

Come vorrei poter sapere descrivere quel preciso istante in cui Maurizio apre la porta  e Lucia gli sussurra su un onda media estesissima: – Ciao, come stai? Hai la faccia sorpresa, non ti aspettavi la mia visita? Ho letto ieri la tua email. Vieni, fatti abbracciare. Mi avete tenuta all’oscuro. Grazie. Sono stata male. Mi hai scritto che Dario mi ha curato bene, che per il mio  male oscuro ci voleva sonno e silenzio. Amore mio, amico mio, sei una persona speciale. Non dirmi di non piangere. Non ho dentro il tuo dolore, ho il mio. Ti ho portato questo maledetto libro presagio. Il Babbo, Antonella. L’ho portato con me, ho scritto di lei, di te, della nostra vita che è qui. Qui, Maurizio, qui-.

Abbracciati stretti, uniti in un pianto liberatorio, nello scorrere del tempo. Gioia per quelle mani che sorreggono, che insieme chiudono la porta alle proprie spalle, che si staccano piano piano per non lasciare andare via quel contatto che li ha sempre resi intraprendenti.

-Sto come sto, sto come mi vedi. Fatti guardare. Sei giù di peso ma  hai luce intorno. Sono felice che tu sia qui, ora -.

-Felice? -.

-Si, felice di essere in piedi e di accoglieri. Felice di poter  godere della tua amicizia. Se, io, adesso ti: cammino affianco alla mia Assenza che non ha vissuto triste, tu capisci cosa intendo, a cosa mi riferisco. Ma dimmi, come stai, tu come stai? -.

-Sto come stai tu, in piedi.  E cammino con il Babbo accanto. Mentre venivo da te mi è salito da dentro il desiderio di andare lì dove lui è nato sbattendo la testa. E pensavo di farlo con te. Lo facciamo? Vieni con me nella Favela della Sanità? Ti porterò su al Vico Principe, ci facciamo tutta la salita e ci fermiamo in cima e lì ci mettiamo a contemplare  la vita degli eroi e dirgli grazie. Verrai, vero? Verrai?-.

-Si, verrò, domani o quando vuoi tu, andremo ad onorare tuo padre. Conosco la storia, so che farà bene anche a me respirare la libertà che loro ci hanno donato con l’onore di un popolo che è eccessivo in tutto ciò che fa perché non ama essere messa sotto. Metrofavela, quando è necessario e urgente diventa un popolo solo, e l’occupante viene cacciato via tra fischi e pernacchie nello stesso momento in cui si sotterrano i morti della rivolta e amen -.

-Era ragazzino il mio Babbo, e stava lì, grande tra i grandi, nel tumulto popolare a tirare sassi e bottiglie incendiarie -.

-Sai, ho tra i tanti ricordi di tuo padre, alcuni che sono ricorrenti. Su questo  argomento qualche tempo fa disse parole che si tatuarono dentro il mio pensare: Prendemmo la decisione giusta -.

-Lo ripeteva sempre, aveva costruito una sintesi, un periodo breve da offrire a chi ne fosse interessato. Uno di quelli che  non scordi più: Scegliemmo con chi stare e prendemmo la decisione giusta per il tempo necessario a cacciare via gli occupanti. Ho visto il coraggio, ho vissuto il coraggio -.

Lucia scoppia a piangere, Maurizio resta muto e le lacrime vanno giù copiose. E’ bello piangere assieme a lungo, a singhiozzo, disperati. E’ bello quando d’improvviso gli occhi cominciano a seccarsi e si va insieme in cucina per prepararsi un caffè e berlo assieme per lentamente riprendere le forze.

Maurizio, Lucia, Dario sono gli ultimi figli della guerra. Nelle loro case il ricordo era fresco, era il punto di partenza di quella esistenza divenuta pacifica dopo gli orrori. Nelle mura delle loro stanze infantili c’erano le crepe dei tedeschi, il  grigiore delle divise tedesche, le espressioni ebeti dei fascisti dinanzi alla caduta della loro superbia.

Neri i fascisti e grigi i tedeschi.

La sera che il Babbo sorprese  Lucia fu ad un suo compleanno. Il Babbo tornò a casa con un regalo per lei: una penna a sfera nera con il pulsante.

Gliela  regalò e le chiese di scrivere su uno dei suoi block notes bianchi ciò che aveva da dettarle.

Lucia ubbidì  guardandolo incantata. La sua voce non era mai stata così chiara e quando cominciò a dettare scrisse: il Babbo ha  ricordi che Iole non ha. Iole ha memoria del dopoguerra, della distruzione, della fame, non della guerra. Iole non ha frequentato da giovane il varietà. Non sa che quella era la carta d’identità della città affamata di allegria. Frequentando da giovane i teatri ho capito che il successo o l’insuccesso di un artista dipendono dalla fedina penale. Ho lavorato in fabbrica ed ho visto operai bruciare e morire. Questo Iole lo sa. Ed eravamo insieme quando il  venerdì dell’11 aprile del 1975, alle 13,25, ci fu l’esplosione alla Flobert, alla fabbrica che produceva fuochi d’artificio, a Sant’Anastasia, alle pendici del Monte Somma.

Quanto è avvenuto questo Lucia? Che anno era? Non riesci a ricordare. Ciò che sai e che eri già grande, che in quel momento il Babbo legava alla sua storia alla tua e a quella di Antonella. Ciò che non sapevi e che da lì a poco avresti incontrato Dario e che Maurizio si sarebbe innamorato di Antonella e che niente sarebbe stato più lo stesso, tutto si sarebbe spostato di più piani. Come sta accadendo ora. Questi sono altri piani, mai saliti, da scoprire nelle nudità delle mura, nelle rifiniture degli arredi, nell’esposizione alla luce. Sono piani in cui si giunge senza salire scale, nei quali si è trasportati senza la propria volontà.

Il Babbo dettava, tu scrivevi. Non è vero, non è vero niente. E’ andata proprio così con  la penna a sfera nera con il pulsante che porti sempre con te nella borsa.

Quella storia la conoscevi già. Ciò che ti sorprese fu che lui la dettasse a te come un plastico del dolore, facendoti vedere quelle Assenze come omicidi. E che questo era  il sentimento dell’impotenza dell’uomo sfruttato. Lucia sapeva. Questa cosa la sapeva anche Iole, la sapevano tutti e tre.

Casualità? Senza alcun dubbio tutto accade per caso per mano dell’uomo. Forse è questa cosa qui è esistenza. Nel senso che noi stessi siamo delle combinazioni. Come quelli che vanno giù da una impalcatura, che saltano in aria con il fuoco, che muoiono ammalati per quello che hanno respirato in fabbrica o con la schiena piegata nelle campagne  per volontà di quel pensare malato del potere e del danaro che genera diseguaglianze, ingiustizie, disumanità.

Il Babbo sapeva  del laboratorio di Pomigliano.

Antonella veniva a prenderti con la sua 127 blu e andavate. Per un periodo, in quegli anni tra la fine del settanta e gli inizi degli ottanta, dormivate pure lì. Antonella aveva affittato una casa e con  lei la voglia di cantare non passava mai e poi cucinava da dio e ai fornelli era uno spettacolo d’armonia: ballo, vino e aglio tritato.

Antonella nella quotidianità era una donna fragilissima, tormentata da una creatività impaziente e dirompente. La sua educazione  di ordine e pane familiare fatta di apparenze le ha condizionato ogni agire. Perché lei insorgeva, si opponeva, cercava vie di fuga. E lei che non era una Zeza nemmeno nell’immaginario più ardito fu conquistata da quella cultura operaia che si respirava in quel gruppo musicale dall’estese radici nella terra violata dalla fabbrica.

In quella maschera di donna anima femminile per il maschio che l’interpretava si abbandonava alle smancerie, alle civetterie, alle chiacchiere,  a quel teatro esistenziale pieno di equivoci che ricordava al pubblico che le stagioni passano con i solstizi e gli equinozi quando il giorno è più lungo della notte o quando  la notte è più lunga del giorno o quando la notte è uguale al giorno.

Zeza è  la moglie di Pulcinella, il suo lato femminile, il buon consiglio.

Antonella di Zeza sapeva ogni cosa. Aveva studiato la sua forma arcaica e il suo splendore nel seicento, quando il carnevale a Metrofavella era strada, maschera e sfottò. Fu allora che la Canzone di Zeza, accompagnata da un trombone divenne popolare.

Cosa metteva in scena Zeza? La storia di un amore contrastato della figlia sua e di Pulcinella, Tolla.

Tolla si perse per Don Nicola, uno studente calabrese. Pulcinella non voleva queste nozze e le contrastò pensando che lo avrebbero disonorato. Zeza, invece, era di altro avviso, voleva far divertire la figlia con il milord, il signore e con l’abate.

Come normale che sia vince Zeza, anche se a prenderle è Pulcinella da don Nicola che preso in fragranza tiene testa alla reazione di Pulcinella e lo piega.

Antonella sosteneva,  a ragione, che non era una commedia stupida. Che ciò che loro andavano a rappresentare  preceduti dal suono del tamburo nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie e nelle piazze imbarcando  attori occasionali come lei, in chiave grottesca erano temi universali quali il conflitto tra le generazioni, la ribellione all’autorità paterna.

A finire, la storia dello scontro tra Zeza e Pulcinella sul matrimonio di Tolla e don Nicola finisce bene e fanno pace.

Antonella  andava a prendere Lucia a casa con la sua 127 blu. Per qualche anno finito il Natale si andava a Pomigliano d’Arco per mettere in scena, per il Carnevale, la Canzone di Zeza. Andavano ed erano felici di sentirsi parte dell’associazione A Sunagliera del gruppo dei  Zezi. Un gruppo di operai degli stabilimenti industriali che componevano una visione della musica popolare diversa da quella della classe borghese, della classe di Antonella, non di Lucia ch’era figlia di un proletario e di una casalinga.

I Zezi oltre Zeza affrontavano le grandi questioni della corruzione, della migrazione, dell’emarginazione, della precarietà, delle politiche del lavoro, dei diritti dei lavoratori non rinunciando a bere mangiare e fare festa.

Antonella. i Zezi e il suono delle tammorre, del battito delle mani, delle movenze che lei proprio non riusciva a fare, tanto non erano sue.

I Zezi hanno scritto la Flobert per quei fuochi d’artificio dettati a Lucia dal padre il giorno che la sorprese.

Lucia la conosceva, quella storia la cantava con Antonella e con tutti gli altri a memoria, ed ogni volta assieme al pubblico si commuovevano e così facevano i musicisti i cantanti.

Lucia l’intona, in cucina, dopo aver sorseggiato il caffè e alzato lo sguardo verso Maurizio. E Maurizio le dice di smetterla, che non ce la fa, che lui aveva sposato Antonella e i Zezi e che Antonella con loro e in loro compagnia stava una favola.

Antonella, il Babbo,  tra un onda magnetica e l’altra.

Antonella, il Babbo, fantasie, casualità. Crani, ossa.

-Come è bello il silenzio, questo silenzio. E come sei bella tu, amica mia -.

-Sei bello anche tu amico mio. Sei bello anche così disperato. Antonella ti ha riempito la vita con quell’essere il tuo opposto. Lei si è sempre rifiutata di accettare la realtà per quello che è: un’emozione da poco -.

-Così cantava la Oxa, chissà che fine ha fatto la Oxa, l’ultima volta che l’ho vista a Sanremo era uno spettro -.

Risero.

-L’ho vista morire, non ha avuto paura -.

-Immagino, l’ho conosciuta e già l’invocava come la via d’uscita per risolvere il suo problema esistenziale, sua madre.  Antonella Non è riuscita in tempo a tagliare il cordone ombelicale. Quando l’ha fatto è divenuta Assenza. Che persona straordinaria non è voluta morire in casa sua per non lasciare che fosse invasa dagli estranei alla vostra famiglia e non ha perdonato chi l’ha fatta del male, chi l’ha giudicata pazza, indemoniata, alcolizzata. Sorelle, fratelli, amici, amiche, colleghi di lavoro. Non ha voluto vedere nessuna falsità intorno a se mentre combatteva contro il cancro sapendo che avrebbe vinto la bestia -.

-Gli ho chiesto mentre ci dicevamo addio: sei stata felice con me? Mi ha risposto di si ed ha aggiunto guardandomi con i suoi occhi neri: che peccato. Queste sono state le sue ultime parole prima di andare in coma, prima di quel passare la notte pensando alle cose da fare e a quanto avrei voluto sentire il suo vaffanculo ogni qual volta la sua radicalità si scontrava con la mia razionalità, con quel mio giudizio definitivo sul nostro fallimento generazionale e personale. Quanto tempo abbiamo sprecato per il partito, per il sindacato, accanto a chi chiedeva emancipazione e diritti senza fottersene né degli uni né degli altri? Con chi avrei più discusso senza filtri dei conformismi che soffocavano la quiete? Chi mi avrebbe più chiamato per farmi vedere filmati e ascoltare musica del sessantotto e farmi incazzare da morire perché quello non è stato il nostro tempo ma il tempo delle mele della generazione prima della nostra. Che ha portato una ventata di freschezza seguita da un riflusso nelle convenzioni sociali e da una falsa socializzazione. Lei si sentiva hippy, non gli importava delle conseguenze. Lei voleva viaggiare on the road, denudarsi e tuffarsi in acqua. Dai Zezi a Woodstock. Ed io nella nostra stanza all’Hospice avevo portato la sua tammorra più antica, di oltre cento anni, che non ricordo più chi gliela regalò e il suo basso che ho odiato ogni qual volta si trasformava in uno strumento di disperazione che le cuffie accentuavano fino all’ira. Penso che i Zezi sono stati per lei la libertà che lei ha custodito con amore, il suo festival dell’allegria, la sua ricerca di senso. Non lo sono stati per me. Quando l’ho conosciuta già non ci andava più tanto spesso a Pomigliano. Anche se il cuore era sempre lì ed io l’ho accompagnata ad ogni loro concerto e conosciuto tante formazioni. E grande è stata la sua emozione quando l’hanno chiamata a festeggiare i quaranta anni del gruppo riproponendo anche una parte in cui recitava lei come conduttrice di una televisione sgangherata. Dopo ti faccio vedere delle foto, non l’avevo mai vista così felice mentre percorreva le strade intorno a Piazza San Domenico, nella Favela più antica della città. Vestita con una tuta bianca d’operaia e un microfono in mano fare interviste seguita dalla banda dei Zezi -.

-Mi passi una sigaretta? -.

Maurizio ne prende una dal pacchetto, l’accende e gliela porge. Poi ne accende una per sé.

Per un po’ non parlò nessuno dei due. Poi Lucia disse: – I Zezi e Woodstock, Antonella era proprio questa contraddizione. Veniva attratta dalla musica che esprimeva una fortissima visione della bellezza politica e finiva per fidarsi di chi quella bellezza la deturpava. Quante volte glielo ho detto, abbiamo anche litigato tanto su questo. Una volta le dissi: finirai per soccombere sotto le tue stesse denunce e così è stato. Lei, una delle prime poliziotte motocicliste italiane, una femminista che aveva speso la sua vita per l’emancipazione delle donne finì la sua carriera trattata dalle donne maschio in carriera come una fuori di testa. Perché così funziona se c’è uno solo che si ribella al far male le cose – .

-Dovremmo scrivere la sua storia. Il parroco, nell’omelia ai suoi funerali, chiese a Gesù di farla pariare anche in cielo. E non pensò dicendolo a questo aspetto della sua vita, al suo lavoro, fonte di un malessere che finì per essere il proprio fallimento. Come sai, Antonella concorse a quel posto perché in famiglia non volevano che lei avesse una moto, ch’era invece ciò che lei desiderava avere più di ogni altra cosa. Soprattutto dopo  che suo padre aveva comprato la moto a suo fratello. Così, anche per togliere alla famiglia ogni speranza che avrebbe ereditato la professione del padre, partecipò al concorso pubblico e lo vinse nell’ottantaquattro. Quando l’ho conosciuta era già motociclista senza una sua moto. Moto che non è mai riuscita a comprarsi per quei viaggi da fare che si è portata con sé. E fu davvero sconvolgente sentirla parlare di quella divisa come non avevo sentito mai. Lei si sentiva lo Stato, con quella divisa si sentiva lo Stato. Uno Stato severo contro gli illeciti e i reati ma umanissimo nel compito di custodire gli arrestati, i detenuti senza mai abusare del proprio potere. Poliziotta del popolo. Una irrealtà per un lavoro che prevede una gerarchia di comando e la regola è che gli ordini prima si eseguono e poi si discutono. Quando fu assunta dovette lottare pure con il sarto che non aveva mai confezionato divise per donne e poi con l’intero Comando per avere un suo bagno. Parlare di questo mi fa stare male. Ha subito un mobbing disumano e le sue carnefici erano le donne per cui si era battuta. Era la sconfitta. La sua famiglia era lì pronta a rinfacciarglielo. Aveva lasciato che si chiudesse lo studio, che si disperdessero gli assistiti per andare incontro alla delusione. Ma c’ero io, con lei c’ero io che l’amavo per tutto quel caos che esprimeva, che la conducevo ogni qual volta si perdeva sulla strada del ritorno. Sai cosa mi disse qualche mese prima che morisse? Non bevo più da nove mesi, oggi sono nove. Ma questo lo sapevo perché avevamo ripreso a progettare il futuro. Perché aveva finalmente messo tra se e sua madre la parola fine. E così con suo padre. Si vede che doveva finire così -.

Parlarono tanto e tanto ricordarono mentre passavano le ore e la fame si fece sentire. Cucinarono degli spaghetti aglio e olio peperoncini e fumarono canne e bevvero vino rosso e si andarono a sedere sulle poltrone del salone e gli argomenti di discussione si davano il cambio. Avevano tanto da dirsi. Non stavano in questa condizione di privilegio da troppo tempo. Le Assenze li avevano riportati l’uno affianco all’altro, a godere di quella amicizia senza inibizioni,  specchio della loro anima fin da bambini.

Così, man mano che il tempo dell’Assenza passava, nuovi argomenti presero sopravento sulla poltrona e Lucia confesso a Maurizio che si era sbagliata, che aveva ragione lui. Su cosa? Sulla loro generazione.

Disse Lucia:  – Ho letto di recente i giornali degli anni settanta. Senza il punto di vista di Antonella non l’avrei compresi. Sei stato un uomo fortunato -.

Maurizio prestò molta attenzione a questa frase. Lucia aveva compreso che il suo giudizio negativo sugli anni della nostra gioventù nasceva proprio dagli effetti che questi avevano avuto su quanti si erano impegnati nelle organizzazioni politiche e sindacali pensando che per quel viatico passasse un futuro di uguaglianza e di giustizia sociali.

Con il sequestro Moro e il suo successivo assassinio, sosteneva Maurizio, la nostra generazione è stata annientata nelle sue speranze e, aggiungeva, si è trovata dinanzi ad una realtà sconvolgente di depistaggi e di corruzioni morali  che mise fine ai sogni dei ragazzi di vita che avevano frequentato la scuola di massa.

Antonella, Zeza, Maurizio, Dario, Lucia e gli altri sopravvissuti quel giorno capirono che quell’atmosfera che li faceva vivere la rivoluzione pure in discoteca era un falso storico. Che non era vero che le vie della scoperta, della felicità fossero infinite, che   chi partiva per l’India, se tornava, quando tornava, non ci portava costumi e cibo e un altro modo di coniugare la spiritualità e il creato, ci portava l’illusione.

Antonella  in discoteca non ci è mai andata. Lei stava bene nelle cantine o in quei suoi rifugi che spesso la facevano viaggiare da sola.

Lo chiamarono riflusso e le testimonianze del tempo indicano che i media lo amplificarono, vi si gettarono su con una buona dose di strumentalizzazione.

Il risultato fu quello di legittimare una nuova ideologia: l’individualismo. Gli anni ’80 poi fecero il resto. Queste erano le sue convinzioni.

-Sono un uomo fortunato, ho te come amica, e ti sono infinitamente grato per averla portata da me quel giorno che non sapevo dove andare -.

-Anch’io sono stata fortunata ad aver incontrato te, Antonella, Dario e tutti gli altri -.

Si è fatta l’ora di andare. Potrebbe dormire da Maurizio, ma Lucia preferisce andare a casa, dormire da sola. Così  indossa il suo soprabito e prende la borsa e tira fuori lo stampato e lo porge a Maurizio.

Maurizio lo prende e nel farlo vede che ci sono dei  fogli spillati sulla copertina. Li legge ad alta voce: Adesso che siamo tutti adulti, adesso che il privato è diventato difesa della proprietà e della comodità, adesso che la vecchiaia incombe, non posso che testimoniare la verità:  privato e politico non sono due rette che non si toccano, sono la stessa retta, una strumento dell’altra.

L’Italia di fine anni ’70, l’Italia degli anni ’80 è un paese disinibito non evoluto. Un Paese  prigioniero di colui che riuscì a detenere le chiavi che separavano le nostre case dal contesto.

Antonella lo chiamava l’Innominabile.

Ci imprigionò con la televisione. Divenne capo del governo.

Da allora è sempre stato difficile distinguere tra le due dimensioni.

Ciò che ho capito e che il privato  diventò un arma politica e l’uso di dossier scandalistici ai danni dei rivali un’arma micidiale d’offesa.

Sto ascoltando Gaber mentre ti scrivo. Andammo insieme al Politeama a sentirlo.  

Il suo spettacolo aveva per titolo “ Polli d’allevamento “. Ci diceva che sono gli oggetti a scegliere noi, non viceversa, e che lo fanno selezionandoci in base al reddito.

Andammo al Politeama e al cinema avevamo già visto John Travolta ballare nella Febbre del sabato sera.

Antonella disse, non ricordo più in che occasione, che l’affermarsi delle discoteche come luogo dello sballo e del sesso erano nel manifesto della P2.

Ogni volta che ho pensato a Lei in questi anni…  ogni volta che penserò a Lei… non potrò che amarla infinitamente per la sua forza.  Indossò la divisa di poliziotta per poter andare in motocicletta sfidando il vento e la sua famiglia.

Amò quel suo lavoro, l’amò anche se non c’entrava niente con la repressione. L’amò come l’amano i morti di fame, come la figlia da salvare dal fango.

C’era tra il suo mondo benestante e quel mondo una distanza incolmabile. Non per ragioni culturali, ma di ceto.

Buone maniere e denaro riducendo la compassione al gesto caritatevole del lancio della monetina.

Siamo diventati vecchi, siamo una società con il femore rotto e pochi nipoti. Una società malata che manifesta contro le proprie miserie chiedendo al governo di mandare via chi piscia e caga all’aperto per non farsela addosso.

Quante volte mi hai raccontato che accoglievi Antonella a casa con il saluto militare per riderci su.

Quante volte le hai ripetuto: Amore mio tu non sei lo Stato, non lo sei. E l’hai invitata a guardarsi intorno e a chiedersi: dov’è il rispetto della legge?

Una pazza, una pazza, è stata una meravigliosa creatura.

Sono lo Stato, in un territorio sotto il controllo dell’Antistato, l’avrei presa a schiaffi.

Ecco, questo insieme di cose, con il trascorrere del tempo si sono tradotte in un mal di vivere.

Questo libro è stato  un presagio.

Lo dedico a te. Perché? Perché sei qualcosa di  presente.

Antonella ha disubbidito a sua madre. Antonella ha trovato te. Gioisci per questo.

E’ andata così, è così: i conformisti si mimetizzano nell’ambiente sociale nel quale vivono, assumono i tratti più comuni dei modi d’essere, del fare, del pensare e ne ricavano senso di protezione.

Finiscono per divorare se stessi, è vero. Ma questo lo vedono i tuoi e i miei occhi, non i loro.

Prima di incontrare Dario passavo da un corpo all’altro. Nella mia testa c’era l’inganno dei tempi e fare l’amore era fare l’amore fingendo d’amare.

Ero persa e ammalata inconsapevole, come te,  di consumismo e non avendo altro da consumare che la vita, consumammo quella.

Non sono mai riuscita a spiegarmi il perché, ma sei sempre stato oggetto di desiderio sessuale come o sono stata io e questo ci ha reso complici.

Una delle mie conclusioni, quella che mi sembra più vera, è che sia il mio insieme che il tuo esprimono disinibizione.

Prima di incontrare Dario ero al centro della scena.

Antonella mi faceva delle cazziate fortissime per questo.

Ricordo, una notte d’estate, persa in un altro io, con lei che cantava e ballava in compagnia di uno stravolto sconosciuto sulle note del Cobra della Rettore mentre percorrevamo il Corso della Favela di Secondigliano deserto, avvolto in un’ aria ferma.

Fu una storia rapida d’eccesso. Eppure,  ricordarla così mi fa sorridere.

Perché ne scrivo? Perché non è vero niente.

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