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Zingaretti, De Luca mancato vicerè della Campania e il ‘fantasma’ del Pd partenopeo

di Peppe Papa

Dove eravamo rimasti? All’indomani del plebiscitario voto alle primarie che ha incoronato Nicola Zingaretti segretario del Pd, a Napoli si riparte dalle vecchie appartenenze, come se niente fosse successo.

Leo Annunziata, candidato sostenuto dal governatore Vincenzo De Luca in quota Martina, guiderà l’organizzazione in Campania e subito sono partite le bordate da parte degli avversari interni.

Sui social il fuoco amico si è fatto subito sentire e le diatribe tra fazioni hanno occupato la scena. E siamo appena all’inizio della campagna elettorale per le regionali del 2020 nella quale il centrosinistra proverà a mantenere il controllo di Palazzo Santa Lucia, schierandosi senza esitazioni con De Luca. Un auspicio, ovviamente, cui però l’ex “sindaco sceriffo” di Salerno non sembra credere fino in fondo, tanto da dover mostrare i muscoli riuscendo ad imporre il suo player nel quartier generale Pd a Santa Brigida. Tanto per chiarire chi comanda in Campania.

Immediatamente dopo è stato ricevuto dal nuovo segretario nazionale per “il rilancio dell’iniziativa politica nel Sud” incassando l’impegno a tenere un’ evento dedicato in Campania “che dia una svolta al Piano delle infrastrutture, oltre a interventi stradali, ferroviari e sul sistema aeroportuale”.

Nell’occasione il governatore ha posto condizioni anche su quanto il Pd nazionale deve fare in riguardo al ‘Piano per il lavoro’ per i giovani del Sud e ha avuto l’appoggio a promuovere una manifestazione “di tutti i presidenti di regione del centrosinistra sul tema decisivo dell’autonomia differenziata” da tenersi a Napoli.

Un atteggiamento di chi è il primo della classe e non intende “perdere tempo” che è la sua cifra comunicativa, ma che si scontra con una realtà territoriale tutt’altro che benevola, o quanto meno, poco predisposta nei suoi confronti. Insomma, sa che la riconferma la dovrà guadagnare sul campo senza poter contare al momento su un partito che lo accompagni “pancia a terra”.

La prova di forza certo è stata notevole, ha dimostrato grande appeal e capacità di mobilitazione delle sue divisioni militari capaci di ribaltare il dato nazionale a favore di Zingaretti, imponendo in Campania la vittoria della minoranza.  Scontando però, come sempre, il suo vero unico problema, la mancanza di feeling con il capoluogo, dove proprio non riesce ad imporsi nonostante gli sforzi. A Napoli non sfonda e il governatore del Lazio, infatti, anche se di misura ne è uscito vincitore. E la capitale in riva al golfo, lo sa, conta più di Salerno la sua enclave.

Così come un vecchio vinile che salta sempre sullo stesso solco, gli ha consegnato la dura realtà di una ostilità nei suoi confronti mai archiviata che lo deprime e mina alle fondamenta le proprie certezze. Non sarà mai, lui, il vicerè, come lo fu il suo antico rivale, Antonio Bassolino.  

Il quale, dopo avere sostenuto pur non essendo più iscritto al partito, proprio Zingaretti, con nonchalance è andato oltre, derubricando la questione locale a un fatto secondario, proponendo una visione politica più ampia e di largo respiro. “La netta vittoria di Zingaretti – ha affermato – è importante non solo per il Pd, ma per il Paese”. C’è la questione dirimente ed enorme del populismo imperante e a questa bisogna dare risposte, al di là delle piccole beghe di potere territoriale, “i populismi – ha aggiunto – si contrastano con il popolo, non senza popolo, e dunque si deve costruire una grande forza democratica e popolare capace di vincere e di essere il perno di un’alternativa di governo”. Infine, l’avvertimento: “Le primarie sono state il primo passo ed ora bisogna portare avanti un cammino intelligente ed impegnativo con il contributo di tutti”.

Compreso De Luca, certo. Dal quale non si può prescindere, ma che deve capire di dovere scendere a patti. Lui, appunto, non è viceré, la capitale del regno è complessa ed evidentemente certi atteggiamenti e prese di posizione che funzionano nel gran Ducato di Salerno, a Napoli lasciano il tempo che trovano, anche se agevolate dall’inconsistenza di un sindaco, Luigi De Magistris che gli offre assist in quantità industriale ogni giorno per imporre la sua leadership.

Il fuoco di sbarramento dalla città capoluogo, orgogliosa della sua grandeur, non lascia scampo. La borghesia latita poco interessata al “provinciale pragmatismo” del governatore, la metropoli ribolle ansiosa di riconquistare la propria immagine internazionale, le ideologie disperse nel magma del caos dei linguaggi comunicativi producono il solito tran-tran di chiacchiere senza obiettivi e contesto.

E il Pd? Niente di nuovo. Sicuramente non un suo alleato a prescindere e, per certi versi, anche imbarazzante. La storia delle monetine offerte ai votanti fuori ai gazebo, documentata da Fanpage, che vede protagonista il capogruppo del partito in consiglio comunale a via Verdi, Aniello Esposito è emblematica di un’organizzazione che andrebbe chiusa per manifesta incapacità di esistere. La fantomatica segreteria metropolitana Pd ha immediatamente sospeso gli iscritti coinvolti nel fattaccio, sorvolando sul fatto di cui era a conoscenza da tempo, che Esposito (che fa il capogruppo) non è tra questi perché mai ha formalizzato la sua adesione, oltre ad essere un condannato tra gli ‘amici’ di Valeria Valente per la storia delle firme false alle primarie del 2016.

Per rendere meglio l’idea di quanto i democrat partenopei si trovino alle prese con un rebus di difficile interpretazione, valgono le parole di uno degli uomini più vicini a un fedelissimo del presidente della Campania, Umberto De Gregorio, il quale fa una disamina puntuale della situazione. “Leo Annunziata non era così scontato potesse ottenere tanto sostegno solo per merito di De Luca – ha precisato –  Per i ‘deluchiani’ è troppo vicino a Casillo, per i ‘casilliani’ è invece troppo contiguo al governatore. Il suo più grande problema sarà gestire una maggioranza infinitamente eterogenea, tutto è il contrario di tutto”. “Come staranno nella stessa segreteria quelli di De Luca e quelli di Casillo?”,  si chiede, “e Valente, Gianluca Daniele (duro e puro di sinistra, ndr). Scommetto che questa segreteria avrà una lunga gestazione e sarà larghissima”. Niente male.

E non è finita qui. Ai toni pacati di Crolla si sono sovrapposti quelli ben più caustici di Peppe Russo, ex consigliere regionale e capogruppo Pd, ora ritiratosi nella sua ‘serena’ attività professionale di medico, ma  molto attivo sui social dove non fa mancare mai la sua acuta osservazione alle vicende politiche non solo regionali, che a proposito della nuova impronta che sta delineando il partito a Napoli, non ha mancato di far notare: “Quindi siamo all’opposizione di De Magistris? Buono a sapersi”. Be’, allora, ha aggiunto: “Siamo pronti a dimetterci dalle deleghe in città metropolitana? Forse sì…forse no…si discuterà?”.

A Piazza Matteotti, sede della Provincia di Napoli, come è noto il consociativismo è regola: tutti con De Magistris. Compreso il Pd, senza che mai sia venuto un monito, o almeno un invito a ragionare insieme, da parte dell’apparato dirigente provinciale, eletto tra i veleni e mai concretamente legittimato.

“Adesso bisogna mettere mano al partito napoletano – ha ‘ringhiato’ Russo –  Napoli merita un impegno ed una dedizione straordinarie. Il gioco di rimessa con il suo astruso tramestio burocratico non è appassionante né tantomeno utile . È ora che si riprenda un ruolo nel dibattito politico e culturale nazionale. E senza voler offendere alcuno, basta con i figuranti ed i comprimari”.

Per De Luca, dunque, date le condizioni, l’impresa sembra improba, anche se molto probabilmente riuscirà a strappare la riconferma alla candidatura il prossimo anno.

Da Zingaretti, come sembra di capire, ci si aspetta il “lanciafiamme” già in precedenza promesso senza esito. Sarà la volta buona? Ne dubitiamo. Staremo a vedere.

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