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Il centrodestra ha un leader sicuro che viaggia con il vento in poppa, mentre nel centrosinistra lo sfidante non si intravede. Anche se c’è. Il pacioso, rassicurante neo segretario Pd non infiamma i cuori, la Direzione nazionale di ieri ne è stata la conferma: zero idee e vecchie parole d’ordine. Il carisma non è una dote che si acquista al mercato. Intanto Renzi continua ad agitare il sonno dell’apparato vecchio e nuovo del partito, oltre che dei suoi “nemici giurati” attualmente alla guida del Paese.

di Peppe Papa

Vecchie certezze, vecchie sicurezze, vecchie alleanze e la convinzione di recuperare il glorioso passato perduto quando “tutti insieme” si vincevano le elezioni contro il “mostro berlusconiano” e si dettava l’agenda al Paese.

Su queste promesse Nicola Zingaretti ha vinto le primarie del Pd, archiviando definitivamente il “partito dei ricchi” (copyright, Romano Prodi) di Matteo Renzi e del suo “giglio magico”, lanciando la sfida al sovranismo populista di Lega e Cinquestelle, ritornando a battere “palmo a palmo” il territorio.

Sappiamo come è andata a finire: batosta alle regionali in Abruzzo, Sardegna e in ultimo Basilicata, dove il segretario ha fatto una breve comparsata, qualche giorno prima del voto, a sostegno di un anonimo candidato della coalizione di centrosinistra dove il simbolo del partito è stato abilmente occultato.

Nonostante tutto, però dal Nazareno non è mancata l’esultanza per il tracollo dei consensi M5S rispetto alle politiche di appena un anno fa, voti che ritengono del “proprio popolo” che sperano di riportare a casa, e dalla prospettiva di un ritorno al “bipolarismo” dove si dicono sicuri di rappresentare loro l’alternativa al centrodestra appaltato da Salvini il quale, recita il ruolo in commedia che una volta fu quello del Cavaliere. Insomma, tutto come ai vecchi tempi.

Solo che da una parte c’è un leader che, comunque la si pensi, detta al momento legge nel suo schieramento e nel governo, mentre dall’altra non si intravede una figura che possa definirsi tale allo stesso modo.

Il pacioso, rassicurante, inclusivo Nicola Zingaretti, finiti i brindisi per la brillante affermazione ai gazebo con la benedizione dei “padri nobili” e del sindacato, si trova a ripartire dallo sconfortante stato del partito prima del congresso, se non peggio, e non sembra aver il ‘quid’ per uno scontro di leadership con il capo leghista del centrodestra. La sua relazione nella prima direzione nazionale di ieri del nuovo corso, ne è stata la conferma.

Niente di nuovo, nessuna parola d’ordine capace di infiammare i cuori, una visione di lungo respiro in grado di rappresentare una credibile alternativa allo strapotere giallo-verde.

Ha parlato di alleanze in vista delle regionali in Piemonte e delle europee il prossimo maggio, puntando a raccogliere intorno al Pd le forze del centro sinistra per competere in “un campo che ripropone all’Italia un nuovo possibile bipolarismo” e su questo ha chiesto il mandato a lavorare sulle future intese. Non ha mancato, poi di sottolineare la convinzione di “un possibile sfarinamento del Movimento cinque stelle” cui farsi trovare pronti e ha chiuso, per tranquillizzare renziani e ex, a qualsiasi possibilità di un ritorno degli scissionisti affermando che “alleanza non significa convergenze che mettono indietro le lancette. Non è mio obiettivo” (anche se poi a Potenza prima del voto aveva incontrato Roberto Speranza e parlato di una possibile alleanza con Art.1 alle prossime amministrative di primavera). Neanche una parola, infine, su quello che è il vero nocciolo del problema, cioè la necessità vitale di riconquistare il voto progressista, liberal, moderato e riformista.

Ma questo rappresenterebbe una implicita ammissione dell’errore di aver voluto con tutte le forze la testa di Renzi che puntava a un partito finalmente libero dalle sue eredità novecentesche, il primo ministro in grado di fare in mille giorni di governo, in termini di riforme, quello che non era stato realizzato nei precedenti trent’anni, l’uomo che per primo aveva intuito il deleterio ‘fascino’ dei Cinquestelle impedendo qualsiasi possibilità di contatto con loro anche quando non era più segretario.

Lui il vero leader – ambizioso, decisionista, sfrontato, antipatico, amato e odiato in egual misura come ogni capo carismatico che si rispetti – il quale pur se ritiratosi in “fase zen” (cit. Turani), continua ad agitare il sonno dell’apparato vecchio e nuovo del partito, oltre che dei suoi avversari attualmente alla guida del Paese. Da cui è considerato il vero nemico, quello più insidioso, soprattutto sul terreno della comunicazione, diventato il moderno campo di gioco della politica.

Ne è cosciente Renzi, così come tutti gli altri, che prima o poi ritornerà, sicuramente più forte di prima. E’ giovane, il tempo non gli manca. Nel frattempo gira il mondo per conferenze, stringe relazioni, incamera esperienze e conoscenze, frequenta le televisioni, scrive libri – l’ultimo è campione di vendite – un tipo così è difficile che pensi di andare a fare il ‘missionario in Africa’ o darsi al Cinema.

Un tipo così, ha il “sano gusto del potere” e l’ambizione di passare alla Storia, bisognerà averci a che fare, inutile provare a fermarlo “costi quel che costi”. Intanto ha annunciato la Leopolda numero 10 che quest’anno si terrà in anticipo ad ottobre dove si parlerà di “etica”, già partite le prenotazioni.

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