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Renziani in fuga dal Pd verso +Europa, o l’astensione: “No a scissionisti e Cinquestelle”

di Peppe Papa

Arrabbiati, disorientati, disillusi, imbarazzati. I renziani, o sedicenti tali, sconcertati dal silenzio del loro leader e dalle ultime mosse del segretario Pd, partito cui molti di loro ancora dichiarano l’appartenenza, sfogano sui social il proprio disagio affermando che non voteranno alle europee e che se lo faranno non sarà certo per la vecchia “Ditta”, o il nuovo Ulivo (come vorrebbe Prodi).

Nel frattempo Renzi pubblicamente dichiara (intervista a Paolo Mieli sul Corriere della sera) di voler seguire il consiglio di un suo amico romano che gli ha suggerito di fare come “quello che si è messo in riva al fiume ad aspettare il cadavere del nemico e se quello ha avuta tanta pazienza tu ne devi avere il doppio”.

Parole che, qualora ce ne fosse bisogno, hanno ulteriormente infiammato gli animi fino a scatenare malumori anche tra i suoi stessi sostenitori che lo hanno accusato apertamente di alimentare la confusione perché, pur restando nel partito accrescendo consensi personali girando per la presentazione del suo libro, “non è abbastanza chiaro” nella posizione assunta alla vigilia delle elezioni europee.

“Noi che ci definiamo il suo popolo – si legge in uno degli innumerevoli commenti che circolano in questi giorni su Facebook – vorremmo qualche indicazione più chiara in modo da potere esprimere un voto che veramente serva, pur se non cambierà gli equilibri interni del nostro Paese è ovvio che questo sarà utile a far capire che il Pd così come è non ci piace e bisogna intraprendere quell’altra strada che tutti aspettiamo”.

Che sarebbe, poi la nascita di un nuovo soggetto politico liberale, riformista, europeista che archivi definitivamente l’esperienza dem nata al Lingotto nel 2007 e ormai esauritasi, specialmente dopo l’abiura del tentativo di trasformazione impressa da Matteo Renzi.

C’è chi addirittura arriva ad augurarsi una sconfitta alle urne del Pd per dare la spallata definitiva e costituire il “novo contenitore” e in merito si aspetta un segno di assenso dal capo che “sarebbe auspicabile in termini di chiarezza e lealtà”. Una tesi questa, in verità, non molto gettonata tra i sostenitori dell’ex segretario, ma che restituisce il senso dello sbandamento vissuto in questa fase e che comunque rappresenta una opzione presente nella discussione.

I più comunque sono orientati, nonostante Renzi sia impegnato in campagna elettorale pur se in forma light a sostegno del partito, ad indirizzare il proprio voto alla lista di +Europa di Bonino, Della Vedova & Co. A fare da detonatore all’esplosione del dissenso, a parte l’ostracismo nei confronti di Matteo, la scelta, peraltro annunciata del nuovo corso Pd a trazione Zingaretti, di aprire agli ex “scissionisti” cui sono stati offerti posti in lista per Strasburgo, in nome dell’unità e l’allargamento del fronte di centro sinistra.

“Io che non conto niente, sia chiaro – dice Daniela, una militante che si definisce storica – voterò +Europa per far capire che questa linea che prevede il rientro degli scappati di casa e la convergenza con i Cinquestelle, non ci piace”. “Sono d’accordo con te” le fa eco Italo “mi viene difficile votare per Zingaretti e Calenda”, così come Antonio per il quale è “sufficiente” ad orientare la sua scelta l’adesione di questi “al Rinascimento di Macron e non al Pse, con la speranza che sia un voto davvero utile”, oppure la dichiarazione esplicita di Fernando, “non voterò un partito con dentro D’Alema, Bersani, Speranza, D’Attore”, o quella caustica di Gianluigi il quale afferma “che il fratello del commissario ha già perso in partenza il voto mio, dei miei parenti e amici”. E l’elenco potrebbe continuare, senza contare quelli che fanno sapere che andranno ad aggiungersi alla già pingue legione degli astenuti, ormai primo partito italiano.

Un esodo massiccio dal Pd, insomma, pochi quelli decisi a restare comunque “per non far vincere le destre e salvare l’Europa” nonostante attendano dal Nazareno risposte chiare che non arrivano per il momento su temi come i migranti, il job act, l’articolo 18, il reddito di cittadinanza, la patrimoniale, la famiglia, i diritti civili non negoziabili.

La campagna elettorale, si dirà, è alle prime battute, c’è tempo per recuperare il dissenso e evitare una nuova Waterloo. In caso contrario, sarebbe la fine.

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