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Napoli, criminalità e neofascismo: lettera aperta al Presidente Mattarella

di Gennaro Prisco

Caro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Lei è venuto a Napoli nei giorni scorsi, era in Giordania per una visita di Stato quando ha saputo della morte per mano criminale di un nonno della camorra napoletana mentre teneva per mano il suo nipotino di tre anni che stava accompagnando a scuola.

Era in viaggio quando le hanno scritto la preside della scuola, le mamme (dalla lettura della cronaca i padri non ci sono), i bimbi per chiedere aiuto a Lei che conosce il dolore dello strappo della vita per mano mafiosa, o per mano neofascista.

Le indagini per la morte di suo fratello Piersanti, l’erede di Aldo Moro, a 38 anni dall’esecuzione non sono ancora terminate. Ma lei che è un costituzionalista sa che esiste una verità processuale ed una storica e quest’ultima la conosciamo. Pier Paolo Pasolini fu ammazzato per questo: sapeva, denunciava e non aveva le prove. Poi quelle vennero e Ostia era la spiaggia giusta per togliere di mezzo l’autore dei Ragazzi di Vita e della Vita Violenta per mano proprio di un ragazzo di vita.

Il fascismo è sempre stato con noi, ha accompagnato lo sviluppo economico del Paese distorcendolo con le stragi, i tentati golpe e la liberazione di Ciro Cirillo. Lei sa chi è. La mia generazione pure. Eravamo in città quando i fatti sono accaduti e ogni napoletano sapeva come sarebbe andata a finire. Napoli è militarmente controllata dalla camorra ed è una parte grande di quel 40% di territorio nazionale dentro il quale la Repubblica viene presa a stese e a armi e droga e schiavitù in faccia.

La cronaca dei venerdì 5 gennaio 2018 ci informa che la Dda di Palermo ha avviato nuovi accertamenti sull’omicidio di suo fratello, crivellato di colpi quando era Presidente della Regione siciliana.

Era il giorno della Befana, della festa finale con cui l’Italia saluta a modo suo il Natale. Ai piccoli la vecchia sulla scopa portò le calza piene di dolciumi, a lei e alla sua famiglia proiettili come carbone.

Il killer sparò con una pistola e poi fuggì su una Fiat 127 dove l’aspettava un complice. Chi erano? Bho. Senza nome. Un omicidio fatto da anonimi.

La cronaca ci dice che la pista neofascista ha ripreso vigore dopo il ritrovamento nel 1982 di spezzoni di targhe in un covo dell’estrema destra a Torino.

Trentasette anni fa, spezzoni di targa, frammenti di una verità che l’Italia cerca e non trova e che non deve mai smettere di cercare perché se oggi siamo quello che siamo è perché c’è confusione e tutti appariamo uguali, ma uguali non siamo. Non è un caso infatti che lei è stato a Capodimonte, nel bosco regio, nella casa reale del buon ritiro a visitare la mostra sul Caravaggio e poi giù al quartiere Sanità per riempire di significato istituzionale un’esperienza di riscatto dal basso che è una meravigliosa novità per chi crede che Napoli possa farcela, un giorno, a non essere più allegra per forza, per compiacere i turisti, o svuotata dai suoi figli più giovani che sempre più numerosi scappano come suggerì di fare il nostro drammaturgo Eduardo De Filippo negli anni in cui i morti ammazzati erano come le ciliegie, uno tirava l’altro.

Lei sa che la pista neofascista fu ipotizzata  nel 1989 dal giudice Loris D’Ambrosio in un report in cui si riportavano “elementi di prova che collegano come mandanti del delitto Mattarella e della strage di Bologna la P2 e spezzoni deviati dei servizi”.

Report scartato. Report che ritorna e che la Procura di Bologna sta facendo riemergere dallo scantinato buio della Repubblica. Erano passati due anni e dieci mesi e quegli spezzoni di targa che portavano a Palermo, al 6 gennaio del 1982, furono ritrovate in un covo nero a Torino. La coincidenza non fu sottovalutata e il giudice D’ambrosio la riportò con queste parole: “Una coincidenza che ha aspetti di stupefacente singolarità”.

Avanzava  Loris D’Ambrosio l’ipotesi che ad uccidere suo fratello fossero stati proprio i neofascisti.

La sua visita a sorpresa in mezzo a noi, amato Presidente, ci ha portato anche questo. Perché lei è uno di noi, è un familiare colpito dalla ferocia, come tanti che ogni anno nel giorno della memoria per le vittime innocenti della criminalità vengono ricordati uno ad uno per nome, cognome, età come se si recitasse un rosario laico, il rosario di don Ciotti.

Noi non avevamo alcuno dubbio che lei sarebbe andato al rione Villa, a San Giovanni a Teduccio, tra il mare e l’Università, tra ciò che resta delle fabbriche e degli operai. Perché  “Tutte le città hanno problemi. Ma un omicidio davanti a un bambino è un’atrocità”.

Sono parole sue. Sa, Presidente, mio figlio, che ha ventidue anni  ascolta solo lei quando gli capita di intercettare un suo discorso. Dice che lei è semplice, parla con una voce che arriva direttamente al cuore e alla testa. Non è come questa ‘vrancàta’ ( scusi il dialetto ) di mediocri che hanno vinto le elezioni uno contro gli altri per poi firmare un contratto di governo che credo lei abbia subìto perché non poteva fare altro con il bullo leghista che marciava alla testa dei suoi sostenitori i quali hanno deciso che vengono prima loro e poi tutti gli altri.

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