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Giornalisti sportivi come i panda, sono in via di estinzione, ma nessuno ha voglia di salvarli

C’era una volta il giornalista sportivo, colui che raccontava le gesta dei campioni dello sport in generale e in particolare del calcio e delle squadre in giro per l’Italia, l’Europa, nel mondo. Non esisteva la pay tv, anzi in principio non esisteva proprio la televisione e per capire cosa accadeva sui campi di calcio bisognava fidarsi o dei racconti enfatici di quei pochi eletti che assistevano alle partite direttamente allo stadio, e per la grande massa affidare la propria immaginazione alle leggendarie radiocronache dell’unico personaggio che le raccontava, e in Italia lo faceva il mitico Nicolò Carosio, autentico eroe del racconto calcistico, anche perché nessuno mai avrebbe potuto riscontrare cose diverse accadute nelle partite che non fossero dal suo punto di vista volutamente visionario per dare quel tocco di romanzo alle vicende sportive dei protagonisti che accadevano su un campo di gioco, il resto lo faceva l’immaginazione dei tifosi e degli sportivi. A quei racconti epici poi seguivano quelli dei giornali, ma alle opinioni prevaleva la cronaca, solo più in là nel tempo con l’avvento della televisione dei due canali Rai e i collegamenti radio da tutti i campi nacquero altri figli di Carosio in quel romantico e indimenticato “Tutto il calcio minuto per minuto” che in tempo reale ci informava però solo a cominciare dal secondo tempo delle partite sui risultati parziali e finali dai campi del campionato di calcio di Serie A e di qualche partita di Serie B. Non vogliamo stare qui a raccontare la storia del calcio dal punto di vista della cronaca radio televisiva e delle pagine sportive di tutti i giornali, ma per dire della vera necessità di avere dei cronisti e dei giornalisti che si occupassero di raccontare e informare la gente sulle vicende della vita in generale e in questo caso dello sport, rendendo questi professionisti dell’informazione dei veri e propri eroi di riferimento, se non quanto i campioni che andavano in campo, ma quasi a cui portare rispetto e rivolgersi a loro quando ci si imbatteva per strada o allo stadio loro con il titolo accademico di ‘dottore’, oggi quello assai meno lusinghiero di ‘Leccaculo’, sono i tempi che cambiano…, Chiaramente la responsabilità da parte di quei signori giornalisti era enorme, quella di dare l’unica versione possibile di quello che accadeva su un campo di calcio e questo suscitava profondo rispetto delle parti, quindi degli ascoltatori verso i commentatori e di quei cronisti verso gli ascoltatori. Non esisteva il giornalista tifoso, tranne che nelle redazioni dei giornali locali per ovvie ragioni, ma a livello nazionale era un vero tabù per un radiocronista dover rivelare, o già solo far trapelare la propria fede calcistica, ad ogni modo era giudicato deontologicamente scorretto, ma era evidente che con il tempo, con l’evoluzione massmediologica era sempre più difficile limitarsi alla sola fredda e spartana telecronaca alla Nando Martellini o alle descrizioni dettagliate sui giornali della partita, ma poi a cominciare dalle superbe radiocronache di Ameri, Ciotti e altri, diretti magistralmente dalla voce calda e rassicurante di Roberto Bortoluzzi in studio centrale nacque la figura del giornalista opinionista perché a cominciare dai due principali radiocronisti le radiocronache splendidamente raccontate, venivano condite da commenti e opinioni degli stessi riguardo alle prestazioni di ogni singolo protagonista in campo, quindi calciatori, allenatori, arbitro e persino tifosi ed è così che a ruota nascevano altri opinionisti fra le sole prime firme dei giornali a cui era permesso fare opinione attraverso un editoriale che ad altri redattori non era permesso e infatti tutto il resto dei giornalisti che si occupavano di calcio in radio, televisione e giornali ad ognuno veniva affidato un compito a seconda delle attitudini, quindi la cronaca, le interviste e il colore. Oggi nulla è cambiato ma è tutto cambiato perché facendo un grande salto nel tempo per non dover raccontare per filo e per segno tutti i cambiamenti, con l’avvento delle televisioni private e con il terzo canale Rai e quelle commerciali nazionali, bisognava riempire i palinsesti più ricchi e numerosi nella programmazione, anche perché qualche epoca addietro le trasmissioni cominciavano solo nel pomeriggio con la Tv dedicata ai ragazzi e con l’avvento di radio e tv libere ormai si trasmetteva almeno fino alla mezzanotte per 12 ore filate, in seguito h24. Questo necessariamente imponeva di arricchire l’informazione e le programmazioni con altri format in tutti i settori soprattutto nello spettacolo e nello sport e nell’intrattenimento quindi dopo la mitica “Domenica sportiva” ecco arrivare 90’ minuto, poi Dribbling sull’altro canale Rai, e finalmente il “Processo del lunedì” che traghettó inizialmente il commentatore principe della radio, Enrico Ameri a condurre un parterre di opinionisti più o meno faziosi diretti dalla regia di Aldo Biscardi, dopo Ameri arrivó Bartoletti direttamente dal Guerin sportivo fino ad occuparsene l’ideatore stesso, Aldo Biscardi.. E fu così che anche altri giornalisti poterono finalmente opinare di calcio senza essere costretti a pendere solo dagli ecumenici, colti editoriali di Brera, o quelli di altri unici editorialisti opinionisti dell’informazione sportiva. Biscardi al Processo invitava tutti indistintamente e soprattutto giornalisti faziosi di ogni parte, che si beccavano di continuo in questa sorta di processo opinionistico al calcio con la formula ‘bar sport’ ed ha così tanto avuto successo che oggi a distanza di trent’anni di processi, appelli, cassazioni in salottini tv, radio, siti web, social e quant’altro ve ne sono a iosa, al punto di traghettare in queste trasmissioni anche giornalisti e personaggi diversi che in genere si occupavano di altro ma tutti buoni a parlare di calcio, aumentandone la popolarità individuale di ognuno di essi. Giornalisti-politici che per l’occasione si trasformavano in opinionisti del calcio, e fu proprio con il processo e grazie a Biscardi che gente come Feltri, Liguori, Galimberti, Mughini, Mentana e altri hanno raggiunto il picco di popolarità professionale più grazie al mondo pallonaro piuttosto che dai settori di competenza , ma ormai chiunque approfittava del processo per vivere i suoi momenti di gloria fatti di grande visibilità e notorietà che ha reso questa categoria professionale la più in vista nel mondo mediatico, al punto da sdoganare la formula del processo del lunedì, ad altri format televisivi riguardanti la politica, lo spettacolo, la cultura in tutti quei salottini e talk show che impazzano nelle centinaia di radio e tv nazionali e locali. Da un lato tutto questo ha determinato e contribuito a rendere più popolare ancora il calcio oltre ad avere incrementato il lavoro nel settore giornalistico, ma pure aver esasperato un mondo che non andava ulterioremente sovraeccitato essendo già di natura oltre le righe e non avranno di certo aiutato i titoloni clamorosi sui giornali ormai utilizzati ogni santo giorno e su qualsiasi argomento, mentre un tempo si titolava a ‘nove colonne’ solo nei momenti storici come la vittoria di uno scudetto o dei mondiali, mentre con il tempo si è enfatizzato qualsiasi cosa accadesse nel calcio, utilizzando iperboli e paroloni anche per episodi insignificanti. Oggi da un giorno all’altro un calciatore o un allenatore passa dall’essere dal top al flop a distanza di pochi giorni. Parole come dramma, fallimento, scandaloso, raccapricciante, vengono usate come intercalari in ogni discorso o articolo da queste moltitudini di sedicenti opininionisti, e se lo fanno loro che sono i riferimenti di lettori e ascoltatori automaticamente lo faranno i tifosi ripetendo a pappardella la marea di luoghi comuni del gergo calcistico, istigati ben bene da queste intensissime campagne stampa che riversano nel calcio il lato peggiore quello del faziosismo, creando tutti un enorme corto circuito che sta finendo per rovinare uno sport così emozionante e spettacolare come il calcio riducendolo ad una guerrra opinionistica di tutti contro tutti addirittura nella stessa fazione a causa del giornalismo perduto, trasformatosi pericolosamente in un’accozzaglia di opinionisti, predicatori, guardoni, improbabili avvocati, giudici e commercialisti, a cui si aggiungono milioni di allenatori, procuratori e manager fra i tifosi cresciuti e formati da questa nuova figura del giornalista multitask che ci bombarda non più attraverso la pura e sacrosanta cronaca, ma da personalissime e faziosissime opinioni che rendono ormai la categoria dei giornalisti sportivi in esemplari in via di estinzione, perdendo talmente tanto in credibilità dal non essere più riferimento informativo per i tifosi ma solo ed esclusivamente per le società di calcio che li utilizzano per i propri interessi, quelli non allineati faticheranno persino a ricevere il sacrosanto diritto dell’accredito per seguire le partite. Il giornalismo nasce per un’esigenza di informazione e soprattutto per controllare e fare le pulci ai poteri forti non di certo per affiancarli nella loro scalata al potere e all’arricchimento degli individui più in vista e se la funzione del giornalista non è più di servire e informare il pubblico ragione per cui nasce, contemporaneamente muore anche la sua missione e non ci sarà mezzo mediatico che tenga a salvaguardarne il ruolo, anche perché ormai tutti hanno accesso alla comunicazione di massa e non essendoci più giornalisti credibili ognuno diventa il giornalista, il tifoso di se stesso contribuendo a questa guerra globale di opinioni e faziosismi addirittura all’interno della stessa fazione che non farà altro che peggiorare le cose, è inevitabile! Sono gli effetti collaterali di una professione che si è autodistrutta insieme a quei giornali che invece di approfittare della tecnologia per rendere migliore l’informazione hanno usato la stessa come un boomerang che si è ritorto contro ed oggi diventa più credibile un blogger che un professionista del settore ormai fagocitato nei gangli del potere come l’ultima rotellina dell’ingranaggio. Il ruolo del giornalista sportivo ormai è tanto inflazionato quanto del tutto marginale, e se esistono ancora sarà per un rigurgito romantico di rivendicazione del ruolo o perché ancora utili a veicolare piccoli e grandi poteri, ma di certo non più per informare la gente che ormai è totalmente connessa e riesce da sola a decodificare l’informazione, gli eventi su qualsiasi supporto tecnologico, il che è talmente vero, che le stesse pay tv quando trasmettono una partita prevedono l’opzione senza commento in questa sorta di autoconsapevolezza che certe figure giornalistiche non servano più o quanto meno si rendono non più necessarie. Sarà impossibile tornare indietro e allora non ci resta che tristemente constatare la lenta agonia di una figura come quella del giornalista sportivo che non avrà più modo di esistere se non esclusivamente nel ruolo di addetto stampa per qualsivoglia entità che necessita riciclarli in questa sorta di mobilità nei più disparati ruoli di portavoce, portaborse, autisti, factotum, bodyguard, ma alla gente e in questo caso ai tifosi di calcio, almeno quelli meno ottusi e plagiabili, non servono più. Chiudiamo esattamente così come abbiamo aperto e quindi… C’era una volta….

Pippo Trio

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