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Il Tar della Toscana blocca le ‘zone rosse’: Salvini scatena il dossieraggio sulle toghe

Fallito, almeno per il momento, l’ennesimo tentativo da parte del ministro degli Interni, Matteo Salvini di trasformare il Paese in uno stato di polizia.

di Peppe Papa

Fallito, almeno per il momento, l’ennesimo tentativo da parte del ministro degli Interni, Matteo Salvini di trasformare il Paese in uno stato di polizia. Ad opporsi questa volta è stato il Tar di Firenze che ha annullato le famigerate “zone rosse” nelle città italiane, istituite con una direttiva che affidava ai prefetti poteri straordinari per intervenire, scavalcando i sindaci ogni volta che questi si fossero dimostrati incapaci nonostante i nuovi strumenti messi in campo (a partire dal Daspo urbano),  ad assicurare la sicurezza e il decoro urbano. Il Tribunale amministrativo toscano ha stabilito che “le libertà costituzionali non si possono sacrificare sull’altare della percezione della sicurezza”. In sostanza è stato riconosciuto, così come affermavano i legali dei ricorrenti che il prefetto “avrebbe potuto adottare il provvedimento, ma soltanto in presenza di particolare necessità e urgenza”. Pertanto, per quanto riguarda le 17 zone individuate  a Firenze, il Tribunale ha ritenuto che non sussistessero tali requisiti.

La reazione di Salvini è stata veemente, rabbiosa, ha immediatamente scatenato la guerra sia al Tar toscano che al Tribunale di Firenze mettendo nel mirino il presidente della seconda sezione del Tar, Rosaria Trizzino, e la giudice Luciana Breggia. Il Viminale, non solo  impugnerà la sentenza “ed è pronto a riformulare l’ordinanza per allontanare da alcune aree cittadine balordi e sbandati”,  ma presenterà ricorso anche contro le sentenze dei tribunali di Bologna e Firenze sui casi legati all’iscrizione all’anagrafe di alcuni cittadini stranieri. Inoltre, il Ministero ha fatto sapere di volersi rivolgere all’avvocatura dello Stato per “valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”. I magistrati in pratica, avrebbero espresso pubblicamente idee e intrattenuto rapporti di collaborazione, o vicinanza con “riviste sensibili al tema degli stranieri come ‘Diritto, immigrazione e cittadinanza’ e avvocati dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione”, tanto da metterne in discussione l’imparzialità di giudizio, pertanto avrebbero fatto bene a non occuparsi dei fascicoli in questione.

Su questo punto l’offensiva del dicastero si è fatta feroce annunciando di avere approntato un dossier sul giudice Breggia, relatrice della sentenza che ha escluso il Ministero dal giudizio sull’iscrizione anagrafica di un immigrato. “In alcuni dibattiti pubblici, come quello organizzato a Firenze l’8 aprile 2019 e disponibile online, ha chiarito la sua idea di immigrazione censurando l’uso della parola ‘clandestini’ e ha partecipato alla presentazione del libro dell’avvocato dell’Asgi Maurizio Veglio, dal titolo  ‘L’attualità del male, la Libia del male è verità processuale’. Ed è proprio un altro avvocato dell’Asgi, Noris Morandi, il legale che ha assistito il cittadino straniero che ha fatto ricorso contro il Viminale e a cui il giudice Breggia ha dato ragione”.

L’indagine è proseguita con l’esposizione di un resoconto dettagliato della vita extragiudiziaria del magistrato a dimostrazione della sua parzialità, frutto evidentemente di un’attività investigativa degna di una spy story. Abitudini, frequentazioni, incontri pubblici, tutto annotato con scrupolo, così come per l’altra ‘nemica’, Rosaria Trizzino che ha bocciato le ‘zone rosse’ a Firenze in qualità di presidente della seconda sezione del Tar della Toscana. Di lei si mette in evidenza la collaborazione con la rivista online “Diritto, informazione e cittadinanza” che si erge a “difesa dei diritti, dell’eguaglianza, della integrazione nel rispetto della diversità”. Lo stesso periodico dove, nel comitato editoriale, siede la presidente della prima sezione del Tribunale civile di Bologna, Matilde Betti, la stessa che il 27 marzo 2019 non ha accolto il ricorso proposto dal ministero dell’Interno contro la decisione del giudice monocratico del capoluogo emiliano che disponeva l’iscrizione nel registro anagrafico di due cittadini stranieri.

Intanto, a prescindere da come andrà a finire la vicenda, un punto fermo resta: per ora, niente zone rosse. L’americanata di Salvini che ha voluto scimmiottare gli ‘hotspot’ Usa, insomma, si è rivelata per quello che era, vale a dire semplice propaganda. In alcune città degli States il provvedimento funziona e risulta efficace, perché articolato sulla base di dati e statistiche in mano alla polizia che individuano i quartieri ‘caldi’ dove in certi orari si commettono una serie di reati e vi fa confluire le forze dell’ordine a presidio del territorio, senza sprecare uomini e risorse. Una attività di prevenzione che è stato impattante sia sulla percezione della sicurezza che sulla minore quantità di illeciti commessi.

Basterebbe, insomma, provare a coordinare meglio la nostra forza pubblica senza fare proclami e fomentare paure. Che non è proprio esattamente quel che è in cima alle intenzioni narrative del ‘nostro’ Capitano.

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