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Di Maio para ‘paccheri’: “Adesso basta, facciamo il partito”

di Peppe Papa

Luigi Di Maio, stufo di prendere schiaffi per tutti, dice basta e mette sul tavolo la questione organizzazione del Movimento che, “così come non è strutturato non può andare avanti”.

Pur non mettendo in discussione i suoi pluri incarichi politici e di governo, in un lungo sfogo demolisce in un sol colpo uno dei cardini fondanti della retorica pentastellata, quella del non partito, dell’uno vale uno e tutti al servizio del cittadino.

Una volta messo piede nel Palazzo, però le cose si sono evidentemente complicate, prendere decisioni e assumersene la responsabilità è cosa diversa dal puntare il dito dall’opposizione e fare ‘ammuina’. Così, il capo dei Cinquestelle, si è trovato nella posizione scomoda quando, una volta diventato suo malgrado vicepremier e tante altre cose ancora, la situazione si è fatta dura e si è dovuto impegnare a schivare ceffoni che arrivavano da tutte le direzioni, anche da parte dei suoi fedeli ‘cittadini-portavoce’.

Oggettivamente complicato da sostenere, specialmente se mancano conoscenze, competenza, visione politica e la preoccupazione principale è quella di conservare uno status inimmaginabile fino a qualche tempo fa.

Pertanto è sbottato dichiarando che non vuole essere più lui solo a metterci la faccia e che comunque una forma partito al Movimento va data per mettere una pezza all’irrilevanza sul territorio palesata puntualmente ad ogni elezione amministrativa, non ultima quella di domenica scorsa.

“Non si può pretendere di non avere un’organizzazione interna e prendersela sempre con me qualunque cosa succeda – ha detto, come un bambino ingiustamente sculacciato, a Radio Rtl – Io sono sempre disponibile a prendermi tutte le responsabilità però adesso anche basta”. “È bellissimo – ha proseguito – dire che non abbiamo una struttura e un’organizzazione e ogni cosa la decide il capo politico, però poi quando qualcosa non va bene l’unico destinatario delle accuse sono io come capo politico del Movimento”.

Embè ti tocca, verrebbe da dire, sono le spine del mestiere di leader e vanno sopportate. Di Maio, tuttavia, non sembra essere di questo avviso, adesso va cambiato registro e pazienza se serve derogare a qualche principio. M5S ha bisogno di un radicale cambiamento “così com’é non può andare avanti” ha spiegato, “non può funzionare, non è più rinviabile un processo di organizzazione interna. Dobbiamo avere dei referenti regionali e nazionali con gente che si prende le responsabilità. Sono anni che ogni cosa che succede nel movimento è sempre colpa di Di Maio. Ormai la prendo con filosofia».

Certo, che vuoi fare è il destino dei primus inter pares, ciò non toglie comunque che si faccia finalmente il partito, anche se, a precisa domanda dei giornalisti in tal senso, ha provato a dissimulare in perfetto stile politichese sostenendo che “un partito è quello che esiste al di là delle idee e delle iniziative per i cittadini”, loro invece continuano ad esserci “se ci sono idee e iniziative per cambiare la vita degli italiani”. Se mancano le idee, dunque, non c’è ragione della loro stessa sopravvivenza, solo che per realizzarle (le idee) “c’è bisogno che a livello nazionale e regionale ci siano dei referenti”. E ha concluso: “Credo che per una forza politica arrivata al governo sia imprescindibile”. Insomma, un bel partito come quelli di una volta è quel che ci vuole. Amen.

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