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M5S a rischio scissione? Uno stipendio a Dibba e passa la paura

Uno ha bisogno di far soldi dopo aver messo su famiglia e aver scialacquato la dote guadagnata da parlamentare oltre il pingue compenso per scrivere reportage dall’America Latina. L’altro preoccupato della sua giovane carriera politica, nata col vento in poppa e che scopre improvvisamente in bilico dopo la brillante conquista del Palazzo. In mezzo una società privata e un comico di professione che reggono le fila con lo scopo principale di non rompere il giocattolo, che tanto sta portando bene ai propri affari, preoccupandosi di orientare e mantenere gli equilibri.

di Peppe Papa

Il M5S comincia a fare i conti con se stesso, persa la verginità prende atto di non essere dissimile, se non peggio, ai partiti che lo hanno preceduto, dal vecchio sistema politico che avevano avversato e che si erano proposti di cambiare.

Vecchie storie fatte di gelosie, sete di potere, interessi personali, ambizioni, insomma, niente di nuovo. E i risultati si vedono: un bottino elettorale depauperato nel giro di appena dodici mesi e la prospettiva di non toccare più palla per il prossimo futuro. La bolla movimentista e anticasta si è bucata e si salvi chi può, perché è difficile che i ‘giovanotti’ siano in grado di elaborare una strategia di lungo respiro che gli garantisca almeno la sopravvivenza.

Manca lo spessore politico, per quanto tra loro ci sia chi potrebbe avere i numeri per salvarsi a bordo di qualche scialuppa di passaggio. Tipo Di Maio, in questo momento particolarmente sotto pressione che, gioco forza dato il ruolo di primo piano che si è ritagliato, prende sberle per tutti e comincia ad accusare il logoramento.

A maggior ragione se si materializza un Alessandro Di Battista, di ritorno dal suo anno sabbatico dall’altra parte dell’Atlantico, che ha voglia di “darsi da fare per la causa”. Pensando bene di dare in primis proprio addosso al suo vecchio “fratello” scrivendo un libro dove ricorda che “il cambiamento vero si ottiene con il coraggio”, che “abbiamo l’obbligo di ricostruire un sogno” e, soprattutto, “basta essere complici”. Rincarando poi la dose in un’intervista al ‘Corriere della sera’ dove evoca “squallidi giochi di potere” sottolineando che “un conto è fare un patto di governo, un altro essere correi dell’alleato”. Infine andando a braccetto a Catania con Davide Casaleggio al Rousseau City Lab, un segnale per innervosire ulteriormente  il già stressato vice premier, pluriministro e capo politico del movimento.

E’ così che Di Maio sabato pomeriggio, nel corso di una riunione di attivisti a Terni, reagisce e risponde all’offensiva del Dibba. “Noi siamo andati al governo per fare le cose – si è sfogato – finché ci saranno le condizioni per farle, io continuerò. Perché se il tema è fare il ragionamento politico…è per questo che mi sono incazzato in questi giorni quando ho sentito questa frase: burocrati chiusi nei ministeri”. Un botta e risposta che ha infiammato gli animi dei parlamentari Cinquestelle i quali si sono scatenati in commenti sui social a protezione del loro leader non facendo mancare il veleno. Qualcuno ha raccontato di un accordo di Di Battista con Loft, la piattaforma Tv del ‘Il Fatto’ per scrivere dei reportage dall’India, un lavoro che gli avrebbe assicurato tra i 20 e i 25mila euro al mese, ma che poi non si è concretizzato, per cui “se n’è uscito con questo libro per sfruttare l’immagine del Movimento per fare soldi”. Addirittura c’è chi ha raccontato che in uno dei gabinetti di guerra con Di Maio, cui ha partecipato “non invitato e non si capisce a che titolo”, abbia spiegato di essere in bolletta e di “sperare in un ruolo retribuito nel M5S”.

Monta il malumore e qualcuno si spinge a parlare apertamente di scissione. “Così non si può andare avanti – confessa un deputato durante un pausa alla Camera – se dura il governo, ho l’impressione è che non duri il M5S unito ancora a lungo”. Sarebbe la fine del sogno, un cataclisma, l’ultima spallata e addio, tutti a casa. Una sciagura che provano a scongiurare il duo Grillo-Casaleggio, con il primo che abilmente guida la componente “ortodossa”, quella che si richiama agli antichi valori delle stelle, cui fa riferimento il presidente della Camera Roberto Fico, il secondo che invece rappresenta quella dei “pragmatici” rappresentata da Di Maio. In apparenza le due fazioni sembrano divise sull’opportunità di continuare l’esperienza di governo con la Lega, oppure chiuderla subito, in realtà i due padroni del pentastellato, quando è il momento tirano la briglia e questo è uno di quelli. Non è ancora tempo di uscire di scena e a Di Battista troveranno qualcosa da fare, lui è l’ultimo problema, soprattutto se gli serve uno stipendio.

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