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E’ vero, il Pd non smette mai di essere sempre uguale a se stesso e chissà per quanto tempo ancora andrà avanti così. Da una polemica all’altra, scontri più o meno velati tra fazioni, trascina a fatica il suo corpaccione nell’indifferenza generale tentando di non perdere pezzi e ignorando il proprio futuro.

di Peppe Papa.

Che è la vera posta in gioco della guerra che si combatte senza pause nel partito. Matteo Renzi, a detta di molti e qualificati osservatori politici, è l’unico al momento che su questo tema può parlare un linguaggio di novità al passo coi tempi, il resto della truppa è destinato a farsene una ragione. Prima o poi, si riprenderà il Pd  e sarà un’altra storia dopo la prima esperienza da leader.

Solo però che ogni tanto esagera, perde lucidità e rischia di danneggiare la propria immagine confermando le critiche che gli vengono rivolte di essere antipatico, arrogante, fanfarone, sleale, infido, malizioso e anche un po’ perfido, un uomo perso nel suo ‘fantastico’ ego.

La sua uscita sulla questione immigrazione, con una lunga lettera a Repubblica e dopo settimane di bagarre interna all’organizzazione, ha fatto irritare molti nel partito, provocando anche la reazione garbatamente indignata di Carlo Calenda, notoriamente molto in sintonia con lui.

A non essere piaciuta è stata la presa di distanza da Paolo Gentiloni e Marco Minniti per la gestione del problema da parte dell’allora governo di centrosinistra, smentendo se stesso che all’epoca, ancora segretario, appoggiò in toto l’iniziativa del presidente del consiglio e del ministro degli Interni.

Non abbiamo sottovalutato la questione immigrazione: l’abbiamo sopravvalutata quando nel funesto 2017 abbiamo considerato qualche decina di barche che arrivava in un Paese di 60 milioni di abitanti, una minaccia alla democrazia” ha scritto Renzi nella missiva, aggiungendo: “Il crollo nei sondaggi del Pd comincia quando si esaspera il tema arrivi dal Mediterraneo e allo stesso tempo si discute lo Ius soli senza avere il coraggio di mettere la fiducia come avevamo fatto sulle Unioni civili. Geometrica dimostrazione d’impotenza: allarmismo sugli sbarchi, mancanza di coraggio sui valori. Il successo di Salvini inizia lì”.  

Invece l’Italia “non ha un’emergenza immigrazione, ma tre emergenze gravissime: denatalità, legalità, educazione”. La prima è la più preoccupante. “Un Paese senza figli – ha sottolineato – è un Paese senza futuro. E paradossalmente non ne usciamo neppure con gli immigrati. La demografia segna la fine delle civiltà, non qualche migliaio di rifugiati che sbarcano nel Mediterraneo. E nel resto d’Europa ‘l’invasione’ che paventano i populisti nasce dalle culle, non dai barconi”.

Parole di buon senso, sulle quali si potrebbe in gran parte essere d’accordo. Eppure, appena un anno fa, a febbraio del 2018 nel corso di un appuntamento a Firenze il segretario esprimeva tutt’altro apprezzamento, definendo “straordinario” il lavoro di Minniti e Gentiloni a cominciare dal contrasto alle partenze e la firma degli accordi.

“Non si può negare la realtà e cioè che se gli sbarchi sono venuti meno in questo periodo è perché c’è stata un’azione intelligente di contrasto” spiegava. “E non c’è contraddizione – affermava – tra l’aver nel 2015 salvato tutte le vite possibili, cosa che io rivendico e di cui siamo stati orgogliosi. Non c’è contraddizione tra l’aver salvato le persone e il desiderio di non farle partire, perché il mare è il posto più pericoloso dove salvare le persone. Il modo migliore è di investire sull’Africa, fare accordi con quei paesi intervenire bloccando i criminali che giocano con gli schiavisti”. Lo stesso concetto ribadito meno di una settimana dopo in televisione ospite insieme a Minniti di Lucia Annunziata: “Io, Paolo e Marco non litigheremo mai”, disse prima di alzarsi e andare via con tanto di bacio rituale. Insomma, tipo “stai sereno”.

“Molte parti condivisibili ma non l’attacco a Paolo Gentiloni e Minniti” è intervenuto con un tweet piccato Calenda.  “A prescindere dal fatto che i provvedimenti sono tutti stati votati dal Pd di cui eri segretario, sai benissimo che l’emergenza c’era e come” ha sottolineato. “Fino a 2016 inoltrato – ha poi precisato –  i migranti entravano in Italia andavano negli altri paesi europei. Dopo la chiusura di Shengen e l’identificazione, no. Centottantamila migranti non sono qualche persona. Il problema è nato quando Gentiloni era al governo. Ancora ieri sera ti ho difeso su fake news, flessibilità/migranti – ha avvertito – Non ricominciamo a farci del male”.

A farsi del male, invece, non ci ha pensato due volte Matteo Orfini, reduce dalla comparsata sulla Sea Watch il quale ne ha approfittato per rinfocolare la polemica e mettere i puntini sulle i rivendicando di essere stato tra i primi a biasimare l’azione del titolare del Viminale. “Io penso quello che pensavo del 2017 – ha detto intervistato a Radio Capital – Lo dicemmo in pochissimi: io, l’allora ministro Orlando e pochi altri. Oggi sono felice che questa riflessione sia più condivisa anche da chi allora non lo disse”. In poche parole l’idea di Minniti che esistesse un nesso fra immigrazione e sicurezza non era vera e che  “con quella impostazione – ha sentenziato – ci siamo spostati sulla lettura del fenomeno di Salvini e della destra”.

Bene, non c’è che dire, così funziona nel partito, per definizione, ‘democratico’. Nel frattempo, l’Italia ha evitato l’infrazione Ue, i migranti continuano ad arrivare, il famigerato Capitano vola nei sondaggi, i Cinquestelleevaporano e dall’opposizione non arrivano segni di vita in termini di offerta politica alternativa. L’estate è entrata nel vivo, è tempo di vacanza, forse è meglio riparlarne a settembre.

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