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Pd, Franceschini ‘vuole’ i 5Stelle e attacca Renzi: l’ex segretario lo stronca, Zingaretti si finge pompiere

di Peppe Papa

Come sbarazzarsi di Matteo Renzi e aprire il ‘dialogo’ con il M5S, senza rischiare di perdere il partito. Su questa sfida, il nuovo Pd di Nicola Zingaretti, sta giocando la partita, forse quella decisiva, sul futuro dell’organizzazione.

Così, da ‘figgicciotto’ in perfetto stile proto-comunista, conduce la battaglia su due piani. Su quello formale con il richiamo all’unità, alla pace interna, al tentativo di ricompattamento della sinistra scissionista, che è la cifra principale della sua azione, anche se nessuno gli dà peso. Su quello sostanziale, sotto traccia con effetti conflittuali ogni volta significativi sul piano degli equilibri interni, che segnala l’intento di fare tabula rasa dell’esperienza di chi lo ha preceduto.

Ma liberarsi della figura ingombrante dell’ex segretario, sa bene che non è cosa facile, Renzi controlla la gran parte dei parlamentari, gode del sostegno di una buona fetta di militanti e della maggioranza di simpatizzanti democratici, oltre ad avere spiccate doti di comunicatore e notevole dinamismo di idee e visione politica. Insomma un osso duro.

Il quale, tra l’altro, non ha nessuna voglia di mollare, vuole nuovamente il governo del Paese e gli è chiaro che, al momento, l’unico modo di arrivarci è solo attraverso il partito e le primarie che verranno. Pertanto, per Zingaretti e compagni non c’è altro modo che provocare l’incidente, spingere Matteo e i suoi a dire basta e lasciare, oppure rassegarsi a una mera testimonianza abbandonando i sogni di gloria.

Nell’ultima settimana le spallate si sono intensificate. Prima il no alla presentazione di una mozione di sfiducia contro il ministro degli Interni, Matteo Salvini promossa da Maria Elena Boschi, poi la defenestrazione per via burocratica del segretario regionale del partito in Sicilia il renzianissimo, Davide Faraone, infine l’attacco frontale lanciato dalle colonne del Corriere della sera da Dario Franceschini, capo dell’AreaDem, quella che sta sempre in maggioranza qualunque essa sia.

L’ex ministro ai Beni Culturali ha gettato la maschera e proposto l’avvio di una intesa con i Cinquestelle accusando Renzi di aver commesso un errore, anzi “la madre di tutti gli errori”,  nell’impedirlo in passato e che questo è costato la nascita del disastroso governo gialloverde. “E’ stato un grande sbaglio – ha detto – non avere fatto tutto quello che avremmo dovuto per evitare la saldatura di Lega e 5Stelle. Pensiamo ai danni che sono stati fatti in questo anno: danni materiali a famiglie, lavoratori, migranti, all’economia italiana e al sistema di valori condivisi del Paese”.

E cosa dire della “strategia dei pop corn – ha sottolineato ancora Franceschini – che ha portato la Lega dopo un anno al 35% e buttato un terzo dell’elettorato grillino in mano a Salvini”. Certo, anche lui vede i limiti del M5S, i loro “toni insopportabili” l’incapacità di governo, “la disgustosa strumentalizzazione della vicenda di Bibbiano”, ma non basta per non metterli comunque su due piani diversi. “Il reddito di cittadinanza, o il no Tav – ha spiegato – sono errori politici, ma non sono la stessa cosa del far morire la gente in mare o accendere l’odio, che è ciò che Salvini fa ogni giorno”. Dimenticandosi però di aggiungere, con il pieno consenso di Di Maio e del suo Movimento.

Naturalmente le affermazioni di Franceschini non sono passate inosservate, sulla Rete si è scatenata la bagarre, si è risvegliato indignato il popolo dei #Senzadime, gli appelli dei renziani ad andarsene e dare finalmente vita al nuovo partito riformista che in tanti attendono. Zingaretti dal suo canto ha provato a fare il pompiere dichiarando alle agenzie che “nessun governo con il M5S è alle porte” e che questo non è l’obiettivo del Pd, cosa che a suo avviso “anche Franceschini dice in modo chiarissimo”. Non ha però rinunciato a dare il suo personale contributo nel soffiare sul fuoco dello scontro affermando che in tutti i casi “bisogna prendere atto che ci sono due forze diverse che si deve evitare diventino un blocco”. Che vuol dire non rinunciare a mettersi in mezzo ai due soci di governo, facendo l’occhiolino ai ‘compagni che sbagliano’ del Movimento.

La reazione di Renzi è stata esemplare per lucidità e calma olimpica. Abile a trasformare l’atto d’accusa nei suoi confronti nell’ennesimo boomerang per i suoi avversari, mostrando i muscoli senza scomporsi, ribadendo una leadership che il nuovo corso non sembra proprio in grado per il momento di mettere in discussione.

“Tutte le volte che faccio una intervista contro Salvini e Di Maio (l’altro ieri sul Corriere, ndr) – ha evidenziato su Fb – parte qualcuno del Pd che mi attacca. Ci sono abituato, non è più un problema”. Poi è andato subito al punto. “Ci vuole chiarezza una volta per tutte – ha scritto – allora prendo sul serio le parole di Dario Franceschini in una intervista in cui per metà attribuisce a me la colpa di tutto ciò che è successo in questi mesi e per metà fa l’elogio del M5S: ‘insieme possiamo difendere certi valori’ dice Dario dei grillini. Insieme, ok. Ma #Senzadime, sia chiaro perché io non vedo valori comuni con chi ha governato in questo anno”.

Ha spiegato che sostenere di aver perso le elezioni per colpa del suo carattere è semplicemente una cosa fuori dal mondo, “mi piacerebbe che chi come Dario è in politica da decenni avesse l’onestà intellettuale di fare una analisi meno rozza”, aggiungendo poi che “chi come Franceschini ha perso nel proprio collegio consegnando la sua città alla destra dopo settant’anni, forse potrebbe avere più rispetto per chi il collegio lo ha vinto e continua a governare i propri territori. A meno che non si voglia dire che anche a Ferrara è colpa di Renzi”.

E a proposito di errori, ha chiarito che proprio l’alleanza con i Cinque stelle sarebbe un errore politico.

“Non ho valori comuni con loro”, ha puntualizzato, sciorinando un elenco di temi a partire dalle politiche “sul lavoro, sul giustizialismo, sui vaccini, sulla Tav, sui Benetton, sulla Gronda di Genova, sul Tap, sul merito nella scuola, sulle riforme costituzionali, sull’immigrazione, sui diritti civili, sulle infrastrutture, sulle Olimpiadi, sui rifiuti di Roma, su Timmermans e l’Europa, fino alle chiusure domenicali dei negozi” che segnano un “abisso di differenze tra noi e loro, o almeno tra me e loro”.

Senza tralasciare che il M5S “non è democratico” con una “piattaforma opaca, un rapporto stravagante con la Rete e una capacità di aggressione esattamente identica a quella di Salvini”.

Infine, chiarita la propria contrarietà è passato alla mortificazione del suo ex ministro e alleato, affermando di non comprendere il gusto che c’è ad aprire ai grillini e ricevere per tutta risposta il giorno dopo lo sdegnato diniego di Di Maio: “Non ci accordiamo con il partito di Bibbiano”.

“Franceschini si sforza di offrirmi un trattato di tattica parlamentare e di saggezza politica – ha sottolineato sferzante – ma il godimento di prendere schiaffi, addirittura da uno come Di Maio, non si chiama politica, si chiama masochismo”.

Per chiudere ha lanciato la sfida: “Se qualcuno vuole davvero fare l’accordo con i Cinque Stelle ci provi, alla luce del sole, senza dover attaccare me. Io non condivido questa scelta e per il rispetto che devo a chi mi ha eletto nel collegio, non voterò la fiducia a un governo Pd-Cinque Stelle. Chi vuole provarci lo faccia: nessuno potrà impedirmi di oppormi ad alta voce come è mio diritto. E come è mio dovere. Si può rinunciare a una poltrona, come io ho fatto più volte, ma non si può rinunciare alla dignità”. A buon intenditor, poche parole. Si attendono sviluppi.

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