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SENZA BUSSOLA Il Paese che va a rotoli, il braccio della Merkel che trema e io che sto ‘azzeccato’

di Gennaro Prisco

Caro direttore,

sì, mi sono addormentato sulla tastiera. E’ che non vivo di questo mestiere compromesso dalla follia dell’asta. Vivo di fatica senza prospettive. Condivido uno stato di precarietà privilegiato che va sotto il titolo di lavoro a tempo indeterminato. Dunque, la mia stella a destra si chiama salario. E questo vuol dire orario di lavoro, rigidità, stress.

Insomma, sto come sto e non mi posso lamentare perché c’è chi sta peggio, chi sta ai limiti dell’inferno e chi ci è finito dentro per consunzione. Insomma, caro direttore, scusami, ma sto azzeccato.

Non è cambiato niente, continuiamo ad abitare una città che sta azzeccata, ad essere cittadini di Italia senza prospettive, ignorante, nel senso che ignora ciò che siamo come nazione per togliersi lo sfizio di staccare la punta e il tacco dallo stivale da quel nord opulento e vecchio che non vuole lo straniero e non può farne a meno se non vuole chiudere le aziende e finire l’esistenza senza percepire la pensione e le cure necessarie per resistere al logorio degli organi e delle ossa e della pelle.

Sono smarrito, siamo smarriti, senza bussola, ci becchiamo continuamente in questa condizione mentre studiamo le politiche russe e quelle americane e ci affasciniamo alle nuove vie della seta immaginando un futuro prossimo, alle porte di antiche rotte e all’inevitabile conflitto per fare strage degli uomini che sono in avanzo prima che diventiamo così tanti sul pianeta da scannarci gli uni con gli altri.

Ti pare questo un rischio, che quel manipolo di uomini che detiene le ricchezze del mondo, è disposto a correre?

Come sto? Rincoglionito. Puoi chiamarla anche così questa rubrica? Potrebbe trovare anche un suo pubblico di rincoglioniti pronti a leggerla. E trovarci dentro un garbo diverso dal giornalismo senza qualità che s’offende e s’indigna diffondendo la volgarità feltriana e dal giornalismo forbito, da salotto, che parla alle poltrone vuote.

Come sai, non m’importa di loro. Vengo da quella esperienza umana che fa di uno sfruttato un emancipato. E nel corso di questa storia ho maturato la convinzione che sono i diritti inviolabili l’acqua e il cibo di una democrazia, di una Repubblica. Che senza quelli non c’è difesa verso la prepotenza politica che si affaccia ogni qual volta persiste una crisi economica, o va in frantumi un modello di governo.

Da qualche decennio, dopo la discesa in campo di sua Emittenza, è un via vai di leader arroganti ubriachi di sé che finiscono a fare i barboni della politica, sostenendo nel loro business di libri e conferenze che si stava meglio quando si stava peggio. Finirà così anche per Matteo e Luigi? Finirà così anche per Giuseppe che fa il Primo ministro per opera e virtù dello spirito gialloverde?

Intanto l’economia è ferma al palo, il ricco Nord vuole separarsi, il Sud si spopola, i morti si mangiano i vivi e in mezzo al mare ci sono i pesci e i clandestini.

E  Bruxelles? Che fa l’Europa? Trema sul braccio della Merkel.

Cosa accadrà? E chi lo sa. Ciò che possiamo dire che qui, a Napoli, fa caldo. E non è mai tutta un’altra storia. E’ sempre la solita storia: si va da soli, ognuno fa ciò che vuole, ognuno con il suo giro, ognuno con il suo agire.

Cambierà? Sì, tutto può essere. Il folle anarchico, antagonista per professione, sta per terminare il suo mandato. Non si capisce chi si candiderà ad ereditare la fantasia al potere per portare la città con i piedi per terra per  liberarsi dai calcinacci e dalle erbacce e forse, chissà, anche dal disordine e dalla bruttezza che a Marechiaro è bianco alluminio e nei quartieri della 219 occupazione per fine abitativa degli scantinati. La domanda è: c’è qualcuno? E qui, proprio non so che scrivere.

Ma prima di lui, con il giudizio divino della comunità politica e il voto in vendita si confronterà il governatore della Campania, lo stakanovista di Salerno. Alziamo le mani: ha praticato soluzioni, ha tenuto a galla Napoli finanziando il San Carlo e investendo sulle Universiadi e sulla Sanità e sui Trasporti e sulle Partecipate e ha messo le mani sull’encefalogramma piatto lasciato da Stefano Caldoro, l’indimenticabile uomo della generazione dei tagli lineari che ha distrutto i servizi e mortificato cura e istruzione.

Ci togliamo il cappello dinanzi alle diecimila assunzioni. Applaudiamo all’apertura di ogni cantiere e siamo pronti a scendere in piazza al suo fianco se il governo e il Parlamento andranno avanti nella riforma costituzionale delle autonomie, che in soldoni vuol dire mettere in discussione l’unità dal Paese.

Eppure, eppure qualcosa non va sul piano del consenso. De Luca potrebbe ottenere i voti borderline, che sono tanti come tante sono le stelle di Negroni e perdere quello democratico e di sinistra. Perché? Perché non c’è confronto e non c’è coinvolgimento nelle scelte strategiche, politiche, della Regione Campania di questa comunità politica molto frantumata e sfrantumata.

Ad esempio, ignorare chi è Tony Colombo, ciò che rappresenta questo neomelodico in termini di consenso, una massa di popolo suburbano che ha il trash come approccio all’educazione familiare, scolastica, lavorativa è da due. Poiché essa è una delle rappresentazioni folcloristiche di quella egemonia culturale della vita da strada nella quale è solo per un caso della sorte se non si finisce fagocitati dal  sistema malavitoso.

Giustamente De Luca afferma: con chi devo confrontarmi se non c’è nessuno? Posso mai coinvolgere chi non c’è? E siamo al punto: chi porterà al voto i democratici e la sinistra a sostegno del governatore? Chi, in una metropoli senza leader, senza idee e partiti organizzati in questo campo politico? 

Alle ultime europee la città capoluogo ha premiato la Lega e confermato, nonostante la sconfitta, il Movimento Cinque Stelle come il primo partito in città. Non sarà una partita facile per De Luca. Ma comunque andrà, i turisti da spennare arriveranno sempre di più.

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