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Governo sì, governo no: parlamento e Costituzione in balìa di ‘Rousseau’

di Gennaro Prisco

Se nasce, sarà giallorosso. Se nasce, non si potrà tornare indietro sull’elemento di chiarezza politica che questa crisi ha portato al Paese. Se non nasce, è lo stesso. Ciò che sta accadendo è che da una parte ci sono gli eredi di chi ha lottato per la libertà e la democrazia ed ha elaborato la Costituzione, dall’altra chi non la comprende perché non l’ha scritta.

Ed è proprio questa mancanza di conoscenza che ha indotto Matteo Salvini in errore. Vi ricordate come è andata? Mentre è in tour sulle spiagge italiane, l’8 agosto 2019, dopo aver incassato la fiducia sul decreto dell’insicurezza bis, da vero cialtrone, Salvini dichiara la crisi di governo e va dal Primo Ministro con  l’arroganza di chi crede che la comanda lui. Va e gli dice: ti devi dimettere, vai dal Capo dello Stato e andiamo alle elezioni. Al che, Giuseppe Conte, lo fa accomodare alla porta e gli dice: sfiduciami in Parlamento. Cosa che fa e poi ritira e poi non capisce più niente e si inventa diaboliche manovre europee che l’avrebbero indotto a dichiarare che il governo gialloverde, il suo governo, fosse finito.

Sfiduciami in Parlamento. Ecco, questo il punto di svolta, il ritorno a ciò che istituzionalmente siamo: una repubblica parlamentare che per decenni ha ragionato come una repubblica presidenziale, forzando la mano sulle leaderschip, mettendo in discussione con foga eversiva il non vincolo di mandato, cioè l’essenza stessa del mandato elettivo.

E’ bastato riconoscere la centralità del Parlamento e la politica è tornata viva e Matteo Renzi, il più odiato dal movimento Cinque Stelle, ha potuto lanciare la sua proposta.

Matteo Renzi, lo stesso che aveva fatto naufragare sul nascere il tentativo di Maurizio Martina, dopo le elezioni del marzo 2018, è intervenuto nel dibattito politico come ex premier e senatore, per invitare il Pd ad aprire una trattativa per un governo istituzionale con il nemico, per salvare i conti dell’Italia e mettere in un angolo Salvini, l’invincibile di panna.

Chi ha seguito il dibattito parlamentare ed ha ascoltato il presidente del Consiglio e la discussione che ne è seguita, e lo ha fatto scremato dall’arroganza verbale della destra, ha gioito per quelle parole di grammatica istituzionale utilizzate per spiegare a chi non ha scritto la Costituzione, come funziona il nostro sistema repubblicano.

E così, Giuseppe Conte ha liquidato la Lega e senza alcun dubbio ha posto fine alla propria esperienza di garante di un contratto privato tra due contraenti non previsto dalla Costituzione, mettendo fine al primo governo dei vice premier della storia della Repubblica.

Dunque, se nascerà il Conte due, sarà tutta un’altra storia. Primo perché Conte è diventato leader; secondo, perché due forze politiche tra loro avversarie si stanno riconoscendo come parte di uno stesso campo antifascista; terzo, perché comunque vada, dinanzi agli elettori e alle elettrici italiane non ci sarà più la scelta su Salvini sì o Salvini no. E su questo, giù il cappello dinanzi a sua Emittenza.

E’ davvero cambiato tutto. E’ cambiato pure Grillo. E Casaleggio figlio è di destra. E Di Maio, pure se salta questo fosso, non potrà saltare il prossimo. Tutto è in movimento e man mano che si schiarirà il tempo, perfino il Pd non potrà più essere il partito delle cento correnti.

Ciò che avverrà, governo o non governo, dipende da Rousseau, dalla piattaforma privata di una azienda che controlla un partito e che teorizza la democrazia digitale come approdo finale per dare l’ok a ciò che si definisce in sede parlamentare, cioè lì dove si deve decidere se ci sono o meno maggioranze in grado di sostenere un governo.

Matteo Renzi ruppe gli induci, Nicola Zingaretti sembrò contrariato, voleva andare al voto. Poi, ha preso in mano la partita ed ha spostato il tiro più avanti ed ha proposto un governo di legislatura, una maggioranza parlamentare sostanziosa per fare ciò che bisogna fare per portare il Paese fuori dal guado e migliorare la vita degli italiani e dell’Italia in Europa, nel Mediterraneo, nel mondo. E poi, c’è una data, il 2022, che è l’anno di scadenza del settennato del Presidente Mattarella e su questa carica è meglio non correre rischi. In mano ad un leghista, sarebbe un incubo democratico.

C’è anche un’altra data che sembra lontana ed è invece vicinissima, il 2050. L’Ocse ha avvertito l’Italia: se continua così l’andamento demografico italiano, in quell’anno i vecchi e i bambini saranno di egual numero e già le pensioni non si potranno più pagare.

Insomma non è tempo dell’avverbio Prima in forza all’azione degli italiani, ma è il tempo che questo sia in forza all’Italia che sta rischiando seriamente il declino.

Nicola Zingaretti ha colto l’attimo, Renzi ha sempre la maggioranza dei parlamentari democratici, ma il segretario è lui. E la Leopolda prossima ventura ci dirà cosa accadrà. Se Renzi andrà avanti per la sua strada, nascerà un nuovo partito e avrà benefici sul Pd, che potrà così definire un suo profilo politico meno  confuso sul tema della rappresentanza politica.

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