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di Peppe Papa

La destra si è persa. Matteo Salvini dalle stelle alle stalle, con l’aggravante di aver trascinato dietro si sé l’intero centrodestra che non solo è finito all’opposizione, ma si ritrova diviso e confuso, smanioso di menare le mani invocando le piazze, spinto dal rimorso per l’occasione perduta.

E ha voglia il Capitano di twittare spavaldo, come fatto il giorno del giuramento del nuovo governo Pd-M5S:Il tempo è galantuomo alla fine vinceremo noi”. Nel frattempo la Lega perde punti nei sondaggi e il nord è in fermento.

Qualche giorno fa, l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgettti commentava sconsolato: “Ormai l’autonomia ce la scordiamo”. In Veneto e Lombardia i nervi sono tesissimi, nonostante i due governatori, Zaia e Fontana provano a celare la tensione dichiarando di condividere tutto quanto fatto dal loro segretario, salvo sottolineare appena dopo il ‘piccolo’ particolare di aver concesso troppo al meridionalismo di Di Maio e essersi concentrato sulla Lega nazionale trascurando il nord.

Un fatto questo che rimette in discussione la possibilità di conquista da parte del centrodestra di Umbria e Emilia alle prossime regionali, data per scontata fino al mese scorso. Fino, cioè, al colpo di sole del “Papetee Beach” quando tra un Mojito e l’altro il capo del Viminale staccò la spina all’esecutivo gialloverde convinto che si sarebbe andati a breve alle elezioni che “certamente” avrebbe stravinto.

Come sappiamo, le cose sono andate diversamente e il centrodestra, ancora sotto shock, è finito all’angolo senza riuscire per il momento ad articolare un fronte comune da opporre alla inedita e impensabile nuova maggioranza parlamentare.

In preda a polemiche interne, diffidenze, veleni, gelosie e rivalità, indecisi sul da farsi, provano ad invocare la mobilitazione popolare. Soprattutto la pasionaria di FdI, Giorgia Maloni , tornata a contestare Salvini di non aver voluto saldare un’alleanza ufficiale tra le due forze sovraniste, che ha invocato senza indugio la piazza il prossimo lunedì davanti Montecitorio, mentre si vota la fiducia al governo, al grido di “No alla oscena spartizione delle poltrone”.

 Il capo della Lega è più cauto, il timore che serpeggia tra i quadri del partito è che il popolo del Carroccio meno militante e più riflessivo, abbia perso le proprie certezze rispetto al capo e comincia a diffidare delle sue capacità di ‘gestione’ del consenso. Meglio allora convocare una manifestazione a ottobre in data da definire, lasciare sbollire la delusione e la rabbia che si respira palpabile nelle roccaforti padane, poi riprendere l’attivismo movimentista con la “messa in stato d’accusa” di un governo colpevole di avere impedito le urne e “schiavo di Bruxelles”.

Intanto Forza Italia, rianimata dalla batosta presa da Salvini, prova a rialzare la testa oscillando tra opposizione e tentazione di un endorsement esterno al nuovo governo.

Gli azzurri non voteranno la fiducia “al governo più di sinistra della storia italiana, ma trapela che sarebbero almeno una trentina i parlamentari (più di venti al Senato) pronti a dare una mano all’occorrenza al Conte bis.

Berlusconi non ha più lo smalto di un tempo e si trova a fare i conti con un partito che perde pezzi potendo contare solo su pochi fedelissimi, il progetto lanciato in pompa magna de “L’altra Italia”, la federazione dei moderati del centrodestra, è finito nel dimenticatoio travolta dalle urgenze del precipitare della situazione politica. Nessuno ne parla più, neanche il Cavaliere che vorrebbe approfittare della débacle del leader leghista per riprendersi la scena e dare una speranza alle sue fiaccate truppe, ma non sembra averne le forze.

Probabilmente per lui è l’ultimo giro, così come per il suo partito, lo scranno a Strasburgo alla sua età può bastare per chiudere in bellezza. Non lascia eredi.

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