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di Peppe Papa

Fatto il “Papa”, adesso al Nazareno si volta pagina. La parola d’ordine è evitare che il Pd rimanga intrappolato nelle spire del nuovo esecutivo, che a molti appare ancora un pericoloso azzardo, conservando una certa distanza e ridando centralità al partito.

Smetterla, insomma, di trasformare Palazzo Chigi nel luogo delle decisioni e dell’elaborazione politica: le risoluzioni importanti verranno prese al quartiere generale dem. E senza che questo pregiudichi l’imperativo di fare da pungolo all’attività di governo, rivendicandone il contributo per le cose buone che eventualmente dovesse realizzare. Il vecchio, caro partito di lotta e di governo, come si diceva una volta, quello che ha fatto la fortuna di Matteo Salvini prima del suicidio, un modello che funziona e loro intendono replicare.

A sintetizzare il nuovo corso ci ha pensato Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa e oggi fidato braccio destro di Nicola Zingaretti in segreteria la quale è andata subito al punto. “Se c’è una cosa che abbiamo sbagliato negli anni scorsi – ha spiegato – è stato dimenticarci del partito per concentrarci sul governo. E gli elettori – ha ammesso con rammarico – hanno cominciato a percepirci esclusivamente come una forza politica legata alla stabilità, ci hanno voltato le spalle”.

Una presa di coscienza molto precisa che inevitabilmente si è tradotta in un atteggiamento tattico cui tutti i maggiorenti si sono detti d’accordo.

Pertanto nessun big del partito (tranne l’inossidabile Dario Franceschini) è entrato nell’esecutivo appena varato, benché tutte le correnti abbiano ottenuto la giusta rappresentanza. Fuori tutti, oltre il segretario anche il suo vice, Andrea Orlando, così come Graziano Delrio e i nomi forti del renzismo, il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, Matteo Orfini, Maurizio Martina e Paolo Gentiloni che però è volato a Bruxelles a ricoprire l’importantissimo incarico di Commissario agli Affari economici della Ue.

Dunque, massima priorità all’attività del partito per scongiurare il pericolo di finire all’ombra dell’attivismo dei Cinquestelle e il rassicurante atteggiamento istituzionale del premier, Giuseppe Conte, rischiare in pratica la fine che Salvini aveva fatto fare proprio al M5S.

A tal fine, la comunicazione verrà gestita direttamente a via Sant’Andrea delle Fratte, anche perché è certo che non mancheranno i momenti di scontro con gli alleati e forti pressioni da parte di una destra arrabbiata che promette l’assedio della piazza al Palazzo.

Prima non prenderle, allora, facendo in modo di sfuggire al tritacarne mediatico e cercando, nel contempo, di ristabilire il contatto ‘sentimentale’ con il proprio popolo.

Una bella sfida, considerando che alla finestra è affacciato a gustarsi la scena, Matteo Renzi che in tutta la faccenda, pur essendo stato l’ispiratore del ribaltone, è riuscito a tenersi le mani libere per dedicarsi a tempo pieno al suo personale progetto politico che, a metà ottobre alla Leopolda, promette di essere ‘esplosivo’.

Ecco perché Zingaretti e la sua maggioranza non possono dormire sonni tranquilli e devono darsi da fare per non soccombere. Ci riusciranno? Visto i precedenti, il dubbio è scontato, ma la speranza è l’ultima a morire.

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